L'ubicazione del bene di Giorgio Falco

L’ubicazione del bene di Giorgio Falco

(vincitore Premio Pisa, 2009; finalista Premio Minerva 2009, Premio Settembrini 2009, Premio Bergamo 2010 )

A venti chilometri in automobile dal lavoro e dal supermercato, come accade ai bordi di ogni metropoli, la città continua e diventa un altro luogo: Cortesforza.

Qui si vive un esodo eterno, e la giornata è ridotta a tragitti in tangenziale verso casa. Il lavoro non si vede piú, è dappertutto, ha invaso i comportamenti quotidiani, affettivi. Per dare un senso alle proprie esistenze, gli abitanti di Cortesforza accendono un mutuo, traslocano in una zona nuova o «mettono in cantiere un figlio». Ogni volta, però, lo svelarsi improvviso di una seppur piccola possibilità provoca una sconfitta irreversibile.

Nel suo secondo libro, L’ubicazione del beneGiorgio Falco racconta le storie della classe media smarrita nelle periferie delle grandi città del Nord per rivelarne i mali e il senso, diffuso, di disfatta.

L’ubicazione del bene ha raccolto il consenso dei critici e dei giornalisti italiani. Ecco come i giornali hanno parlato del libro di Falco:

«Il male oscuro dell’hinterland del benessere, serve l’occhio di un urbanista dell’interiorità per raccontarlo. Ce l’ha fatta Giorgio Falco. Già il titolo, rubato al frasario catastale, è un piccolo capolavoro. […] 
Falco ha aggiornato una letteratura a volte dimenticata e tutta nostra. Quella che un secolo fa, per la penna di autori maggiori e minori, da Tozzi a Svevo, raccontò la nascita e la precoce crisi morale di un altro ceto medio: i travet, le mezzemaniche, gli impiegati».

Michele Smargiassi, la Repubblica

«Mi dicono che qualche anno fa ho definito, in venticinque parole, Giorgio Falco il peggiore scrittore italiano. Esce un nuovo libro di Giorgio Falco, L’ubicazione del bene. Sarebbero racconti o, meglio, un romanzo a tessere costruito (ingegnosamente) attorno a un luogo. […] Falco non è più il peggiore scrittore italiano. Anzi, se continua così (tra Carver, Tozzi e Landolfi), rischia di diventare il migliore. Ottima, davvero ottima letteratura».

Antonio D’Orrico, Magazine del Corriere della Sera

«Cos’è questo boccheggiare, quest’asfissia sentimentale? Ci siamo circondati di beni, mobili e immobili, ed essi alla fine ci hanno sopraffatto. Che ne è del Bene, del nostro Bene? Sta lì in “vicinanze Tangenziale Ovest”, sembra dirci con un doppio senso dai risvolti a dir poco inquietanti il titolo di questo folgorante libro di Giorgio Falco, L’ubicazione del bene. […] Sono molti i riferimenti che vengono in mente leggendo questo libro. L’ossatura dei dialoghi alla Raymond Carver, la spietatezza di certo cinema austriaco – penso soprattutto al capolavoro di Ulrich Seidl intitolato Canicola – la quieta disperazione del benessere dei racconti di A. M. Homes».

Mauro Covacich, Corriere della Sera

«Giorgio Falco scrive un romanzo, L’ubicazione del bene, fatto di racconti prossimi alla perfezione. Nel tono, nella capacità di correre lungo il crinale della ordinata sequenza di gesti che segnano la disfatta delle vite. Già dal titolo: il bene è l’altro significato della parola, certo. Il bene immobile. Il luogo dove trovarlo non ha bisogno di ricerca interiore: c’è l’indirizzo, ci si arriva con Tomtom. Via Borromeo 10/E, Cortesforza. Un luogo immaginario, complesso di villette “subito fuori città” uguale a tutti, una periferia modello».

Concita De Gregorio, l’Unità

«Una prova come questa serie di racconti, L’ubicazione del bene, mi incita a rilanciare un’ipotesi già più volte emessa, che cioè staremmo vivendo una stagione di neo-neorealismo, con suggestivi contatti rispetto al neorealismo quale si espresse soprattutto nei “Gettoni” di Vittorini. E il fatto che sia ancora di scena l’Einaudi rende la cosa ancor più credibile».

Renato Barilli, ttL

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Fuori da Milano c’è il bene? Giorgio Falco
di Lorenzo Marchese

[Questo saggio è uscito sul numero 18 della rivista «Dialoghi Internazionali» e su Le parole e le cose il 17 luglio 2013]

