La prima edizione di questo evento culturale dedicato alla letteratura si svolgerà nei mesi di maggio, ottobre e novembre 2022;  l’obiettivo sarà quello di far nascere storie, raccontare e promuovere Reggio Emilia, il suo territorio e la sua peculiarità nell’accogliere le persone.

Dal 6 all’8 maggio 2022, a Reggio Emilia prende il via il festival diffuso Welcome stories – Questo albergo è una casa, nato da un’idea dello scrittore Piergiorgio Paterlini – che ne è il curatore e il direttore artistico – e promosso dal Comune di Reggio Emilia con la Fondazione Palazzo Magnani. Welcome Stories ha le caratteristiche di un Festival letterario, di una residenza artistica, di una rassegna culturale ma la sua definizione esatta sfugge perché l’iniziativa è soprattutto un punto di partenza da cui far nascere storie, raccontare e promuovere Reggio Emilia, il suo territorio e la sua peculiarità nell’accogliere le persone.

Sabrina RagucciAlessio Forgione e Loredana Lipperini saranno gli ospiti di questa prima edizione, come si è detto, rispettivamente a maggio, ottobre e novembre 2022. La città, i suoi abitanti e in particolare l’albergo sono intesi come topoi narrativi per l’intreccio di trame e personaggi, luoghi dall’inesauribile potenziale immaginifico, come dimostra la storia del cinema e della letteratura. Welcome stories debutta all’interno di una storica manifestazione culturale della città di Reggio Emilia, il Festival Fotografia Europea e continuerà il suo autonomo viaggio nei mesi successivi.

IL PROGRAMMA DEL PRIMO APPUNTAMENTO – Protagonista del primo appuntamento di Welcome stories è Sabrina Ragucci, artista visiva e scrittrice, autrice del romanzo “Il medesimo mondo” (Bollati Boringhieri, 2020) e della serie “L’alfabeto della distruzione” che dialoga con il testo di Giorgio Falco in “Flashover” (Einaudi). Ha esposto il suo lavoro in numerose mostre monografiche e collettive, in Italia e all’estero: nel 2011 è stata tra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia con “Italian East Coast” (divenuto, in via definitiva, “Condominio Oltremare”). Nel 2012, con Giorgio Falco, ha pubblicato “The Collared Dove Sound” e nel 2014 “Condominio Oltremare” (L’orma). Collabora con diverse riviste on line; scrive di fotografia e arte sul “Manifesto”. Ha insegnato Storia dell’arte e della fotografia, dal 2004 al 2020 ha condotto, con Giorgio Falco, seminari sugli iconotesti.

Sono due gli incontri pubblici che vedranno protagonista Sabrina Ragucci: sabato 7 maggio, alle ore 11, all’Aula Magna di Unimore, a Palazzo Dossetti (viale Allegri) l’autrice sarà protagonista de “Il mondo di sempre”, insieme a Piergiorgio Paterlini e ad alcuni studenti dei quattro istituti superiori reggiani Chierici, Pascal, Motti e Canossa. L’indomani, domenica 8 maggio, alle ore 11, è invece in programma l’incontro “Alfabeti. Tra letteratura e arti visive”: per l’occasione Sabrina Ragucci dialogherà con il giornalista Michele Smargiassi al Laboratorio aperto dei Chiostri di San Pietro.

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Maggio 5, 2022

DA INSTAGRAM DI GIORGIO FALCO: [Ho scritto un pezzo per https://www.theitalianreview.com/lenergia-di-una-moneta/

Si intitola “L’energia di una moneta”, una delle frasi stigmatizzate da Franco Cordelli in un suo articolo per “la Lettura” nel 2014.

Ma questo pezzo non è tanto una risposta con otto anni di ritardo; è una riflessione sulla fotografia, su come trasferire la fotografia in letteratura, sul guardare, sul vedere, su un cannocchiale a gettone, su una foto (che non mi convince, di Luigi Ghirri) e una che mi convince, molto, di Allan Sekula. Buona lettura.]

