“Ho sempre saputo che le persone incontrate sulla mia strada, prima o poi sarebbero diventate personaggi”. ilLibraio.it ha intervistato lo scrittore italiano Giorgio Falco, già finalista al Campiello con “La gemella H”, per parlare del suo ultimo romanzo, “Ipotesi di una sconfitta”. Denso memoir, il libro è incentrato sul mondo del lavoro, utilizzato dall’autore per parlare dei cambiamenti dell’Italia dagli anni ’50 a oggi: “È un romanzo politico, ma non un atto d’accusa. È un’autobiografia, scritta, come dice Sabrina Ragucci, seguendo i canoni della fotografia documentaria. Questa è la grande differenza con l’autofiction. Io, Giorgio Falco, nel libro, non sono un personaggio: sono un documento, a cominciare dall’immagine di copertina”

Ipotesi di una sconfitta (Einaudi Stile Libero), il nuovo libro di Giorgio Falco, è un memoir sul lavoro, il romanzo di tutte le esperienze lavorative dell’autore che si trasfigurano nella narrazione dell’Italia dagli anni Cinquanta a oggi.

Falco inserisce la sua vicenda professionale, frammentaria un po’ per scelta un po’ per caso, a seguito di quella paterna, che occupa tutta la prima parte del romanzo. Alla storia del padre, una figura dai tratti quasi arcaici che appartiene all’universo ormai tramontato delle grandi aziende, si contrappone quella dell’autore, che dalla fine delle scuole superiori passa di lavoro in lavoro fino ad approdare a una compagnia telefonica, dove resterà quindici anni. Falco racconta i suoi incontri con personaggi ora struggenti ora grotteschi e dinamiche lavorative fondate sulla discrasia tra la recita di un’ideale mission e il lavoro in sé: un mondo che sembra mettere in scena non-più-bambini incastrati in rapporti di forza quasi scolastici.

L’ipotesi del titolo è forse quella della sconfitta di una generazione, dell’artista che non può integrarsi in un ambiente di lavoro, o dell’ambiente di lavoro stesso, incapace di accogliere uno scrittore, percepito come un corpo estraneo, completamente avulso dall’organismo aziendale. Sicuramente quello che il lettore avverte è un lento ma inesorabile cambiamento che investe lo sfondo in cui il narratore-protagonista si muove. Ed è un cambiamento verso il peggio, verso la spersonalizzazione, verso l’annichilimento.

Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco

Il mondo del lavoro che traspare nelle pagine di Ipotesi di una sconfitta è carico di frustrazioni, e i lavoratori, per nulla indispensabili, sembrano giocare a impersonare un ruolo trovandosi ingabbiati in rapporti di subordinazione e piccole vendette che ricordano quelli di un’aula scolastica e che costituiscono l’unico sfogo possibile in una routine di umiliazioni. A questa impasse esistenziale fanno da contraltare preoccupazioni che non sono quasi mai lavorative, con gli uffici che si trasformano in una serie di non-luoghi di transizione. L’umiliazione e la spersonalizzazione dell’individuo, dunque, sembrano il fil rouge di tutta l’esperienza raccontata in Ipotesi di una sconfitta.
“I luoghi di lavoro, nella mia esperienza, ricordano l’aula scolastica, e in particolare il giorno della recita scolastica. Una recita che non si esauriva nel giorno di festa, ma invadeva tutti i giorni. La spersonalizzazione, per quanto mi riguarda, è avvenuta soprattutto dalla fine degli anni Novanta in poi. Prima nei luoghi di lavoro ho incontrato alcune persone dotate di gran talento esistenziale. Erano anche inesauribili narratori di storielle, resistevano in quel modo. Da un certo punto in poi, si è perso parecchio. Credo dipenda anche dal modo in cui abbiamo usato la tecnologia. Non a caso, io stesso, per quindici anni, ho lavorato in un ambiente lavorativo in cui, più che essere Giorgio Falco, ero GFALCO e ZZGFA1. È stata una dura lotta contro me stesso, o meglio, contro GFALCO e ZZGFA1”.

In uno degli ultimi capitoli del romanzo lei scrive: ‘Soffrivo, dall’età di diciassette anni, di una nevrosi politica ed economica, più che individuale’. Ipotesi di una sconfitta è il racconto di un’esperienza individuale e privata, quella di Giorgio Falco, lavoratore e scrittore, ma è anche un romanzo profondamente politico, un j’accuse a un sistema che funziona solo a un costo umano estremamente alto: la spersonalizzazione dell’esperienza e la perdita di dignità dell’individuo.
“Ho usato il lavoro per scrivere dell’Italia. Parto dal lavoro per poi allargare lo sguardo a luoghi, spazi, desideri. Come sempre, del resto, dato che ‘l’Italia è il mio guinzaglio’. Ipotesi di una sconfitta è un romanzo politico, ma non un atto d’accusa. Ho attraversato questi brevi decenni e selezionato alcuni fatti della mia esistenza. È un’autobiografia, scritta, come dice Sabrina Ragucci, seguendo i canoni della fotografia documentaria. Questa è la grande differenza con l’autofiction. Io, Giorgio Falco, nel libro, non sono un personaggio: sono un documento, a cominciare dall’immagine di copertina”.