Fuori da Milano c’è il bene? Giorgio Falco
Abbiamo visto sinora due narratori che affrontavano il nodo di una Milano irrappresentabile restandone tuttavia all’interno. Essi non cercano di uscire dal suo perimetro o di evadere, se non tramite delle panoramiche stranianti o in virtù della propria, distintiva condizione intellettuale; e come loro, gli scrittori del Dopoguerra prima menzionati. Ci si potrebbe chiedere a questo punto se spostare di netto il proprio punto di vista come narratore, osservando stabilmente da fuori la metropoli, sia un’opzione utile per allargare un discorso sull’”inesistenza di Milano”. Su un piano eminentemente sociologico, è innegabile che la periferia milanese sia cresciuta insieme alla formazione dei sobborghi e allo spopolamento del centro urbano: fenomeno d’altronde comune a molte città occidentali, e ripreso dal modello delle metropoli statunitensi[44]. In L’editore, romanzo sperimentale sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, Nanni Balestrini parla della crescita dei sobborghi, inserendola nel quadro dei mutamenti in corso negli anni ‘70:
Milano è una città provinciale e non se ne vogliono accorgere questi milanesi gonfiati che li senti dire perfino Milano come New York e ci credono perfino
c’è l’hinterland di Milano invece che è qualcosa di infinitamente più importante misterioso e inquietante di quelle quattro strade intorno a piazza del Duomo la vera città è quella che si stende fino a Sesto e va avanti per decine di chilometri (…) se guardiamo intorno a Milano vediamo una città che sta diventando metropoli per via di questi due milioni e mezzo di abitanti che stanno fuori oltre la fascia comunale e comincia in tutto a essere una dimensione rilevante cominciano a essere quattro o cinque milioni allora questo comincia a essere qualche cose di smisurato di molteplice di complesso (…).[45]
Balestrini, pur avendo fatto del collage e della contaminazione linguistica una cifra stilistica nei decenni, descriveva i mutamenti geopolitici (e, più in generale, raccontava) mantenendo ferma una sua posizione di critica radicale al sistema. Leggermente diverso è il discorso in scrittori che per ragioni anagrafiche non hanno vissuto la fase condivisa dell’engagement politico negli anni ’70. Così, per l’appunto, gli esiti narrativi della raccolta di prose brevi L’ubicazione del bene (2009) di Giorgio Falco (1967) acquistano interesse in virtù del proprio sguardo apparentemente disimpegnato, asettico.
Nella raccolta vengono narrate le vicende dell’immaginaria Cortesforza (anzi, “Cortesforza, Milano”) sobborgo “a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest, un centro in piena espansione commerciale e residenziale”[46]. Il punto di osservazione del narratore cambia, di racconto in racconto, a seconda dell’abitante di cui si racconta la storia: ma la voce che parla sembra esprimersi sempre con lo stesso grigio linguaggio, avere la stessa attitudine rassegnata alla realtà circostante. Soprattutto perché, come si accorge il lettore, il comune di Cortesforza appare come un piccolo mondo omogeneizzato in cui soltanto le automobili dei pendolari milanesi scandiscono il ritmo delle giornate. Al di fuori della propria villetta a schiera, ripetuta serialmente per tutto l’abitato (il “bene” cui ambiguamente può alludere il titolo), non si dà presenza umana né racconto, ma solo descrizione di uno stato di cose, il che costituisce una dichiarazione d’intenti da parte del primo personaggio in scena:
Io vivrò in questo posto ancora per poco, ma adesso sono qui, senza un colpo di scena, un addio al check-in dell’aeroporto, senza una scena di sesso, un letto d’ospedale, la sensazione di minaccia incombente, un momento felice durante l’antipasto, senza una donna nuda sulla bilancia, un personaggio leggendario che ha sempre la battuta intelligente, tre righe dall’inizio e subito un dialogo edificante. Fuori accadono cose, cose misteriose, opache, trasparenti, circondate dalla luce appiccicata al plexiglas.[47]
Se ne ricava l’impressione violentissima e pacata di un mondo che si astrae totalmente concentrandosi sull’accumulo e il lento consumo delle “cose”. La “milanesità” trapiantabile che Nove illustra, come scritto sopra, in Amore mio infinito, trova un’applicazione esatta nell’ambiente neutro dell’hinterland. In esso gli immobili, gli spazi comuni e persino i rapporti interpersonali risultano, più che un dato acquisito, un “effetto di reale” creato per convincersi della propria consistenza, mentre la vita vera si consuma fra il casello, l’automobile e il posto di lavoro, mai inquadrate dall’occhio dell’autore. Ne emerge una rappresentazione spaziale oscillante fra due poli, uno fatto di non-luoghi e costruzioni tutte identiche (Cortesforza, Milano) e uno assente (Milano). Partendo dall’ottica di uno dei personaggi, lavoratore pendolare, Falco scrive:
(…) non sembra nemmeno di vivere a Cortesforza, Cortesforza è qualsiasi luogo, la distanza da Milano, diciotto, diecimila, un milione di chilometri, non ha senso.