“E così la mattina dell’11 marzo 2022, più che a Franco Cordelli e ai suoi tacchi, ho pensato a mio padre, alla fine degli anni Settanta, a quando guardavamo assieme il Lago di Lugano alternandoci al cannocchiale, ma in fretta, per non consumare il poco tempo che ci era concesso. Sprecavo una moneta, avevo l’illusione di guardare un pezzo di Svizzera, l’illusione di fuggire, o meglio, di evadere per qualche secondo, almeno con lo sguardo, dall’Italia”. #giorgiofalco#lubicazionedelbene#einaudi#einaudieditore#luigighirri#allansekula#francocordelli

Lettura di Giorgio Falco / Casa Fornasetti

via Bazzini 14, Milano

20 posti disponibili fino a esaurimento

Scrivere a fornasetticult@fornasetti.com

Letture dalle 19 00 alle 20 30

“Grazie alla Centrale dell’acqua Milano per l’invito.

È sempre straniante presentare “L’ubicazione del bene” un libro che ho scritto 15 anni fa, poi pubblicato da Einaudi nel 2009, un libro che non si ristampa più da 12 anni e dal 2010 esiste solo in ebook. 

Ma va bene così, si parlerà anche d’altro.

Per esempio, del fatto che ho edificato Cortesforza, il luogo immaginario de “L’ubicazione del bene”, a poche centinaia di metri dal punto in cui Michelangelo Antonioni ha girato una scena: 

lì, i personaggi intepretati da Lucia Bosè e Massimo Girotti pianificano l’omicidio del marito, in “Cronaca di un amore”.

Ebbene, il luogo di Cortesforza, che esiste ma è anche luogo letterario, rischia di essere distrutto da una tangenziale.

Insomma, peccato che asfaltino davvero, altrimenti non sarebbe male, la distruzione di un luogo letterario…”

18 febbraio 2022 Ore 18

Centrale dell’acqua Milano.

Piazza Diocleziano 5

Ingresso – con green pass – senza prenotazione, fino a esaurimento posti.

Diretta social sulla pagina Facebook della Centrale dell’acqua Milano e sul loro canale YouTube

Giorgio Falco per The Italian Review: “Sono morto per cinque minuti, ha detto Christian Eriksen.”

[Come può, un giocatore considerato lento, compassato, inadatto, non funzionale al calcio italiano e per questo motivo umiliato, ecco, come può aver giocato per sette anni nel campionato di calcio inglese, noto per la competitività e il ritmo forsennato? Perché Eriksen, un calciatore generoso, altruista, intelligente, di qualità, era considerato lento e inadeguato? Quale è la percezione della velocità e della lentezza, in Italia? Qual è la percezione della qualità, in Italia, non solo in ambito calcistico?] GIORGIO FALCO

I primi focolai sono localizzati alle 21, poco dopo il fuoco è ovunque: brucia uno dei simboli di Venezia; brucia per mano di due cugini che stavano lavorando alla ristrutturazione e che sapevano di non poter rispettare i tempi di consegna di Giorgio Falco

Un padre, un figlio. Un appalto, un subappalto. Il padre è il caposquadra dell’azienda che ha vinto l’appalto. Il figlio è il piccolo imprenditore che ha avuto il subappalto grazie all’intervento del padre. Nonostante sia imprenditore, al figlio resterà sempre qualcosa dell’essere dipendente, e ancor di più, qualcosa dell’essere figlio.

Il figlio chiede aiuto non soltanto al padre; chiama anche il cugino, lavoreranno nel cantiere all’interno del teatro. I due cugini, assieme a conoscenti reclutati con il passaparola, devono sistemare alcuni elementi dell’impianto elettrico. Benché sia un subappalto marginale, il lavoro si rivela troppo impegnativo per le capacità organizzative del giovane imprenditore, indebitato a causa delle esigenze aziendali e, soprattutto, per il desiderio di una vita al di sopra delle proprie possibilità: le rate per la berlina tedesca, la vita notturna, il sogno di un’esistenza diversa suggellato dal recarsi nel cantiere impolverato calzando mocassini eleganti.