La storia raccontata in Ipotesi di una sconfitta è la storia di Giorgio Falco, ed è anche la storia delle metamorfosi dell’Italia. Dalla ripresa economica degli anni Cinquanta e dalla mitologia delle grandi aziende, a quella sconfitta annunciata dal titolo e rappresentata da un’abnegazione al lavoro patologica e dalla progressiva delocalizzazione dei servizi. Il capitolo iniziale che racconta l’esperienza aziendale di suo padre in Atm, in cui lavoro e vita privata si intrecciano indissolubilmente, contribuisce a leggere il resto del romanzo come una sorta di ‘cronaca di una morte annunciata’: il lungo racconto iniziale è una scelta narrativa per raccontare i cambiamenti del paese o risponde all’esigenza personale di inquadrare la sua vita lavorativa rispetto a quella paterna?
“Ho utilizzato il lavoro come forma di pudore per rapportarmi a mio padre. Il lungo capitolo iniziale – una cinquantina di pagine – è appunto incentrato su mio padre, il suo lavoro, il mio rapporto con lui e con il suo lavoro. Mi interessava raccontare anche il suo declino fisico, iniziato molto prima della pensione; mi interessava raccontare la malattia e la morte. Il declino fisico, la malattia, la morte di un uomo è, in questo caso, collegato al declino e alla scomparsa del suo lavoro. Ma tutto il libro è anche altro. È un libro che parla di scrittura, di fotografia, di arte, di come l’artista possa vivere nei luoghi di lavoro, e di come venga espulso da essi. Simone Weil in fabbrica, per me, è stata, tra le molte cose, anche una performer, un’artista, il mio modello. Anche se lei sapeva di farlo per un periodo di tempo limitato, mentre io non sapevo nulla: così avevo stabilito fin dall’inizio. ‘Vivevo l’apprendistato per diventare qualcosa di ignoto’. Quando chiudo il primo lungo capitolo, non termino con il funerale di mio padre, ma con una visita, parecchi mesi dopo, al luogo in cui lavorava. Quel giorno, nella stessa zona girava l’auto di Google Street View. Ciò che ho incontrato in quella via, ciò che ho scritto sul taccuino, si è unito a quanto ho visto, tempo dopo, su Google Street View. La morte di mio padre, la fine del suo lavoro diventa una riflessione sulla scrittura, sull’arte”.

Nella seconda parte del romanzo scrive, a proposito dei suoi colleghi: ‘non erano nemmeno nazifascisti, credevano di salvarsi rifiutando la libertà, offrendosi come robot, manodopera del male minore’. E ancora: ‘Se avessero ricevuto qualcosa di più, un piccolo benefit […], sarebbero diventati i più leali sostenitori ed esecutori di una dittatura’. L’ambiente lavorativo, con le sue strutture, può influenzare attivamente la vita politica dell’individuo?
“Il passaggio citato riguarda quattro lavoratori – due donne e due uomini – che durante una pausa caffè leggevano ad alta voce le notizie dei giornali gratuiti, ridendo delle notizie più tragiche, come quella di sette elefanti uccisi da un treno – gli adulti avevano cercato di salvare i cuccioli, schermandoli con i loro corpi – o di un criceto torturato con un microonde. Questo tipo di, chiamiamola, umanità, va benissimo alle aziende. Se la questione si limitasse a questi quattro, non ci sarebbe alcun problema. Ma il problema, appunto, è che io ho incontrato centinaia e centinaia di persone così, in tre città differenti, in aziende differenti, lungo un lasso di tempo di quasi tre decenni. Mi chiedo: in un contesto diverso da quello lavorativo, sarebbero stati così? Io penso che avrebbero riso lo stesso: proprio perché, come detto sopra, il lavoro, benché negato, benché fuori dagli interessi della narrazione ufficiale, è ovunque”.

Nonostante si parli di precariato e di una condizione esistenziale che sembra sempre sospesa, Ipotesi di una sconfitta è molto ironico e in diversi punti piuttosto divertente. È possibile utilizzare una risata amara, rivolta alle piccole nevrosi altrui senza giudizio e senza acrimonia, come un ulteriore mezzo per veicolare un problema sociale? È un effetto a cui ha lavorato o la naturale conseguenze di situazioni al limite del surreale in cui si è trovato?

