di Marco Maggi


(Marco Maggi è professore straordinario di Letterature comparate e teoria della letteratura e direttore del Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana, Università della Svizzera Italiana)

Lo spettacolo del fuoco che brucia nel camino rappresentava per Walter Benjamin un’allegoria del romanzo, opera da domestiche più che da architetti (il bersaglio era Flaubert). Con allusivo omaggio (l’ispirazione dell’opera è situata davanti al forno a legna di una pizzeria di Charlottenbourg, il quartiere berlinese in cui nacque Benjamin) l’idea è stata sviluppata in chiave grottesca nell’epopea del book’n’grill di Manaraga. La montagna dei libri di Vladimir Sorokin (tradotto da Bompiani nel 2018).

Flashover. Incendio a Venezia, l’ultima, programmaticamente atipica opera di Giorgio Falco, arde di un altro fuoco: “Questo fuoco è umile, si ciba della cronaca per diventare inclassificabile: né romanzo, né racconto, né saggio, né novella, né poesia”.

La cronaca che funge da combustibile è quella del rogo del Teatro La Fenice di Venezia avvenuto il 29 gennaio 1996. Nell’appropriarsene, Falco si ispira all’opera del fotografo Lewis Baltz. In uno scritto di alcuni anni fa sul principale rappresentante dei “nuovi topografi”, Falco usava un verbo sintomatico: ‘raffreddare’. Come Baltz di fronte al paesaggio, Falco lavora a raffreddare la materia incandescente che ha davanti: il romanzo. (Circola nei corridoi dell’editoria la voce che la scelta originaria per l’immagine di copertina de L’ubicazione del bene, l’opera più riuscita di Falco prima di questa, fosse proprio una fotografia di Baltz).

Non ci sono personaggi in Flashover, bensì “non personaggi” o “quasi personaggi” quali Enrico Carella, il “cugino padrone” in combutta con il “cugino dipendente” per evitare di pagare penali nel cantiere del teatro in restauro, entrambi scritti in minuscolo per indicare la loro mediocre statura di “elementi intercambiabili, esplosi in frammenti, diminuiti sotto la soglia di personaggi”; maschere, in altre parole, come quelle ritratte nelle immagini intercalate al testo, opera di Sabrina Ragucci, artista visiva e scrittrice, già presente nelle pratiche fototestuali come Condominio Oltremare e The Collared Dove Sound e altri svariati inediti. Non c’è nemmeno propriamente una trama, nel senso di passaggio obbligato per le caselle (della narrazione come della combustione) di innesco, sviluppo, svelamento e conclusione.

In un libro soltanto all’apparenza distante da Flashover, dal titolo Benares. Atlante del XXI secolo (nottetempo 2019), Paulo Barone ha di recente indicato nell’assenza di sviluppo narrativo (“un modo d’essere inspiegabile, senza capo né coda, che non si lascia raccontare o organizzare in una storia”) la cifra della condizione contemporanea. Essa rappresenta “il luogo d’elezione delle immagini”, ovvero delle “cose che ancora sul punto di avvenire si ritrovano a essere di colpo l’avanzo, o l’eco, di quello che sono state”. È lo stadio “tra il non essere ancora e il non essere più” in cui indugia uno tra i più sensibili anticipatori della condizione contemporanea, Guido Gozzano (al quale Barone dedica pagine profonde); è la vita “prepostera” teorizzata da Mieke Bal.

“Il flashover identifica il momento di transizione tra un incendio in crescita e un incendio nella sua fase matura”. Anche per Falco tale stadio transitorio rappresenta il fenomeno più caratteristico del presente: “Ogni fiamma vive solitaria in un proprio passato istantaneo, né davvero presente, né davvero passato, e per questo motivo il flashover identifica la nostra condizione contemporanea”. La Venezia di Falco è, come la Benares di Barone, un atlante del XXI secolo, un prezioso contributo alle nuove topografie delle quali oggi sentiamo profondamente la necessità.

Una storia italiana

di Mazzino Montinari

Sabrina Ragucci, Il medesimo mondo, Bollati Boringhieri, Torino 2020, pp. 176, € 15,00.

C’era una volta la famiglia Virno. Una dinastia che possedeva terre e coltivava tabacco. Pietro fu l’ultimo a ereditare quella prosperità. Dopo di lui, la terra e il tabacco sparirono. Rimasero i figli, però. E tra questi, Giovanna che, contro la volontà paterna, sposò Mino, un falegname, “non uno con la terra”. Dalla coppia che aveva dimenticato il passato, quello dei Virno, arrivarono Carlo, Angelo, Caterina, Maria e, infine, Paolo. Così inizia Il medesimo mondo di Sabrina Ragucci, artista visiva e qui al suo romanzo d’esordio. Un’opera prima che già dal prologo potrebbe essere intesa come una saga famigliare, se non fosse che a non esistere è proprio la saga. E nemmeno quel senso dell’origine che, ad esempio, nell’Heimat di Edgar Reitz, trasforma l’immaginario villaggio di Schabbach in un autentico protagonista della narrazione.
Dal capostipite Pietro a Giovanna e Mino, per passare poi a uno dei loro figli, Angelo e a chi seguirà, si avverte un estraniamento progressivo. Persone senza memoria, avvolte dall’oblio e dal gelo, cristallizzate e incapaci di avvertire l’altro, gli altri. Non si può dire che siano egoiste, così lontane da loro stesse, dalle emozioni, dai sentimenti, dalle ambizioni.