Tutte le cose accadono entro venti chilometri. La distanza da casa al lavoro, da casa al supermercato, venti chilometri. All’inizio lui pensa che quello spostamento sia un piccolo viaggio, dopo dieci ore di lavoro può ricomporre se stesso, ma al semaforo di Trezzano sul Naviglio lui fa parte di una promiscuità aggressiva, volgare, feroce nel cercare il proprio posto nel mondo (…).[48]
La conclusione logica di tutto ciò è che l’abitante del sobborgo vive in una sorta di “lotta per la vita” dai tratti anestetizzati, senza nulla togliere alla precarietà, esistenziale prima che economica, di chi vive a Milano pur risiedendo in un luogo che ne è, a conti fatti, una versione depurata dalla frenesia e dall’affollamento: “Lui e lei sono in una condizione lavorativa tale per cui un deciso spostamento li fa appartenere alla scia del benessere, ma una piccola variazione può farli precipitare nella povertà”[49]. Il tempo libero, in cui è compreso anche lo spazio dedicato alla propria interiorità o alla gestione del nucleo familiare, non è altro che un ennesimo compito da assolvere. Fare un figlio è una strategia e insieme obbligo sociale: “E così, dopo che la sua migliore amica ha partorito una bambina, è cresciuto il desiderio di maternità, anche perché se fosse incinta starebbe a casa dal primo giorno utile, sospenderebbe le angosce lavorative per un paio d’anni, in attesa di risolverle al rientro, quando, lei spera, la situazione potrebbe essere cambiata”[50]. La ricerca di una sopravvivenza dignitosa appare, agli occhi del lettore, il segno di una sopravvivenza “giorno per giorno” che appartiene di base agli animali: perciò è coerente che Falco apparenti gli abitanti di Cortesforza alla folla variegata di animali domestici che accompagnano gli esseri umani e popolano gli interstizi del sobborgo. Ratti, scarafaggi e piccioni non sono decorazioni necessarie quali avevamo visto in Nove, né elementi di contorno, come spesso avviene nella creazione di uno scenario verosimile, ma salgono al grado di personaggi a pieno titolo; dal punto di vista dello scrittore, la loro lotta per resistere quotidianamente non è meno dignitosa di quella di un abitante di Cortesforza, non si pone su un differente orizzonte di senso.
Ma non c’è traccia di ironia o di deformazione espressiva nel parallelismo uomo-animale, non al modo in cui avrebbe potuto esserci in un narratore del secolo scorso, o in una poesia espressionista, risentita o moralista di cui Milano ha avuto tanti esponenti: non è contemplata la possibilità di un “bestiario”, pure usuale scorciatoia per esprimere un disagio sociale[51]. Nelle pagine dell’Ubicazione del bene trapela un vago disprezzo che suona quasi come perplessità, niente affatto accompagnato da cinismo o derisione. La serietà di cui abbiamo parlato all’inizio di questo scritto è assoluta in Falco. Ciò per due ragioni: in primis perché, ugualmente a Moresco e Nove, la narrazione vuole porsi come “davvero vissuta” e fededegna, con il minor numero possibile di gradi di separazione (comunque inevitabili in un’opera letteraria). In secondo luogo, perché il sentimento che si vuole suscitare, al di fuori dell’assurdo o del vuoto, è una pietas composta verso gli abitanti e Cortesforza tutta. Così, l’avvicinamento progressivo (fino alla compenetrazione) fra uomini e animali scaturisce da una nuova concezione della vita sociale, inventata dalle stesse persone che hanno permesso il sorgere delle città, del modello urbano contemporaneo, della vita milanese. Insinua un personaggio in visita allo zoo comunale, con lucidità da scienziato:
Lo zoo è il sogno infranto non solo del paradiso terrestre, quanto di un modello economico di controllo e solidarietà. Finita la solidarietà, è rimasto il controllo. Lo zoo è la rappresentazione della città, lo zoo safari del suburbio residenziale fuori città. Visti dal sedile anteriore destro del monovolume, gli animali sfilavano in tutto il loro insuccesso, non sapevo se essere felice nel vederli vivi o compiangere la fierezza addomesticata, il portamento ammaestrato, la mia situazione fallimentare.[52]
Dalla vicinanza uomo-animale, e dal comune appiattimento, non si può scappare; non c’è, l’abbiamo ribadito a più riprese, una soluzione, un’evasione strategica da un modello simile. Ma dal contatto può nascere una comunicazione, suggerisce lo scrittore. Nella scena conclusiva del libro, un vecchio vedovo mostra al proprio vicino di casa il suo animale domestico, un pappagallo decrepito. Pur nella contingenza esplicitamente straniante e ribassata, il vedovo serba la speranza di insegnare al suo pappagallo delle parole nuove, e chiede al suo vicino di aiutarlo a insegnare alla creatura qualche parola, di nuovo. Questa flebile indicazione di solidarietà in nome dello scambio (anzitutto verbale), presentata quale unico “bene” condiviso da cui costruire una condizione urbana degna di essere vissuta, veniva espressa in altre declinazioni anche negli altri “narratori dell’inesistenza” sopra descritti. Prova che, pur ribadendo con coerenza espressiva, per mille motivi, l’irrappresentabilità di Milano nelle proprie opere letterarie, una fiducia di spessore etico nella parola scritta e orale non viene meno neppure nello scrittore più negativo, non scompare neanche nella città più ostica.