“Non credo di parlare di precariato né di essere ironico. Non sono mai stato ironico quando l’ironia era di moda con il postmoderno, tantomeno lo sono in un libro come questo. Rivendico però l’uso del comico; per la prima volta sono dichiaratamente comico, anche se pure in passato, in altri libri, ho usato il comico. Uso il comico per essere ancora più politico. Ma mi fermo sempre un attimo prima dell’autocompiacimento, per non cadere, subito dopo, nel cliché. Ecco, fermarsi un attimo prima dell’autocompiacimento e del cliché è un atto di consapevolezza, un gesto politico, oltre che artistico. Quando parlo di romanzo politico parlo anche di questo”.

Al giovane Giorgio Falco viene un’idea geniale: aprire ‘un’agenzia che si occupa di progettare e offrire eventi deprimenti’, situazioni in cui dei top manager non finirebbero mai da soli. Questa fantasia, ad oggi, non sembra per nulla un’ipotesi irrealistica o irrealizzabile, soprattutto pensando alla mediazione dei social network. Trovo che questo elemento farsesco sia già presente in nuce nella realtà che descrivi, nel ludico ‘facciamo finta di essere’ che accomuna i giochi dei bambini e l’esperienza lavorativa a cottimo o impiegatizia delle figure che racconta.
“Ne parlo con qualche rimpianto: se avessi aperto quell’agenzia sarei diventato ricco, avrei lavorato pure con la televisione! A parte gli scherzi, sono passati quasi trent’anni, avevo visto giusto. Difficile dire in quale campo l’agenzia si posizionasse: intrattenimento, marketing, formazione aziendale, formazione politica e filosofica, non so. Volevo selezionare e organizzare una serie di eventi deprimenti, o meglio, ‘un pacchetto di eventi deprimenti’. Un mio potenziale socio si chiedeva: ‘E perché devo pagare se posso deprimermi gratis?’ Ma quelli come noi non erano il nostro target, bensì gli appartenenti all’élite, che volevano provare situazioni ormai inusuali, per loro, con la certezza che quelle situazioni e performance fossero, oltre che irripetibili, in catalogo: rimanere senza benzina in tangenziale; un weekend nei piazzali dove sostano i camionisti dell’Est europeo. Altri titoli degli eventi deprimenti: ‘La festa di compleanno di mio figlio’, con le peggiori torte in circolazione, e ‘Un mese dura quattro settimane’: insomma, a metà tra Marina Abramović e un reality con dodici anni di anticipo’.

Per quanto riguarda l’aspetto prettamente narrativo, lei, ovviamente, crea dei personaggi: è un personaggio l’io narrante e sono dei personaggi tutte le persone che incontra nel suo percorso lavorativo, dal vetrinista Olaf, al minimanager omossessuale veneto, all’investigatore privato che la spia nel campeggio di Merano. Viene da domandarsi se prima ancora dell’invenzione narrativa, queste persone siano stati ‘personaggi’ anche a livello esperienziale e percettivo nel momento in cui, per un tempo relativamente breve, attraversavano la sua vita.

“Ho sempre saputo che le persone incontrate sulla mia strada, prima o poi sarebbero diventate personaggi. Proprio per questo motivo andavano trattate con rispetto, sia come persone che come personaggi. Comunque, tra tutte le persone divenute personaggi avrei volentieri evitato il detective che mi ha pedinato per due settimane nell’estate 2013. È stata un’esperienza sgradevole ma formativa, perché nel romanzo, oltre all’aspetto narrativo della vicenda, ho sviluppato alcune riflessioni su come guardiamo ciò che guardiamo, su cosa guardiamo quando pensiamo di non essere visti. Io mi sono reso conto dal primo giorno di essere pedinato. Così sono finito a pedinare il pedinatore! Lo fissavo, ingigantivo ogni minimo dettaglio. E mi sono reso conto che perdevo tutto il resto del mondo. Il momento di mia massima presenza era il momento in cui ero più distratto”.

Invece suo padre e Sa [soprannome con cui, in Ipotesi di una sconfitta, viene presentata la compagna di Giorgio Falco, N.d.A.] pur intervenendo in modo cruciale nell’intreccio restano personaggi poco caratterizzati e, per certi versi, indeterminati (per fare un esempio, nonostante a suo padre sia dedicato il primo, lungo capitolo, sappiamo poco del suo carattere, del suo aspetto e della sua psicologia, mentre figure più marginali sembrano più caratterizzate). È un effetto stilistico voluto o la conseguenza inevitabile dell’inserzione di rapporti troppo intimi in una narrazione romanzata?
“Di mio padre, nel romanzo ma non solo, mi interessavano soprattutto le azioni, non i pensieri. In apertura del romanzo, se lui porta una cipolla da casa per togliere il ghiaccio dal parabrezza di un autobus, alle quattro di mattina, del 7 dicembre 1956, credo che quel gesto definisca il personaggio più di tanti psicologismi, di tanti pensava e diceva. Quanto ai miei affetti, per fortuna non sono un lavoro, e così non potevano entrare nel libro, se non nella forma in cui li ho trattati”.