La storia raccontata da Ragucci inizia nell’immediato dopoguerra, nel 1946, forse nel 1947. Un periodo che nell’immaginario è figurato come quello della ricostruzione e del riscatto, nel quale è stato possibile lasciarsi alle spalle il passato, gli orrori di un’umanità distruttiva e autodistruttiva. È tempo di ricostruire. Di tornare a essere umani. Il presente è qualcosa di passeggero in attesa che giunga un futuro radioso. Così, sempre in quell’immaginario si istituisce un’epica della sofferenza, della povertà, del lavoro, della migrazione, delle famiglie che anche se costrette alla diaspora, alla dispersione, restano idealmente unite, ostinatamente contrarie a ogni forza centrifuga. Insomma un’età dell’oro.
Nel romanzo, però, quest’epica si dissolve, lo spazio per i sogni si contrae, la tripartizione stessa del tempo confluisce in un eterno e indefinito presente. I protagonisti de Il medesimo mondo, viaggiano dall’Italia alla Germania, sono segnati da disgrazie potenzialmente devastanti, infliggono e subiscono violenze, sono parte passiva di una struttura complessa che pretende in serie corpi adatti a lavorare e consumare, procreare e morire. Eppure, quello che sembra un movimento continuo non è altro che un girare a vuoto nel medesimo mondo.
Un romanzo distopico con vista sul passato, verrebbe da suggerire, probabilmente, contro le intenzioni dell’autrice. Se Angelo, “l’uomo senza talento […] che non teme di essere incapace”, avesse incontrato il Rick Deckard creato da Philip K. Dick in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, non avrebbe superato il test Voigt-Kampff, quello che serviva a individuare l’empatia e dunque, in caso se ne fosse rilevata l’assenza, a identificare gli androidi. Pur senza i baccelli ideati da Jack Finney, quella descritta da Ragucci potrebbe essere un’invasione degli ultracorpi, realizzata in modo invisibile dentro uomini e donne, essi stessi alieni predatori del proprio corpo. Nel mondo di Angelo, Teresa, Lia, Roberta, solo alcuni dei protagonisti del romanzo, non accorre un dottor Miles Bennell che disperatamente racconta la storia allucinante, che urla dell’irreversibile dis-umanizzazione dei suoi simili, che prova a contrastare il nemico silente. Nel medesimo mondo tutto continua a scorrere senza interruzioni anche quando i traumi, i tragici errori, gli incidenti potrebbero ridestare Angelo e le persone che gli stanno (in)volontariamente accanto. I Virno ora sono i Mogliano, ma la memoria non fa il suo lavoro, chi si è perso non sarà trovato perché non verrà cercato.

Il medesimo mondo è una storia di silenziose sopraffazioni, di dolori repressi, di violenze che il più forte esercita sul più debole. E che il più debole lascia che siano esercitate. Vicende nelle quali la parola “resilienza”, quella che oggi sembra obbligatorio utilizzare in ogni contesto, perde di significato, si svuota di quella stucchevole positività: “Teresa – la moglie di Angelo – accende la stufa a carbone, la casa è fredda in inverno. Lo schiaffo che Angelo le ha dato, l’inibizione successiva, la gelosia sempre pronta a manifestarsi le sono sembrate azioni necessarie per arrivare a indossare la divisa della moglie devota; la moglie devota che aspetta il proprio futuro, per gettarselo alle spalle e ricordarlo come un bene prezioso; la moglie devota che, prima di lavarsi, si specchia in camera da letto, nuda, incinta, nello specchio opaco, macchiato da trascurabili chiazze di nero”. Si subisce perché nel medesimo mondo è scomparso il mondo, sono assenti gli altri, c’è solo un’identità che si sposa, che lascia una casa per occuparne e pulirne un’altra, che da un lavoro passa a un altro lavoro per poi dormire e ricominciare a lavorare.
“Cosa si aspetta Angelo dalla figlia? Che riesca a trovare un fidanzato, un fidanzato che la sposi, un marito con cui avere figli, un nipote cui dare il nome del nonno. Angelo si aspetta che Roberta lo curi quando sarà vecchio, che pulisca la casa […]. Da un figlio maschio, Angelo avrebbe avuto l’eternità del cognome, l’illusione di vivere oltre la propria morte, ma Angelo è pragmatico: tra l’eternità e un paio di mutande pulite, iniziamo dalle mutande!”. E così, in questa distopia che trova nel passato, e non in una vaga predizione del futuro, il malessere dell’esistente, arriva Roberta che a diciotto anni “è ormai abbastanza saggia per sapere che ciò che desidera può derivare solo da un misto tra calcolo e indifferenza. Tutto il resto è un contorno, così come l’affetto di circostanza per i parenti e l’impazienza di un eventuale matrimonio che la liberi da loro”.

da minima&moralia pubblicato venerdì, 22 Gennaio 2021 

di Filippo Polenchi

Il medesimo mondo è una saga letteraria compressa in poco più di 160 pagine. I Virno (singolare che Sabrina Ragucci abbia dato a questa famiglia di nobili decaduti il nome del filosofo Paolo Virno) abitano un immaginario paese del Centro-Sud Italia: prima coltivano tabacco e prosperano, poi la terra, come in Furore di Steinbeck, diviene arida e inservibile, ma non tanto per ragioni ecologiche, quanto per ragioni storiche:

“il Regno d’Italia, lo zelo di funzionari pubblici corrotti e la strategia dei produttori concorrenti hanno compromesso l’economia della famiglia: ciò che l’aveva resa agiata per generazioni sfruttando il lavoro dei contadini, ora la rendeva povera”.

Dall’unione di Giovanna Virno con Mino Mogliano, “uno senza terra”, nasceranno cinque figli: Carlo, Angelo (il preferito della madre), Caterina, Maria e Paolo. Sarà Angelo ad assumere, per un tratto, il ruolo di protagonista della storia, fin da quando, dodicenne, ma già indisponibile a imparare il mestiere del padre (il falegname), a studiare, perfino a imparare il dialetto, come forma suprema di respingimento identitario, sarà protagonista di una tragedia sfiorata. Infatti, il ragazzo, lasciato solo in casa, prima si ubriaca di vino per gioco, poi si lascia scivolare dalle mani il neonato Paolo mentre lo sta facendo volteggiare per i polsi. Il piccolo cade oltre il balcone del terrazzo, ma, anziché sfracellarsi al suolo e morire, cade in una cesta di panni dimenticata dabbasso.

Alla tragedia sfiorata seguiranno altre disgrazie, tragedie e crudeltà: il passaggio dei Virno-Mogliano lungo l’arco del Novecento è un passaggio doloroso, eppure anestetizzato. Dolore e amore sono parole interscambiabili, senza valore. La sola parola che conta davvero sono “i soldi”.

L’esordio letterario di Sabrina Ragucci è soltanto una delle possibili realizzazione dei suoi percorsi artistici: il romanzo potrebbe essere un’installazione o potrebbe essere una variazione sul tema – e sul linguaggio – che predilige, cioè la fotografia. Ragucci, infatti, è soprattutto una fotografa: ha partecipato a numerose mostre, lavora molto sul paesaggio, scrive sul “Manifesto” e collabora a vari progetti (con il compagno Giorgio Falco ha pubblicato molti lavori icono-testuali, fra i quali il memorabile Condominio Oltremare dell’Orma, nel 2014 e del 2020 sono le sue le fotografie che formano le sequenze visive del romanzo di Falco Flashover, pubblicato da Einaudi).

Tuttavia, è bene esser chiari fin da subito: la visualità del Medesimo mondo non è di superficie. Siamo dalle parti, semmai, di una pulsione scopica, un comandamento inconscio a guardare. Come ricorda l’autrice, il romanzo è costruito attraverso il passaggio da una “scatola opprimente a un’altra scatola opprimente”. La claustrofobia dei sentimenti (glaciali, imperscrutabili: al massimo si possono descrivere, ma non spiegare, né tantomeno capire), degli ambienti, dei paesaggi (stretti tra gole e vallate, oppure aridi, depressi, impoveriti) arresta ogni possibile progressione narrativa; si azzera cioè non il dipanarsi di una vicenda, che invero avanza a ritmo uniformemente elevatissimo, ma la mutazione che ci aspetteremmo nei destini e soprattutto nelle anime dei personaggi.