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Intervista a  Giorgio Falco: fahrenheit

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Intervista a Giorgio Falco – Bergamo TV, 11/03/2010 clicca qui:intervista a Giorgio Falco

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Dal sito della Rai dedicato alla lingua e cultura italiana, Francesco Erspamer (professore di lingue e letterature romanze e direttore del programma di studi italiani di Harvard University ) scrive qui de L’ubicazione del bene:

L’ubicazione del bene
Sia Vigàta, la cittadina siciliana del commissario Montalbano, che Cortesforza, il sobborgo milanese in cui Falco ambienta i suoi racconti, sono luoghi immaginari. Non fantastici, però: quei nomi non li si trova sulle carte geografiche ma le loro proprietà li rendono simili a tante altre località realmente esistenti e facilmente riconoscibili. Le analogie fra Camilleri e Falco si fermano qui, e non è questione di latitudine. Vigàta è stata definita il centro più inventato della Sicilia più tipica: e ciò la rende rassicurante, un posto dove il lettore potrebbe e forse vorrebbe vivere, malgrado la mafia, la corruzione, gli scempi edilizi, la scarsa coscienza civica. Perché in essa restano spazi immuni dal degrado, immuni dal cambiamento, spazi di cui non siamo e non dobbiamo ritenerci responsabili, che erano così anche prima, da sempre, e che è facile illudersi che tali resteranno per sempre, nella loro fisicità o almeno come valori; spazi insomma che aiutano a sentirsi parte di qualcosa che ci trascende: il mare davanti a Marinella, la trattoria da Enzo, il vecchio olivo saraceno. Vigàta è una comunità immaginaria, come tutte le comunità (immaginarie o meno) costruita su memorie e miti condivisi. A Cortesforza invece non c’è nulla di tipico e nulla di comunitario, neppure memorie o miti. “Cortesforza è qualsiasi luogo”, dunque un non-luogo: per la monotonia del paesaggio, la modularità dell’impianto urbanistico, la mancanza di storia, ma soprattutto perché tutti i suoi elementi, case, strade, prati, oggetti di arredamento, non sono delle realtà esterne, oggettive, bensì delle aspettative, proiezioni di desideri individuali. Fra i suoi abitanti c’è chi vorrebbe avere un terrazzo, chi un cane, chi un figlio, un camper, una nuova automobile, un nuovo marito. Ma non per quello che significano in sé stessi, piuttosto come surrogati di un’identità altrimenti non definibile e non dimostrabile: “Nessuno vuole sentirsi dire la verità, tutti necessitano di qualcosa che rappresenti un mondo diverso da quello in cui vivono”. In questo modo si incrinano i presupposti della convivenza sociale. Come nell’inferno dantesco, a Cortesforza l’uguaglianza della condizione e della pena non crea una comunità e neppure una compassione, un “patire insieme”: la vera condanna, anzi, è proprio quella mancanza, il non poter condividere il proprio stato, il doverlo subire individualmente. La strutturazione dell’Ubicazione del bene in nove racconti (tanti quanti i cerchi infernali) è allora funzionale, direi necessaria. Perché l’essenza di Cortesforza è appunto quella di non consentire romanzi (o antiromanzi): solo segmenti di storie. Ci sono tanti personaggi, ma ciascuno vive nella sua isola, senza contatti con gli altri, neppure casuali. E tuttavia le loro vicende sono modulari come le loro abitazioni. E come il loro linguaggio. Falco è un eccellente scrittore: capace di far emergere anche da pensieri frammentari, parziali, privi di consapevolezza, una visione corale del mondo, senza cadere nell’ironia o viceversa nella complicità. “Se avessi un giardino, la mia vita sarebbe diversa, basterebbe un giardino davvero piccolo, un giardinetto d’erba da tagliare”, dice un personaggio. Graziella, in un altro racconto, il giardino ce l’ha e l’erba la taglia con la motofalciatrice giapponese; desidera invece un cane, per sostituire quello che è morto di vecchiaia e che ha fatto cremare da una ditta specializzata. Anche Giovanna, poche case più in là, voleva un cane: l’ha comprato e tenuto per due ore, poi l’ha messo nel forno – l’ha cremato da vivo, lei stessa. Un cucciolo lo compra pure un’altra vicina e si fa imbrogliare: si ritrova con un animale malato, pieno di pulci che le invadono la casa. Le termiti invadono la casa settecentesca, appena ristrutturata, di Gabriele e Silvia, costringendoli a vivere in un camper in giardino; e in un camper parcheggiato davanti a casa vive anche il “lui” di un altro racconto, dopo la separazione dalla moglie. La quale porta spesso il bambino ai giardini comunali, per sedersi con le amiche su una panchina ad “aspettare il turno per parlare del proprio figlio”. I medesimi giardinetti in cui il protagonista dell’ultimo racconto non pensa di poter andare, per non suscitare sospetti e maldicenze: “In un parchetto come questo un uomo di trentanove anni con un libro in mano è considerato un maniaco”. Trentanove anni ha anche il protagonista del primo racconto, il cui tentativo di mettere su una nuova azienda specializzata in disinfestazioni fallisce portandolo alla crisi familiare, alla rovina finanziaria e probabilmente al suicidio: un’allegoria dell’ossessione immunitaria della società contemporanea, cresciuta al punto da minacciare la stessa vita e la stessa comunità che afferma di voler difendere. A differenza di Vigàta, nessun lettore sceglierebbe di vivere a Cortesforza. Eppure molti ci vivono. La suburbizzazione delle classi medie è un fenomeno che negli Stati Uniti è cominciato da parecchio e che già negli anni sessanta è stato analizzato in romanzi come Revolutionary Road di Yates o Bullet Park di Cheever. Ma è difficile farne una critica morale o culturale o, peggio, estetica senza cadere nel moralismo e nello snobismo. Se alla gente sembra sensato vivere in quel modo – abitare in villette a schiera tutte uguali, incontrarsi al centro commerciale invece che in piazza, guardare i film a casa su uno schermo LCD da 52 pollici invece che al cinema, fare venti chilometri in macchina per comprare sei bottiglie di acqua minerale gassata – perché dovrebbe avere torto? Il discorso va spostato a livello politico, nel senso etimologico di riflessione su cosa sia bene per la polis, ossia per la comunità. In America la divisione è chiara: le città votano per i democratici, i sobborghi per i repubblicani; le città sono multirazziali e multiculturali, i sobborghi sono omogenei. Il vero pericolo dell’urban sprawl, del moltiplicarsi di posti come Cortesforza, non è che indeboliscano l’umanità dell’uomo (concetto vago e facilmente manipolabile, di cui infatti si servono le agenzie immobiliari: “un centro abitato a misura d’uomo” è lo slogan con cui pubblicizzano le città satelliti); è che indeboliscono la coscienza politica, ossia la partecipazione della gente alla gestione dello stato – “libertà è partecipazione” cantava un altro Giorgio milanese, Gaber, qualche decennio fa. Prima che un tipo di vita, Cortesforza è un’ideologia. E un ricatto economico, come Falco sa bene: “Lui e lei sono in una condizione lavorativa tale per cui un deciso spostamento li fa appartenere alla scia del benessere, ma una piccola variazione può farli precipitare nella povertà; quasi tutti gli abitanti di Cortesforza sono nelle stesse condizioni”. Che fare allora? L’ubicazione del bene è una descrizione impietosa, fredda, scoraggiante, di un processo in corso ovunque e per ora inarrestabile. Ma non è una descrizione rassegnata. Proprio alla fine Falco suggerisce una possibile via d’uscita: che è appunto il recupero dei rapporti interpersonali e collettivi, la ricostituzione di una comunità, il ritorno alla polis e alla politica. Il tradizionale espediente letterario della corrispondenza smarrita (nella fattispecie un estratto conto recapitato al destinatario sbagliato) crea un’occasione d’incontro fra due vicini: “Le offro da bere, si accomodi”. Uno è in ciabatte, l’altro in tuta: finora si erano limitati a cenni di saluto e hanno poco da dirsi, poco in comune. Ma uno di loro ha un pappagallo, ormai vecchio e incapace di imparare nuove parole: potrebbe rappresentare la banale metafora di un’afasia sociale, di un’incapacità di comunicazione. Invece proprio lì nasce il bisogno di solidarietà, di fare qualcosa insieme, di costruire la propria identità attraverso esperienze comuni invece che feticizzando degli oggetti: “Avanti, mi aiuti a insegnargli qualcosa, dica qualcosa, una parola”.