Essere colui che ho definito “il cugino padrone” comporta la ricerca di identità, e questo ha un costo. Il primo, più evidente, è una locuzione: tempi di consegna. Al plurale, tempi, non tempo; dovrebbe essere, nella testa del cugino padrone, un tempo multiplo, variabile, elastico, frazionato, dilatato. Appunto, tempi. Ma questi tempi che all’inizio del subappalto sembrano lontanissimi, si restringono attorno alla data segnata sul calendario, l’ultimo giorno del febbraio 1996.

E questa data diventa un’ossessione. Infatti, all’inizio di marzo è previsto il concerto di Woody Allen in versione clarinettista. Nel caso dovesse consegnare in ritardo il lavoro previsto dal subappalto, il cugino padrone dovrà pagare una penale di 250.000 lire per ogni giorno di ritardo. Sappiamo come è andata. L’incendio appiccato alla fine di una giornata di lavoro, attorno alle 20.40 del 29 gennaio 1996, utilizzando il solvente di un’altra azienda e il cannello a gas.

Il cugino padrone è l’esecutore materiale; suo cugino, il “cugino dipendente”, il complice. E poi fuggono, irresponsabili, quasi fosse una marachella infantile, fuggono sfruttando una delle molte falle nella gestione del teatro, e vanno a casa di un amico, a bere una birra e a fumare hashish.

I primi focolai sono localizzati alle 21, ma, nonostante l’arrivo dei pompieri, il teatro venti minuti dopo raggiunge il cosiddetto flashover. Nel gergo tecnico dei pompieri anglosassoni, divenuto poi di uso comune in tutto il mondo, il flashover è la terza fase di un incendio – le prime sono ignizione e propagazione; dopo, c’è il decadimento finale.

Il flashover è lo sviluppo completo e irreversibile dell’incendio, quando tutti i singoli elementi bruciano in contemporanea e il fuoco è ovunque, e ogni cosa non appare come pochi minuti prima – una trave o un tendone in fiamme – ma si rivela in quanto fuoco. “C’è qualcosa di malinconico in ogni flashover, su cui incombe la distruzione: la distruzione portata da se stesso, la distruzione di se stesso” (come racconto qui).

Il flashover è un momento labile di stabilità nel picco massimo di distruzione. Bruciare tutto per distruggere e dimenticare le proprie responsabilità e ricominciare la solita vita, comprando una barca a rate per attraversare Venezia.Ogni piromane dovrebbe sapere che un incendio conserva la traccia della propria origine, “una sorta di informazione genetica grazie alla quale tutto è iniziato”

Eppure qualcosa rimane. Ogni piromane dovrebbe sapere che un incendio conserva la traccia della propria origine, “una sorta di informazione genetica grazie alla quale tutto è iniziato”. Ecco il lavoro dei periti. Non è straordinario che da un mucchio informe di detriti e macerie si possa risalire all’orario di accensione? Ricomporre le azioni attraverso i resti, così i resti ritornano fatti.

E tuttavia, il cugino padrone è colpevole ancora prima di essere arrestato. Se ricordiamo il duplice significato del tedesco Schuld Schulden – debito e colpa – l’incendiario è già colpevole prima del rogo, colpevole in quanto indebitato. Certo, tutti noi, più o meno, siamo indebitati: per una casa o un’auto. Ma non pensiamo di eliminare i nostri debiti bruciando la casa o l’auto.

Straordinaria, stavolta in senso negativo, è la discrepanza tra la penale e i danni causati: 120 miliardi di lire di danni, anche se la cifra esatta non si saprà mai. Proprio questa sproporzione rivela qualcosa di molto più grande dell’incendio doloso. L’insistenza del capitalismo contemporaneo nell’andare avanti, anche a costo della distruzione del pianeta, e quindi, di se stesso. Un pianeta abitato da una massa disgregata divenuta folla anonima, individui alla ricerca di identità, in un mondo che lancia continui segnali di autocombustione, di incendio irreversibile, il flashover, appunto, di cui il piromane è al tempo stesso autore e lapillo eruttato, espulso e riassorbito per mineralizzare il suolo, oppure “detrito della realtà, avanzo da smaltire”.