Nessuno apprende niente, nessuno comprende niente. Quello che possiamo fare è continuare a guardare. L’idioma letterario che Ragucci si è inventata per raccontare la storia dei Mogliano è come un occhio che vede tutto e lo commenta: registra e ci fa capire che quello che stiamo leggendo è una finzione; eppure, con la sua implacabilità, ci rende complici delle efferatezze, del nichilismo borghese di Angelo, del mantra del denaro, dei desideri piccoli e consumabili, dell’indifferenza, della crudeltà che animano i personaggi. Spesso l’autrice ha citato il regista austriaco Michael Haneke come referente di questo dispositivo ‘omni-scopico’ (più che onnisciente), il cineasta tardo di Happy end (un ritratto di famiglia dominato dai telefonini del 2017). Sarei più propenso ad avvicinare, seppur con le dovute differenze, Il medesimo mondo a Funny games, la pellicola a metà tra horror e home invasion del regista austriaco del 1997. Anche in quel film, all’apice dell’orrore, il nastro si riavvolge letteralmente: quello che abbiamo visto finora, tutte quelle torture sono una finzione; il film si auto-commenta, mettendosi a nudo, per dircelo. Eppure, siamo stati ‘complici’, a nostro modo, dell’assedio e del sadismo dei due maniaci vestiti di bianco; scegliendo di non interrompere la visione del sangue abbiamo scelto di continuare a guardare, preda della pulsione scopica, forse assuefatti alle atrocità catodiche, forse perfino desiderosi di vederne altre. Anche la voce del Medesimo mondo svela se stessa e così dovrebbe tenerci a una prudente distanza critica dalla materia tagliente di cui tratta. Invece, come gli spettatori di Haneke, non riusciamo a tirarci fuori dall’abiezione e dalla miseria che Ragucci mette in scena, semplicemente perché è la nostra miseria, sono le nostre passioni tristi.

Ma se manca la trasformazione nei personaggi, mancano anche la capacità e il desiderio dei personaggi di trasformare il mondo. Angelo, “l’uomo nuovo”, è una parodia molto chiara dell’Angelus Novus di Walter Benjamin, quell’angelo della storia che gli fu ispirato dall’omonima tela di Paul Klee. Se l’angelo benjaminiano era sospinto verso il futuro da un vento impetuoso, pur rimanendo con lo sguardo fisso sulle rovine del passato, sulle macerie “del progresso” che gli s’impigliavano nelle ali, l’Angelo di Ragucci è “è l’uomo nuovo, che non teme di essere incapace”.

L’incapacità di Angelo è quella di un sonnambulo alla Hermann Broch, una specie di inetto storicizzato: un uomo indecifrabile, che avanza in uno stato di veglia eppure inconsapevole come se stesse dormendo, verso un abisso. Ma se l’abisso dei Sonnambuli era la Guerra (sul tema ci tornerà anche Christopher Clark, parlando appunto dell’assurda escalation che portò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale) l’abisso nel quale precipitano i Mogliano è quello della pace: “Quale metodo migliore per allenarsi alla guerra, lavorando per essa in tempo di pace!”. La società non è trasformabile, al massimo si può spremere – come vuol fare Angelo – oppure ce ne possiamo approfittare – ruolo che sarà di Roberta, figlia menomata di Angelo e Teresa, che imparerà presto a sfruttare il suo ruolo di vittima predestinata, “Senti un po’, non è che stai diventando comunista?”, domanda Angelo alla seconda moglie Lia. L’odio anti-comunista dei protagonisti è un odio soprattutto contro un sogno di liberazione dell’uomo, per questo, più che di ineluttabile destino riguardo ai Mogliano è opportuno parlare di complicità. Questo è un punto cruciale che torna spesso nella produzione artistica di Sabrina Ragucci. Quanto si è complici di un sistema? Lo sguardo dell’autrice perlustra quella “zona grigia” di cui parlò Primo Levi: l’area del collaborazionismo, dell’indifferenza colpevole. In questo senso Il medesimo mondo si avvicina molto alla Gemella H di Giorgio Falco: in entrambe le opere le filiazioni tra ideologica fascista e ideologia consumista sono tracciabili.

Cos’è allora il “medesimo mondo” del titolo? Sono l’Italia e la Germania incapsulate l’una nell’altra: entrambe hanno preferito dimenticanza e oblio all’elaborazione del lutto nazi-fascista; l’Italia è un mix tra la Germania “buona” (cioè la Repubblica Federale Tedesca) e la Germania “cattiva” (la Repubblica Democratica Tedesca):

“gli uomini apatici al bar, l’alcolismo, il tabacco di scarto, la povertà, i mobili di compensato, il cibo cattivo, la vita nata deprivata, per la gioia di pochissimi e l’infelicità degli altri. Lia, stravolta dopo le ore di lavoro, parla di un medesimo mondo prima di addormentarsi”.

Eppure, potremmo leggere l’intero romanzo dal punto di vista dell’assente: Paolo. È lui il bimbo che nel prologo rischia la morte, ma, biblicamente, cade su un cesto di panni dimenticato quattro metri più in basso. Da quel momento gli zii Luigi e Ada, dopo un contenzioso in tribunale, lo prenderanno in affidamento: “Il compito della famiglia è assicurare un avvenire ai figli. Il giudice non usa la parola amore, soltanto avvenire, come se il passato e il presente non esistessero”.

Paolo, che diventerà geometra dirigente di una “qualsiasi Regione italiana”, il cui futuro sarà illustrato da poche elusive informazioni, è l’avvenire che è scivolato dalle mani dell’Angelus Novus. Ora Angelo è solo un’illusione di futuro, una promessa inesigibile: un avvenire-non-venuto. È come se tutta la ‘saga’ dei Mogliano si svolgesse su una tempolinea errata, in una piega distorta di un futuro alternativo. Solo che quell’alternativa è il nostro quotidiano, il migliore dei mondi possibili.

di Mario De Santis

https://www.huffingtonpost.it/entry/il-caso-dellincendio-al-gran-teatro-la-fenice-di-venezia-in-un-libro_it_60018efac5b6ffcab963b8c3

Parlare di “Flashover” di Giorgio Falco con fotografie di Sabrina Ragucci (Einaudi) non è facile perché si tratta di un testo che sfugge alle classificazioni, con la presenza delle foto a dare moto centrifugo a una “rinuncia al romanzo” esplicitata.