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Se l’ubicazione del bene è il nulla, di Oliviero La Stella.

Il Messaggero, 2/4/2010

Cortesforza è un luogo immaginario eppure assolutamente reale: un “centro abitato a misura d’uomo” a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest di Milano; villette monofamiliari, bifamiliari e a schiera che tuttavia i venditori chiamano ville: “d’altronde nessuno dei potenziali clienti vuole sentirsi dire la verità, tutti necessitano di qualcosa che rappresenti un mondo diverso da quello in cui vivono”. A Cortesforza ci sono l’asilo, le scuole, la farmacia, la banca, la posta, una pista ciclabile lungo il Naviglio Grande, “un gran bel campo sportivo e perfino la biblioteca.” È insomma uno di quei luoghi che promettono una vita felice a chi è stato plasmato dalla televisione, dal marketing pubblicitario e politico, a chi ha creduto in questi spacciatori di sogni moderni. Ma sono tutt’altro che felici le esistenze raccontate con carveriana semplicità da Giorgio Falco nel suo libro L’ubicazione del bene (Einaudi Stile Libero, 141 pagine, 16 euro). I protagonisti e i comprimari dei suoi nove racconti, ambientati appunto a Cortesforza, alla felicità sono costretti a rinunciare e, come scrive in una breve introduzione Giulio Mozzi, sembra che assumano come obiettivo accettabile per la vita “una disperazione quieta e senza scosse”. Quasi un’anestesia. C’è Pietro, impiegato di una multinazionale che tenta con esisti drammatici il salto verso la condizione di piccolo imprenditore nel ramo della derattizzazione. Ci sono i coniugi Moriero che appaiono una coppia affiatata nonostante che lui da quarantasei anni prenda la moglie a pugni in testa. Alessandra litiga con il marito, accusandolo di aver rovinato la vita a lei e al figlio: ha comprato un’auto senza l’aria condizionata. Giovanna, donna sola dalla vacillante salute mentale, mantenuta da un padre assente, si compra un cane ma dopo due ore lo infila nel forno. Un gruppo di impiegati si riunisce ogni settimana nella villetta del capo per organizzare incontri di pesci siamesi combattenti; pare che attraverso questo rituale acquisiscano “chiarezza nei rapporti lavorativi.” Gabriele e Silvia si dedicano alla complessa ristrutturazione di un casale convinti che ciò “li avvicinerà ancora di più.” Storie di “travet” dei nostri tempi, raccontate con un profondo senso di “pietas”. Giorgio Falco esordì nel 2004 con Pausa caffè, edito da Sironi. L’ubicazione del bene è il suo secondo libro e con questa riuscitissima prova si inserisce a buon diritto tra gli scrittori italiani più interessanti. Si rivela inoltre un autore che non indulge alle mode create dal marketing editoriale: anche per questo merita di essere letto.

Lo Straniero n. 110/111. Per Giorgio Falco, il bene non abita più qui, scritto da Marcello Benfante (archivio agosto-settembre, 2009)



Profondo Nord. Suburbitudine, il male oscuro che colpisce i deportati del benessere, Michele Smargiassi “Il Venerdì di Repubblica”, 31/07/2009

“La colonna sonora è il ronzio petulante delle motofalciatrici giapponesi, laborioso, a tratti rabbioso, interrotto da singhiozzi quando le lame maciullano una lumaca. Bambini ce ne sono, ma poche grida di giochi collettivi: stanno ciascuno in cameretta davanti alla Playstation. Se è domenica, davanti al box papà lava la macchina.

Scene di vita periurbana nella pianura lombarda, parvenze di benessere conquistato all’ombra delle villette dei ‘centri residenziali’ venduti come piccoli paradisi della ‘fuga dalla città’. Schermi che nascondono retroscena di depressione, solitudine, desolazione, perfino follia. Così almeno secondo Giorgio Falco, l’unico scrittore italiano che si sia accorto di quella malattia che si può chiamare suburbitudine, di quello scenario sociale che oltreoceano ha creato i racconti di Carver e i film di Altman.