L’insistenza nel creare desideri, uno stato di eccitazione, “un continuo principio di incendio” alimentato dall’accelerante necessario all’innesco. Basti pensare alla proposta ininterrotta che ci circonda: l’ultimo film imperdibile, la serie televisiva straordinaria, la partita sempre decisiva per le sorti del calcio, e dell’umanità: trasformare tutto in un evento, non in un fatto, banalizzando così l’evento stesso, poiché soltanto pochissimi eventi generano davvero il trauma. Del resto, dal punto di vista dei piromani, l’incendio alla Fenice non è un evento e forse nemmeno un fatto: è una qualsiasi giornata lavorativa, tant’è che dopo l’innesco vanno a bere una birra e a fumare hashish. Non c’è consapevolezza nel bruciare un teatro leggendario, un pezzo importante di Venezia: è come se bruciassero un capannone dell’entroterra e in fondo è logico che sia così, perché dal loro punto di vista la Fenice era un cantiere.zNon c’è consapevolezza nel bruciare un teatro leggendario, un pezzo importante di Venezia: è come se bruciassero un capannone dell’entroterra; e del resto dal loro punto di vista la Fenice era un cantiere

Questo incendio ci ricorda l’insistenza del capitalismo contemporaneo nel distruggere, nell’adattarsi, nel fagocitare ogni elemento, sia esso naturale o artificiale. Molti prodotti e servizi offerti – il tempo di lettura di alcuni testi in Rete, la medicina che cura il reflusso, la preparazione di un pasto in un fast food o il balsamo che rende i capelli più forti – si modulano sul limite performativo di tre minuti. Non a caso tre minuti è il tempo necessario affinché una stanza, dopo un innesco adeguato, raggiunga il flashover.

E proprio all’epoca del rogo alla Fenice, la finanza muta nella sua manifestazione più evidente: la cosiddetta lingua delle grida, ossia i gesti che gli agenti della Borsa di Milano effettuavano durante le operazioni di compravendita per ovviare al rumore di fondo. Quei gesti hanno attraversato il Novecento. Avevano un’origine teatrale, popolare. Ma proprio alla metà degli anni Novanta, erano appena iniziate le silenziose contrattazioni telematiche, flussi di denaro che compongono il mondo e, nonostante tutto, lo impoveriscono.

Il denaro non ha più bisogno dei gesti, del raggio d’azione del corpo: è dentro il corpo. Alzarsi al mattino, non pensare al lavoro, ma ai soldi, fuggire da sé stessi e sconfinare, come il cugino padrone, al di là del fido, entrare nella dimensione spirituale del denaro, “l’energia bruciata per mantenere viva questa immagine”.

Rivista il Mulino 2022
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https://www.rivistailmulino.it/a/29-gennaio-1996-il-rogo-del-teatro-la-fenice?fbclid=IwAR1doSdr8e4CHC6ktRdKc_7pMo1ObeVP_ULgkeCbXL_l-2wud08VYeRlGNU

[Una volta al mese, Giorgio Falco, tra le principali voci della narrativa italiana contemporanea, sarà sulle nostre pagine.La prima scena è familiare: una TV accesa, il programma di cucina dell’ora del pasto, incitazioni al consumo di cibo genuino.]

https://www.theitalianreview.com/mangiare-la-realta/…

Il languorino

gennaio 20, 2022

GIORGIO FALCO E SABRINA RAGUCCI

Dal “numero italiano” dedicato dalla rivista accademica svizzera «Versants» alla Fototestualità per le cure di Sara Garau, Marco Maggi e Vega Tescari, Antinomie propone il contributo di Giorgio Falco e Sabrina Ragucci.