La scrittura si concentra sui fatti, ripercorrendo la singola vicenda, dell’“incendio a Venezia” del Gran Teatro La Fenice che fu causato dall’azione di due persone. Questo evento, tuttavia, diventa nel libro parte di un conglomerato di realtà, interconnesse ad altri fatti, che creano una sorta di zona di senso di tutta un’epoca (tra i ’90 in cui accadde e l’oggi).

Falco partendo dalla vicenda criminale, procede per episodi, riflessioni, divagazioni, allusioni, connessioni che chiamerei allegoriche. Esplora il materiale dei verbali d’inchiesta, ma poi mostra un più ampio ‘incendio del capitale’.  Falco è uno scrittore con una sua specifica ricerca che porta avanti libro dopo libro, da anni, dentro la materia e la prosa del mondo, ma a me sembra ragioni con i procedimenti associativi di un poeta. Anche il riverbero semantico della parola del titolo dice di interconnessioni nel sistema di vita produzione lavoro. Flashover nel gergo tecnico dei vigili del fuoco è il punto di non ritorno dell’ignizione.

Dieci anni dopo i fatti, la crisi mondiale del 2007 fu causata dall’enorme numero di prestiti e mutui che furono accesi agli americani, molti erano subprime, a cui furono connessi titoli su cui altri americani investirono. Il fallimento prima di un istituto di credito divenne un incendio totale, in borsa si bruciarono enormi capitali e andarono in fumo i risparmi di molte persone.

Dentro questa semiosfera dell’incendio, del debito e della colpa, sta anche la vicenda della Fenice. Falco fa perno sui fatti accertati dai processi: l’incendio fu appiccato da due elettricisti, Enrico Carella, titolare di una piccola impresa, insieme a suo cugino, Massimiliano Marchetti, dipendente della stessa ditta, perché non erano stati rispettati i tempi del subappalto loro concesso (dalla ditta vincitrice, quella del padre di Carella, Renato, il segno di un familismo amorale dentro quel sistema produttivo).

Carella figlio, per evitare di pagare la penale, già indebitato di milioni (di lire ancora) con parenti e banche, ma non per investimenti nel lavoro ma per comprare macchine e scarpe di lusso, decise di dare alle fiamme il teatro, pochi giorni prima della scadenza, il 29 gennaio 1996, simulando un incidente, per annullare di fatto lavori e scadenze, con la complicità del cugino.

Altre connessioni, casuali, ma che si portano dietro scie di senso: a indagare e scoprire i colpevoli, è il magistrato Felice Casson che aveva indagato già sul neofascismo, su Gladio e strage di Peteano. Le indagini sull’incendio lo fanno passare dal Veneto del neofascismo anni ’70 al Veneto della piccola impresa, anni 80 e 90, dentro cui era nata la nuova destra di stampo leghista. Oppure: i tre minuti di tempo con cui il fuoco della fiamma divenne incendio viene ritrovato in una lunga serie di tempistiche tipiche di performance produttive.

Falco pagina dopo pagina accumula elementi e tira fili matassa del reale, al centro è ancora una volta, come per altri libri precedenti, la realtà e l’immaginario intorno al lavoro. Carella è solo un elettricista ma si fa imprenditore solo per la regalia paterna del subappalto, a lui interessa “fare i soldi” più che fare cose, ama soprattutto spendere, oltre le possibilità è una nuova razza padrona Falco la osserva e ne restituisce l’identikit profondo, dove resta l’enigma della banalità del gesto dalle conseguenze enormi (oltre cento miliardi di danni).

A quello alludono anche fotografie sparse nel testo, dove c’è un corpo anonimo, maschile che indossa una maschera banalmente simil-carnevalesca, anonima, di fattura cinese. La maschera enigmatica del vuoto sociale dietro un mondo, un sistema che dalla piccola impresa dei Carella tiene i fili con il sistema del Capitale mondiale.

Il Flashover del sistema può e deve essere compreso tuttavia come fanno i periti durante le indagini (il loro lavoro anonimo e colto, al servizio della verità è l’opposto anche etico dell’ideologia degli sghei dei Carella) che ricostruendo con esattezza scientifica i tempi di ignizione, capiscono che i colpevoli erano tra chi lavorava dentro il teatro.

Flashover, come scrive Falco, “identifica la nostra condizione contemporanea” dentro cui stanno tante cose collegate a questa singola gioventù bruciata nel consumo e nel danno di Carella – ma non ribelle come nel film di N. Ray, non quella dei poeti incendiari futuristi che volevano bruciare Venezia. Carella si adegua, l’implosione è nel debito e nel consumo eccessivo, per il resto è figlio soccombente davanti al padre (vero “Padrone”). Fare ditta per lui è status è maschera sociale, come a MBW, le scarpe costose, di fronte ai pari. Assume il suo parente sfortunato (e diventa “cugino padrone” come Falco lo chiamerà per tutto il libro con ossessività quasi comica) ma per vantarsi della misera nobiltà che è il fare ‘ditta’. In verità, alla fine, è di fatto un raccomandato, che ottiene vantaggi solo per familismo, e non sa né vuole lavorare.

Del lavoro da muli del Nordest, che dà tanti sghei, Carella junior vuole solo gli sghei. Nell’ingordigia del consumo e del prestito insolvente, prepara il terreno alle macerie del capitale globale del 2007, indifferente alla storia della sua gente, di cui sfrutta i risparmi (genitori, ma soprattutto fidanzate multiple con un singolare casanovismo bamboccione e parassita). La sua fuga finale prima della cattura nel puerto escondido della mediocrità occidentale di Cancun è segno di una dismissione, nella vita in vacanza, a specchio di una vacuità umana radicale dentro cui il flashover che genera rovina è sempre in agguato, in un’epoca che sembra aver bruciato i ponti, sia avanti che dietro di sé.

Intervista a Giorgio Falco

gennaio 17, 2021

Giorgio Falco
“Flashover”
Incendio a Venezia
Fotografie di Sabrina Ragucci
Einaudi Editore

https://www.einaudi.it/

Quando l’incendio si spegne, Flashover è il libro per capire il mondo che resta.

Per l’intervista cliccare qui:

La sera del 29 gennaio 1996 un incendio illumina il cielo di Venezia: il teatro La Fenice brucia. L’incendio è stato appiccato dal titolare di una piccola ditta in ritardo sulla fine dei lavori per il restauro del teatro. Giorgio Falco ha scritto un libro che come un incendio illumina e divora il suo oggetto: ricostruzione di una storia vera e sua decostruzione; romanzo di un’ossessione; indagine sul desiderio e sul potere del denaro di trasformare le cose e i corpi; ritratto in maschera degli ultimi quarant’anni di storia italiana, autobiografia di tutti.