Il suo libro di racconti, L’ubicazione del bene (titolo geniale, rubato al gergo catastale), pubblicato qualche mese fa da Einaudi, una collezione di storie disperate, a volte minimali e a volte estreme, ambientato nell’immaginaria Cortesforza, lottizzazione residenziale da qualche parte tra Abbiategrasso e Vermezzo, ha ricevuto grandi elogi dalla critica ma non si può leggere solo come un esercizio di stile letterario: sotto mentite spoglie è un saggio di sociologia urbana, il primo a descrivere una crisi che non fa rumore, il sordo ‘male del nord’, il tramonto del sogno del ceto medio affluente nell’era post-mercatista, lo ‘stravaccamento’ morale di quei maturi ragazzi che in anni ormai lontani chiamammo yuppie, preppie e con altri nomignoli infantilmente passeggeri.

Falco, 42 anni, li osserva fin da bambino. Ne avvistò lo sbarco entusiasta e quasi prepotente, dalle station wagon prima che da suv, quando pedalava sulle stradine attorno ad Abbiategrasso. Vide piantare nel nulla della campagna urbanizzata i cartelli che annunciavano le future ‘corti’, i ‘borghi’ di un lusso finto-rustico. Ha continuato a osservarli per anni.

Si è fatto un’idea: ‘E’ la più grande ma ignorata emigrazione di classe degli ultimi decenni, la prima a coinvolgere un ceto benestante, e come tutte le migrazioni di massa ha finito per corrodere l’anima delle sue vittime’.

I deportati del benessere? Ma nessuno li ha obbligati.

‘Certo che no. Hanno scelto. Hanno sfogliato i cataloghi delle immobiliari, hanno letto le descrizioni di paradisi residenziali “immersi nel verde” ma “a soli venti minuti dal Duomo”, dove “far crescere i vostri figli in un contesto adeguato” oasi di pace dai nomi dolci, Eden, Green, o evocativi, Corte, Borgo. Hanno comprato, pagando caro, la villetta “terra-cielo” vista sul plastico, piantata in nessun luogo preciso, in un agglomerato edilizio che non sarà mai un paese. Dove il “verde” non è la campagna del Kent ma rettangoli di coltivazione industriale, fabbriche di soia e mais, territorio senza identità né estetica. Dove il “contesto adeguato” finisce ai bordi del cortile, dove “vivere nella natura” vuol dire fare dieci chilometri per andare a comprare l’insalata in busta di plastica all’ipermercato, dove i “venti minuti dal Duomo” sono un’ora di coda in auto che ti sfinisce …’.

Così sembra un inferno. Allora i casermoni della periferia milanese cos’erano?

‘Anche quelli erano il luogo di un’emarginazione sociale: dei ceti operai, degli immigrati meridionali. Ma era un’emarginazione palese, dichiarata, percepita come un sopruso, ed ebbe anche una sua epica di protesta e di riscatto collettivo, ebbe luoghi in cui quest’epica potè maturare, fossero il dopolavoro o il bar sport. Ebbe scrittori e registi che la raccontarono. Nulla di tutto questo nei posti come la mia immaginaria Cortesforza’.

Cosa, invece?

‘Una lateralità subìta, una delusione sorda, inconscia, un senso di tradimento avvertito solo dai più consapevoli, che sono quelli che soffrono di più’. Nell’Ottocento si parlò di ‘architettura perniciosa’.

Non starà dicendo che le villette a schiera fanno male allo spirito …

‘La villetta in sé non ha colpe. E’ una merce, ma è stata venduta e comprata come un nuovo modo di vivere, anzi: come un nuovo modo di essere. Affascinante per la generazione dell’ascesa di classe, dell’arrampicata sociale. I figli dei ceti impiegatizi e operai, diventati ceto medio, hanno visto la fuga dalla città come un modo di rompere pericolosi legami con un passato che poteva ancora riprenderli: via dalla promiscuità del condominio, via dalla vita grama che hanno fatto papà e mamma.

Ricordo un amico di famiglia che si trasferì in un posto chiamato Milano San Felice, verso Segrate, alla fine degli anni Settanta. Lo andammo a trovare, a me dodicenne sembrò un luogo da fumetti, c’era Linate vicino, gli aerei nel cielo … Mi parve il paesaggio di una nuova era’.

Che cosa non ha funzionato? Dove si è rotta la promessa?

‘Non era una fuga dalla città per andare incontro a una vita più “a misura d’uomo” … Era una fuga nel nulla. Anzi, no, nel caos. Attorno a questi grappoli edilizi non c’è un ambiente naturale, c’è un magma suburbano in movimento. Un campo coltivato può diventare, in un mese, un parcheggio o un centro commerciale, è territorio né più rurale né ancora urbano, sospeso in attesa di sfruttamento, una giungla tecnologica dove anche gli animali domestici sembrano sul punto di ribellarsi. Lo spazio non ha una direzione, non ha una direzione, non ha un ordine, ha solo un centro gravitazionale lontano che è sempre la grande città, il cui campo magnetico sconvolge ogni cosa. Non è decentramento residenziale, è quello che gli americani chiamano urban sprawl, con una parola che significa, più che dispersione, stravaccamento. Quando una società è stanca, si stravacca dove capita, sparge le sue membra in disordine. Questa è la suburbanità italiana’.

Negli Stati Uniti è successo molto prima: a loro è andata meglio?

‘L’America aveva spazi immensi. Le distese di quartieri di casette monofamiliari sorgevano davvero in un vuoto in cui era possibile costruire da zero la propria avventura familiare, come ai tempi della Frontiera.