Enrico Carella, tra le 20.40 e le 20.45 del 29 gennaio 1996, con la complicità del cugino e dipendente Massimiliano Marchetti, appicca il fuoco alla Fenice di Venezia. Carella era il titolare di una piccola ditta che aveva ottenuto il subappalto per alcuni lavori elettrici nel restauro della Fenice (il capocantiere dell’azienda appaltatrice era suo padre). Carella (d’ora in poi il cugino padrone, «in minuscolo, (…) in maiuscolo sarebbe un personaggio unico, con la pretesa di concentrare su di sé le caratteristiche di tutti gli altri cugini padroni esistenti») era in ritardo sulla consegna dei lavori: avrebbe dovuto pagare una penale che non sarebbe mai stato in grado di saldare. Il cugino padrone conduceva una vita al di sopra delle sue possibilità, una vita che coincideva con l’immagine che aveva di se stesso ma non con le finanze di cui disponeva. Decide di appiccare un incendio: un incidente nel cantiere avrebbe rimandato la chiusura dei lavori. È l’innesco che provocherà la completa distruzione della Fenice. «C’è qualcosa di malinconico in ogni flashover su cui incombe la distruzione: la distruzione portata da se stesso, la distruzione di se stesso». Il flashover identifica il momento di transizione tra un incendio in crescita e un incendio nella sua fase matura: la temperatura è altissima e uniforme, il fuoco ha raggiunto la totalità delle superfici disponibili, tutto brucia all’unisono. Giorgio Falco ha scritto un libro che come un incendio illumina e divora il suo oggetto: ricostruzione di una storia vera e sua decostruzione; autobiografia di tutti, ritratto in maschera – e di una maschera – degli ultimi quarant’anni di storia italiana; romanzo di un’ossessione; iconotesto in cui le fotografie inchiodano le parole, in un autentico controcanto che brucia sotto traccia fino all’esplosione finale; interrogazione del denaro, del suo potere distruttivo e seduttivo; indagine sul desiderio, il desiderio di cose, di possesso, di riconoscimento, ma anche sul suo opposto: il desiderio di oblio, di silenzio, di distruzione. Come la fiamma che costantemente si sottrae, mobile e sfuggente, Flashover è un libro ibrido, che eccede qualsiasi definizione perché coincide solo con se stesso.

Giorgio Falco è nato nel 1967. Il suo primo libro, Pausa caffè, edito nel 2004 da Sironi, è stato finalista al Premio Chiara nel 2005. Per Einaudi pubblica nel 2009 L’ubicazione del bene, con il quale vince il Premio Pisa. Nel 2014 La gemella H vince, tra gli altri, il Premio Mondello Opera Italiana, il SuperMondello e il Premio Volponi. Nel 2014 esce per L’orma editore Condominio Oltremare (con Sabrina Ragucci) e l’anno seguente Sottofondo italiano (Laterza). Del 2017 è Ipotesi di una sconfitta (Einaudi), con cui vince il Premio Pozzale Luigi Russo 2018, il Premio Napoli 2018, il Premio Biella Letteratura e Industria 2019. Nel 2020, per Einaudi, esce Flashover. Incendio a Venezia.

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IL POSTO DELLE PAROLE
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Maschere tra le fiamme

gennaio 11, 2021

di ANTONIO TRICOMI (da Fata Morgana)

Flashover di Giorgio Falco con Sabrina Ragucci

Cosa Flashover non voglia essere lo lascia intendere l’autore stesso: «Né romanzo, né racconto, né saggio, né novella, né poesia». E nemmeno, si potrebbe aggiungere, un canonico non-fiction novel. Semmai, esso ha qualcosa dei gesti dadaisti (tant’è che Tzara è citato in epigrafe) o delle performance della body art. Non per nulla, le lasse in prosa di varia estensione, dal cui “montaggio concettuale” scaturisce il libro, sono contrappuntate da una serie di fotografie che si devono a Sabrina Ragucci e nelle quali, ma sempre in maschera, Falco compare messo a nudo. Sì da potersi rendere effige dell’intenzione che l’ha guidato nella stesura dell’opera: convertirsi in un anatomopatologo – non diversamente dai propri oggetti d’indagine però defunto – per proporci un’istallazione in tutto simile a un’autopsia condotta sui nostri corpi ormai privi, a parer suo, di vita. Presentarci insomma non una ricognizione forzatamente incattivita, ma una rigorosa perizia legale del nostro tempo esanime.

E farlo attenendosi ai foschi eventi che lo segnano: preoccupandosi di «entrare nei fatti» e di «usare l’archivio per edificare una scrupolosa congettura, una concatenazione di ipotesi, supposizioni basate sempre sui fatti» (Falco 2020, p. 10). A livello per così dire epidermico, i fatti in questione e ricostruiti per noi sono, in Flashover, quelli che, il 29 gennaio 1996, condussero all’incendio del Teatro La Fenice di Venezia. Appiccato, con la complicità di un cugino suo dipendente, dal titolare di una piccola ditta in grave ritardo sulla consegna degli impianti elettrici finanziati durante il restauro del plesso. E quindi, da un parvenu in disgrazia che il testo ritrae alla stregua di «un nuovo tipo di padrone», esclusivamente impegnato a «fare soldi, divertirsi, consumare di più, consumare divertimento, lavorare poco, di meno, meno degli altri, di tutti». Ligio, in altri termini, a quel «culto dell’imprenditoria vincente» in grado, negli anni novanta del secolo scorso, di imporsi quale prova definitiva, a distanza ormai di tempo dal boom economico vissuto dalla nazione, dell’avvenuto «passaggio dalla civiltà contadina alla civiltà della fine del lavoro». Pur senza cancellare, in quest’ultima, un’«ideologia del lavoro» tuttavia scremata di qualunque istanza emancipatrice. Resa la parassitaria ancella prediletta di una onnipervasiva «ideologia tossica» pronta a celebrare «un purissimo consumo idolatrico», cioè «l’essenza del capitalismo contemporaneo» (ivi, pp. 85-86).

Sicché la combustione della Fenice diventa una sorta di simbolico spartiacque tra due distinte fasi del dominio capitalistico. E questo, proprio in quanto causata da un immiseritosi suddito, fra i tanti, di un’era restia ad educare i suoi figli «all’insuccesso, alla sconfitta». Da uno scialbo sicario, rispetto ad altri solo più patetico, di un comune sentire in alcun modo propenso a giudicare quantomeno degni di stare al mondo i non pochi losers incapaci di produrre e di accaparrarsi sempre nuove risorse da dilapidare poi senza sosta, nell’illusione di poter vivere sino «alla fine dei soldi che non finiscono mai» (ivi, pp. 86, 113). Per un verso, quell’incendio costituisce cioè, per Falco, il fisiologico approdo apocalittico di una civiltà religiosamente fondatasi, per lustri e lustri, su una specie di morbosa dialettica tra «Schuld colpa morale» e «Schulden debiti monetari». Sul principio in base al quale esistere «significa Schuld e Schulden: indebitarsi, appiccare il fuoco, indebitarsi, vivere». Implica insomma, in ciascuno, l’ansia di «perseguire una forma di devozione, di indebitamento fine a se stessa», accettando l’idea che «il tempo destinato all’estinzione dei debiti» contratti, ossia il tempo impiegato nel vano tentativo di purificarsi dal proprio peccato originale di imperfetta macchina da soldi, coincida, per sé e per tutti, «con il tempo della vita».