In Italia questo spazio vergine non c’è. C’è solo un territorio compresso, interstiziale, già stretto, che può solo essere stravolto da queste nuove intrusioni edilizie. Non oso pensare a cosa sta per succedere, che so, attorno agli antichi paesi della Toscana’.

Lei vive in una villetta a schiera?

‘In una vecchia casa del centro di Vigevano, con vicini normali, che incontro per le scale e saluto, ma che sono ancora lì forse per caso. Avrebbero potuto finire anche loro a Cortesforza’.

Preda della speculazione edilizia.

‘Non credo sia stato solo questo. Non sono uno che vede complotti dappertutto, ma quando una migrazione investe un’intera classe sociale, allora non credo che siano in gioco solo meccanismi economici di profitto. Disperdere il ceto medio sul territorio, allentarne i legami sociali può essere parte di un progetto politico. Non voglio semplificare, ma la zona dove ho collocato idealmente Cortesforza ha votato a destra.

In questi agglomerati che non riescono a diventare comunità, la politica cambia volto, si frantuma. E’ paradossale, ma è qui, dove non esiste identità locale, che attecchiscono le liste civiche con nomi tipo “Insieme per”. Non è segno di amore per il luogo, ma di terrore del vuoto’.

Per mantenersi in contatto con il mondo ci sono nuovi strumenti …

‘Ma la contraddizione tra connessione virtuale e isolamento dei corpi può essere esplosiva. Hai l’e-mail, ma se spunti male la siepe fai a botte col vicino’.

Non si può cercare di “ubicare il bene” altrove, visto il fallimento di questo modello?

‘Le immobiliari continuano a vendere “paradisi nel verde” con un linguaggio ormai pigro, di cui gli stessi acquirenti riconoscono la falsità. C’è come un’inerzia difficile da fermare. Ormai la gabbia dorata mostra le scrostature, tutti vedono che è solo smalto, ma non ci sono alternative..“.


Recensione di Leandro Piantini su Carmilla. Pubblicato il 26 luglio 2009


L’ubicazione del bene per caffé libreria flexi a Roma


Falco e lo sgretolamento della società dei «beni»

di Massimo Onofri. Avvenire, 11 luglio 2009


Arriva ora, pubblica­ta per i tipi di Einaudi- Stile libero – ed è una gran bella sorpresa –,

L’ubicazione del bene , una raccolta di racconti di Gior­gio Falco, già esordiente per Sironi nel 2004 con Pausa caffè, che ebbe un’ottima accoglienza critica. Ma L’u­bicazione del bene è anche il titolo del racconto eponi­mo: il più lungo e comples­so e, forse, anche il più ca­rico di significati, dei nove che compongono il volume. Dico subito, a disegnare il campo di tensioni entro cui il quarantaduenne Falco si muove, che il sostantivo « bene » va inteso almeno in due accezioni: come bene morale, in direzione d’una secca, drastica, domanda e­tica, e come bene d’uso, di consumo, lad­dove, però, è proprio questa seconda acce­zione, con tut­te le sue impli­cazioni antro­pologiche, a dettare i ter­mini entro cui quella doman­da dovrà tro­vare la sua ri­sposta. Ma torno al racconto del titolo: il bene, attorno a cui molte vicende ruotano, è una villetta unifa­miliare di 160 metri quadri, tre piani più mansarda (con veranda, ter­razzo, balconi, box e grande giardino), che il protagoni­sta, con la moglie Alessan­dra e il figlioletto Matteo, dovranno presto lasciare perché pignorata. Un prota­gonista- narratore le cui pa­role possono valere come u­na più generale dichiarazio­ne di poetica: « Non voglio parlare di un matrimonio fi­nito, questa è la storia di un luogo, il luogo che sta intor­no alla casa di via Carlo Bor­romeo 10/ E a Cortesforza, Milan ». In effetti, a tenere insieme tutti i racconti è an­che, e innanzitutto, un dato di toponomastica: un pic­colo comune ( 1574 abitan­ti), realissimo eppure im­maginario, nei pressi della Tangenziale Ovest. Ecco: imprenditori di ditte di disinfestazione che con­sumano da soli un panino la domenica nel capanno­ne industriale, mentre la fa­miglia si dissolve. Disagiati psichici capaci di far cuo­cere sventatamente nel for­no il cucciolo appena adot­tato. Manager impegnati a sfidarsi attraverso i cruenti combattimenti dei propri « pesci siamesi » . Coppie an­siose di mettere in « cantie­re un figlio » a tutti i costi e che adottano cani per riem­pirsi la casa di pulci. Altre che, per gli stessi scopi, si sottomettono alla trafila di ginecologi e andrologi per poi, ottenuto lo scopo, ma­lamente separarsi. E si po­trebbe continuare. Siamo, ogni volta, alla registrazione quasi placida ma implaca­bile di un’umanità sul pun­to di raggiungere, con « una piccola variazione » , il be­nessere o « pre­cipitare » nella povertà, ma che ha perso il senso di sé e che, proiettan­do quel senso sulle cose – le abitazioni, in­nanzi tutto –, resta, di quel bene materia­le, alla mercè, sottoposta com’è al suo i­nesorabile de­stino di disfaci­mento: come l’avita casa del­lo splendido racconto « Pic­cole formiche bianche » , un vero correlativo oggettivo, i cui acquirenti, alloggiati temporaneamen­te in un camper parcheg­giato nel giardino, vedono sbriciolarsi, mentre i tempi della ristrutturazione si al­lungano. Dovrei dire del­l’inquietante presenza degli animali ( pappagalli, scim­mie, serpenti, cani, formi­che, topi, larve), che contri­buiscono a un’ulteriore de­relizione del senso: ma sa­rebbe un lungo discorso. Conta invece aggiungere che si tratta di storie senza explicit, laddove il racconto, come un rigagnolo prodot­to da chissà quale tempora­le, all’improvviso si smorza e si disperde nel terreno.