Quella di ogni singolo «uomo colpevole, rinchiuso dentro la propria libertà indebitata, dentro il vuoto di una mancanza irrisolvibile». Certo. Ma anche la vita dell’intero ingranaggio economico, dato che l’incalcolabile «somma di debiti» infaticabilmente accresciuta dal sistema tutto «si accorpa» in ciascun individuo, espropriandolo di sé, convertendo il denaro nel suo «nucleo invisibile, indistruttibile», persuadendolo di essere una tessera intercambiabile tra le tante altre parimenti richieste di morire, cioè di perdersi in un’«inesauribile tensione distruttiva e autodistruttiva», pur di garantire l’eterno trionfo del capitale. Che, del resto, appunto in tal maniera si afferma e riproduce se stesso: «Di crisi in crisi, di astrazione in astrazione, sfruttando la propria rigenerazione patologica» e valorizzando il suo intrinseco darwinismo sociale. L’atroce capacità di rendere ogni corpo «il luogo del denaro» e, al contempo, lo spazio «che quel luogo contiene»: uno smaterializzato, frammentato «contenitore contenuto» (ivi, pp. 153-157, 163).

E Falco non dubita che il dinamitardo incancrenirsi di siffatta logica in chiusura dello scorso millennio sia stato anche l’esito di un ventennale smantellamento di quelle politiche socialdemocratiche comunque orientate, almeno in Italia e nell’Europa occidentale, a flettere la modernizzazione capitalistica (rilanciata o avviata al di qua della cortina di ferro dopo la fine del secondo conflitto mondiale) in direzione di forme, pur spesso insufficienti, di equità sociale o di benessere realmente garantito a un numero via via crescente di individui, ammessi nei ranghi di un ceto medio a sua volta sempre più esteso. Ragion per cui, le fiamme divampate alla Fenice gli si rivelano anche lingue di fuoco pronte a «bruciare tutto ciò che è stato costruito nel Dopoguerra». E a farlo potendo quasi contare sul tifo di quella porzione di piccola borghesia italiana, e occidentale, fin da allora sulla via dell’impoverimento, dunque risentita, o se non altro spaventata all’idea di non dover attendere ancora molto «prima di arrivare al flashover irreversibile» (ivi, pp. 145, 52, 133).

Tanto più che, già nel testo che dava il titolo alla raccolta di racconti L’ubicazione del bene (2009), l’autore aveva provveduto a tracciare un quadro simile. Dipingendo l’Italia di inizio millennio, e per sineddoche la civiltà occidentale tutta di quegli anni, come uno «zoo» da intendersi quale «sogno infranto non solo del paradiso terrestre, quanto di un modello economico di controllo e solidarietà». Al pari cioè di un mondo nel quale, esauritasi quest’ultima, altro ormai non restavano che pratiche di disciplinamento a tal punto asfittiche da trasformare le nostre in normalizzate società di anestetizzati animali in gabbia (Falco 2009, p. 37). Da altra prospettiva, la colonna di fumo levatasi su Venezia un quarto di secolo fa, o poco meno, per Falco è però anche un metaforico preludio a quella drastica evaporazione del denaro dalle tasche di molti cittadini che, nel battezzare il nuovo millennio, ci ha messo via via di fronte a evidenze divenute oggi non più minimizzabili: l’ormai cronico assottigliamento del ceto medio, la contrazione dei diritti per massicce schiere di individui, la concentrazione di un’impressionante ricchezza in poche mani. Tutti processi che, accompagnati dalla crescente legittimazione politica di sovranismi e populismi di varia genia, hanno finito col rendere ancor più palese quella che l’autore ritiene la natura in sé totalitaria della sovranità capitalistica.

In un suo pamphletSottofondo italiano (2015), Falco spiegava di essersi sentito sempre «circondato», lui che è nato nel 1967, non soltanto da un sovversivo «neofascismo» armato finanche in grado di infiltrarsi in ogni anfratto dell’incompiuta democrazia vigente in Italia, ma soprattutto da una maggioranza di connazionali «pronta al dittatore» (Falco 2015, pp. 11-12, 17, 23). Nelle pagine di Flashover, egli torna sì a rinvenire, in quella degli italiani, un’antropologia inguaribilmente fascista, a parer suo confermata, per esempio, dalla loro disponibilità ad accettare che nel Paese si trovino «strade intitolate a Giorgio Almirante» (Falco 2020, p. 99). Ma una simile annotazione gli serve appunto per descrivere il nostro come lo spicchio di un intero Occidente vieppiù sottomesso a un potere assoluto, quello del capitale, capace di affermarsi perché abile ad azzerare la possibilità stessa dell’autocoscienza individuale in ciascuno dei propri sottoposti.

Da quando quel dominio ha avuto inizio, e finché esso perdurerà, ad abitare le società schiacciate dalle sue rapaci logiche non potrà che essere, per Falco, colui che, nella Gemella H, egli definiva – riferendosi ai manifesti realizzati negli anni venti del Novecento da un acclamato cartellonista – «l’Uomo di Lenhart». Cioè una specie di ameba per la quale «il mondo è un soffitto di soldi» e un’«astrazione»: un insieme «di regole e numeri distanti dalla realtà». C’è solo da mostrare «obbedienza» verso tutte quelle «procedure» che, «autorità senza volto», stabiliscono gli invalicabili «limiti» dell’esistenza concessa a ciascuno. Occorre uniformarsi al sistema «senza entusiasmo ideologico», ma anche senza percepire «nostalgia per la libertà». Ogni cittadino è richiesto di confermarsi «privo di interessi significativi, incapace di provare sentimenti personali, adattato a una vita fondata sull’indifferenza» (Falco 2014, pp. 95, 98, 103-104, 110).

In Flashoverquesta stessa caricatura di individuo – il che vuole anche dire: ciascuno di noi, qui e ora – è descritta come un volto «addestrato e spossessato di sé» fino al punto di modellarsi su una maschera, ossia sulla «vera superficie», ormai, «dell’essere umano». Su una smorfia imbalsamata che, non rivelandosi «sottoposta al mutare della mimica facciale» e liberando da ogni sua comunque «falsa personalità» il viso, permette a quest’ultimo di non sprofondare in quel «vuoto infinitesimale» che sussiste tra sé e la propria stereotipata immagine artefatta – un vuoto che continua ad essere «un abisso riempito, da molto tempo, con il denaro» –, ma di scavalcarlo per aderire totalmente a siffatti lineamenti innaturali e cancellarvisi. In sostanza, per tumulare la propria morte dietro una barriera incline a trasformarlo in «teschio». A rendere cadavere qualunque soggetto obbligato a sentirsene feticcio (Falco 2020, pp. 165-167).

Offrendocisi ridotto a maschera, nelle diverse fotografie che campeggiano in FlashoverFalco ci chiede allora di riconoscere, in lui, la controfigura di ognuno di noi. Salme ambulanti in una società nella quale tutte le cose tendono a mutarsi non in «rovine», cioè in una «testimonianza del tempo, prima che il tempo fosse sottomesso al capitale», o in resti di civiltà non prodotte da tale despota, bensì in «macerie», ossia in «un accumulo di produzione, inutilizzo, incuria, inerzia, inattività, spreco, abbandono, distruzione» che aspira ad azzerare ogni memoria, e l’intera storia, per imporsi quale eterno presente, per favorire l’«oblio». E che s’incarica di cancellare la tradizione e finanche la possibilità stessa dell’arte.

Presentarcisi col volto innaturalmente deformato in un ghigno è perciò il modo, scelto da Falco, per ricordarci che nessun autore in attività, o del passato, può ormai più pensarsi, o essere percepito, come l’artefice di beni in condizione di sottrarsi, invalidandolo, a un simile processo di annichilamento dell’umano, del vero, del giusto, persino del bello (ivi, pp. 78-79). D’altro canto, se un frustrato ha scelto di dare alle fiamme proprio La Fenice, lo ha fatto, a ben vedere, anche perché braccio armato di un’epoca non più incline a tollerare il contatto con l’accecante verità etica espressa dalla «bellezza» e invaghitasi, viceversa, dell’«immondizia». Non più disposta a intendere il tempo come un divenire, ma pronta a sminuzzarlo in «piccole frazioni» concatenate: ciascuna della durata di tre minuti – quelli sufficienti a svolgere una qualsiasi «prestazione» generica richiesta dal capitale – ed eletta a «frammento produttivo di un tempo ciclico, arroccato su se stesso, il tempo della produzione» di ricchezza, gesti, opinioni e merci, di torti, disparità, flagelli e morte. Un’epoca che minaccia di degradare «il futuro» a «una preistoria terminale» (ivi, pp. 52, 136-138, 173). Sempre che a ciò essa non si sia già ridotta.

Riferimenti bibliografici
G. Falco, L’ubicazione del bene, Einaudi, Torino 2009.
Id., La gemella H, Einaudi, Torino 2014.
Id., Sottofondo italiano, Laterza, Roma-Bari 2015.

“Qui la letteratura, nella ricostruzione meticolosa di un fatto di cronaca (l’incendio della Fenice a Venezia), si traduce in una prosa antiromanzesca, tesa e quasi dispersa nelle proprie macerie come il teatro andato a fuoco, soprattutto scandita da un ritmo percussivo omologo al ritmo inesorabile dell’esistenza contemporanea”.


Il fuoco è divampato in una stanza che ora non esiste più. Se si guarda la facciata del Gran Teatro La Fenice, stando in mezzo al piccolo e trafficato Campo San Fantin, in alto a sinistra, dietro a quell’abbaino dai balconi verdi c’era il ridotto del loggione. Lassù, nei «soffittoni», come venivano chiamati, si custodivano le scenografie, ora al sicuro nei magazzini della Giudecca. La ricostruzione ha aperto tutto, creata una doppia altezza che permette di montare tre allestimenti in contemporanea, cosa prima impossibile. Il luogo dell’innesco non c’è più.

Di fronte al Teatro, invece, ci ritorniamo con Giorgio Falco. Lo scrittore lombardo ha appena dato alle stampe “Flashover” (Einaudi, pagg.190) qualcosa più di un pamphlet, potremmo dire un libro ibrido, un non-romanzo o un fuori-cronaca. Falco ricompone i resti del teatro seguendo i passi dei due incendiari, Enrico Carella, il giovane veneziano titolare di una ditta di impianti elettrici e il cugino Massimiliano Marchetti. Il «cugino padrone» e il «cugino dipendente», come li battezza Falco. Carella, impegnato nel suo primo subappalto, già indebitato e pure in ritardo coi lavori e per questo spaventato dalla penale che sarebbe scattata. 

«La cosa che mi ha colpito fin da subito è la sproporzione tra la somma che avrebbe dovuto pagare per il ritardo e il valore enorme dei danni provocati dal suo gesto». E’ da quella prima incredulità che Giorgio Falco prende le mosse. Eppure, l’incendio resta quasi una voce fuori campo, perché lo scrittore da quelle fiamme dipana in realtà un ritratto spietato del paesaggio d’impresa, la sua antropologia, il suo immaginario arso. Una tavola anatomica del neoliberismo, che all’epoca dell’incendio spiccava le ali. Subappalti e Bmw, poca morale e tanti debiti, in mezzo a una folla di furbi e incoscienti, impresari amorali e personaggi sprovveduti e cialtroni o bugiardi.  

L’incendio della Fenice segna davvero un prima e un dopo. Di lì a poco Venezia si sarebbe riposizionata come capitale internazionale del contemporaneo e intanto si vestiva a festa per diventare una giostra incontrollabile di turismo, fino a farsi mangiare pezzo per pezzo. Riflette Falco: «A distanza di tanto tempo, potremmo dire che non sia stato un incidente, un evento che genera un trauma, ma un semplice fatto doloso che ha permesso a un ingranaggio più grande di funzionare. Mi interessa il piccolo male quotidiano, non il grande male». 

La sera del 29 gennaio 1996 verso le 20 i due sbucano dalla portineria, fingendo di telefonare alle fidanzate. Aspettano che gli ultimi escano e allora risalgono al piano superioreSanno cosa fare. L’ora è tra le 20.40 e le 20.45: il cannello della fiamma ossidrica è acceso tra un mucchio di vernici e solventi. I primi a rendersene conto sono due poliziotti di ronda e i camerieri del Ristorante Antico Martini a fianco dell’ingresso. Nel frattempo, i due incendiari si dirigono al Lido, e intanto alle loro spalle le fiamme divampano a grande velocità, mangiandosi il Gran Teatro e minacciando i palazzi vicini. La città d’acqua prende fuoco e si rende conto di non avere acqua per spegnerlo poiché i rii adiacenti sono in secca. L’incendio sancirà un prima e un dopo anche per dotarsi di una rete di sicurezza urbana, allora inesistente.

Scatta il flashover: «E’ il termine tecnico che indica lo sviluppo completo e irreversibile di un incendio, soprattutto all’interno di un luogo chiuso. La temperatura è altissima, uniforme: tutti gli elementi bruciano all’unisono, è il momento di labile stabilità nel picco massimo di distruzione». E’ su quel lasso di tempo che lo scrittore aziona una macchina narrativa in cui la cronaca e la fiction sono strappate in mille digressioni, «come lapilli e strepiti», dice lui, compresi stralci tecnici, processi chimici, micro-saggi, rimandi letterari e cinematografici, dati e riflessioni filosofiche sul senso di una fiamma. E lo affianca a un apparato fotografico, sorta di ipertesto visivo, firmato da Sabrina Ragucci. «Una scelta stilistica, poetica, politica, etica – la definisce – perché la letteratura deve interrogarsi su come si possa raccontare oggi una storia in modo nuovo, soprattutto se è una storia vera». Il flashover avviene tra le 21.15 e le 21.18. Tre minuti, che poi è il numero magico del capitalismo contemporaneo: «Tre minuti è la durata media di una canzone; è il tempo concesso per guardare il panorama con un cannocchiale a moneta; è il tempo massimo richiesto ai lavoratori di Starbucks per servire caffè e dolcetti ai clienti; è il tempo richiesto da Amazon ai fattorini italiani per effettuare una consegna; è anche il tempo pubblicizzato per il rimedio del riflusso o per un famoso analgesico; un’ora ha senso in quanto contiene venti potenziali porzioni da tre minuti». Di più: «Secondo Steven Weinberg, Nobel per la fisica nel 1979, nulla di particolarmente significativo è accaduto dopo i primi tre minuti della storia dell’universo. Insomma, è come se il neoliberismo applicasse la teoria di Weinberg a ogni aspetto della nostra vita, per farsi credere inevitabile e naturale». Ecco, continua lo scrittore, che ha interpretato il personaggio mascherato del lavoro visivo di Ragucci, «ho indagato anche il mio corpo, lo spazio infinitesimale tra il volto e la sua maschera. Là ho trovato il continuo principio di incendio, il desiderio che sorregge le nostre vite e che, a volte, giunge fino al flashover». Allora torniamo di fronte al Teatro e guardiamo in alto, a sinistra, verso l’abbaino verde.

di Sandro Campani

– Luigi, sentivi la neve? Ti vedo sbalestrato.
– Sto pensando a “Il medesimo mondo”, di Sabrina Ragucci, Bollati Boringhieri 2020.
– E cosa succede?
– Che cosa succede nel libro, meglio di me te lo dice Giulia Sarli, su @La balena bianca. Sono le vite, riassunte e illuminate nel loro destino particolare, eppure irrimediabilmente schiacciate su un destino comune, e infine inchiodate a funzione, di alcuni membri di una famiglia italiana, presumibilmente del Sud, emigrati per un certo tempo in Germania nella seconda metà del 900. A me succede che sono sbalestrato.
– L’avevo visto, l’articolo, l’ho anche postato l’altro giorno; parla di realismo claustrofobico, e di straniamento.
– Sì, lo straniamento; la qualità ghignante, crudele della voce (entrambi gli aggettivi sono inadeguati – hai l’impressione di essere tu ad attribuirli a questa voce, che entra ed esce, che porta al tuo cospetto i personaggi quasi tirandoli per le orecchie e poi con una pacca sul culo li rimanda via, e così facendo ti impedisce l’immedesimazione: non ti è possibile compiangerli, non puoi evadere dalla cattura; non è che la preda si sollazzi attribuendo un tono al cacciatore che la incastra).
Hai presente no come si dice, come il gatto col topo, quando sul pianerottolo davanti all’ingresso di casa mi guardi giocare con un topo che ho portato, illuderlo di rifiatare, di recuperare, di poter scappare, persino, stordirlo, farlo volare in aria, stancarlo fino al punto in cui si arrende all’idea di morire; ma se la sua resa arriva troppo presto, un po’ seccato dalla sua rinuncia al gioco lasciarlo tramortito ancora un po’, semplicemente fissandolo, fingendo distrazione, addirittura; lanciarlo in aria, un altro po’; sventrarlo. Tu mi guardi con raccapriccio, eppure sono io, fra poco mi terrai in braccio: e non mi fermi perché sai che questa è l’esistenza, come accetti che continui e si perpetui. Sono il tuo gatto puccioso.
– Vuoi dire che in questo romanzo è lo stesso?
– È terribile com’è semplice il mondo. Come una cosa ne genera un’altra, inesorabilmente, e quell’altra un’altra, inesorabilmente, e un’altra ancora. Il motivo ce l’hai sotto gli occhi e intorno, ogni azione dei personaggi lo dimostra, lo conferma, non ne esce. È il nostro mondo, così come l’abbiamo voluto. Ma non lo pronunci. Sai che se lo dicessi davvero, crollerebbe tutto; l’Italia, la Germania, la campagna, i palazzoni, i soldi, i matrimoni, le botte.
Straniamento in questo caso vuol dire anche giocare con il melodramma. Sai cosa mi è tornato in mente? (Non so neanche se mi piacerebbe rivederla, o se rivedendola la troverei patetica, chissà): quella scena de “La meglio gioventù” in cui un poliziotto si suicida a mezzanotte buttandosi dal balcone di famiglia durante il cenone di capodanno.
– E a me è venuta in mente Agota Kristof.
– E a me certi oggetti inspiegabili, dalle forme pungenti (non solo al tatto: pungono gli occhi) e insieme razionali, incontrovertibili, che stanno sulle scrivanie dei dottori, come fermacarte.
L’odore dei detersivi, le luci di un mondo squadrato, programmato, dove hai paura a tenere gli occhi aperti, e devi tenerli aperti. Tieni gli occhi aperti!
– Fa male.
– Tieni gli occhi aperti! Guarda l’uso del presente, e di un narratore che invade sguaiato una pagina che per contrasto è disossata; l’uso dei punti esclamativi, da imbonitore raggelante in fotogrammi da film muto; il suo apparire e scomparire, il suo spostare di continuo la distanza, che non è una dimostrazione di bravura ma un mezzo, nient’altro: non potendoti immedesimare in nessuno, sei dentro; leggi la vita com’è costretta a svolgersi.
– Fa male.
– Tieni gli occhi aperti! I ghiaccioli appiccicosi caduti a terra prima di consumarli, le cancellate, il lavoro sfiancante, i silenzi, gli appartamenti; violenza, pulizie, televisione. Fabbrica, medicinali. Soldi.
– È dunque questa, la vita degli altri?
– È la tua.