Falco

Alla ricerca dell’«optional» come status symbol per sfuggire a un raggelante, mediocre destino comune Villa con giardino e crisi coniugale

di Renato Barilli, La Stampa, 27 giugno 2009 qui


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Concettualità e ceto medio di Alessandro Beretta qui. Da Alias del Manifesto del 27 giugno 2009

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Intervista a GIORGIO FALCO

ITALIAN PSYCHO OGGI

Rodeo, Enzo Mansueto. Maggio-Giugno 2009

Larve, pulci, scarafaggi, pesci combattenti. Una fauna disturbante, aliena, invasiva, popola i pochi ettari quadrati di Cortesforza, immaginario quartierino residenziale, verso la tangenziale ovest di Milano. Un microcosmo abitato da ordinaria umanità, tra villette a schiera e capannoni industriali, il cui lindore apparente cela fallimenti e collassi, finanziari, relazionali, mentali. In questo plastico allucinante si collocano le vicende della nuova opera   narrativa di Giorgio Falco, L’ubicazione del bene (Einaudi, pp- 141, euro 16).

Come nel folgorante esordio di cinque anni fa, Pausa caffè, spaccato narrativo della galassia nevrastenica del precariato, anche in questo romanzo Falco affastella storie parallele, un mosaico di fallimenti, tra commedia e tragedia, che non può non far pensare, strutturalmente almeno, ad un film come Magnolia o agli Short Cuts di Altman. Una scomposizione del reale, tra istantanea fotografica e introspezione psicotica, tra autopsia del cadavere e trattenuta azione etica, che rintracciamo sin dal gioco equivoco, indovinatissimo, del titolo.

Il titolo del libro sembra giocare su una duplice accezione, una primaria, di ambito burocratico-catastale, la seconda vagamente eticosociologica. Tra questi due piani oscilla la scrittura: sei d’accordo?

Nel titolo convivono la ricerca di senso, una traccia di bene, sia etico che immobiliare, in un ambiente suburbano ostile. Ho seguito – in tutti i sensi – l’insegnamento del fotografo Robert Adams quando diceva: Make it home. Proprio per questo, Cortesforza, il luogo del libro, non esiste, è un’astrazione, molto reale.

Ancora un romanzo «corale», storie che compongono una topografia mentale, oltre che fisica. E’ solo una scelta stilistica o una necessità scaturita dal reale?

Cortesforza è il simbolo dello sprawl urbano, lo sconfinamento della città nell’ambiente un tempo rurale, un tema finora poco esplorato dalla letteratura italiana. La periferia coincide con la siepe divisoria del proprio giardinetto. Ma dietro quest’ordine apparente, c’è una dispersione abitativa, fisica, mentale.

La scrittura oscilla tra una maniera minimalista e il gusto del dettaglio disturbante (quasi Carver di Cattedrale, quasi Lynch di Blue Velvet): come definiresti il tuo lavoro sul linguaggio?

Devo molto allo stile di alcuni fotografi, i cosiddetti New Topographics. Il mio lavoro sul linguaggio – adesso – è la ricerca di una prospettiva lievemente lussata. Come quando abbiamo una piccola slogatura al polso, che ci permette di vivere dimenticandola, ma ogni tanto fa male, soprattutto quando cambiamo marcia.

Un bestiario perturbante, minaccia e decompone dall’interno l’idillio residenziale. Cosa rappresenta questo elemento animale?

Gli animali sono parte integrante della narrazione, irrompono, la modificano, sono il correlativo oggettivo dei personaggi.

– Mutui, finanziamenti, rogiti, pignoramenti, banche, immobiliari, etc.: il microcosmo di questo secondo libro affonda nell’Italia indebitata. Dopo l’orizzonte del precariato, un’altra emergenza sociale. Quali altri temi inquietanti vedi all’orizzonte?

Ecco, per esempio, La ballata di Stroszek, di Herzog. Il camion consegna la casa mobile e poi va a riprenderla, dopo i mancati pagamenti. E la scena finale, il gallo becca nella giostra e aziona i tasti di un piccolo pianoforte. Mi interessa trasformare quella musica sgangherata. L’unica cosa che vedo all’orizzonte.


PASSAPAROLA / Malessere e routine in “L’ubicazione del bene” di Giorgio Falco
Nelle villette di periferia, personaggi che si “accontentano” del fallimento

da Repubblica.it a cura di Silvana Mazzocchi (19 giugno 2009)


La vita buia e immobile
nei sobborghi senza identità

L’IDEA non è nuova. Mezzo secolo fa, in Revolutionary Road, il grande Richard Yates aveva raccontato con insuperata maestria la desolazione esistenziale di una giovane coppia che, a metà degli anni Cinquanta, va a vivere in una villetta dei sobborghi benestanti di New York e che, invece di nutrirsi del sogno americano, abbandona speranze e aspirazioni per affogare nell’ipocrita perbenismo scandito dalla pendolarità quotidiana e dalle cenette sempre uguali con i vicini di casa.

Ma se il tragico eppure algido sperdimento che aleggiava in quel grande romanzo evocava l’immagine patinata di un quadro di Hopper, la desolazione che va in scena in L’ubicazione del bene di Giorgio Falco fa pensare piuttosto a un paesaggio postindustriale senza memoria. La vita, non vita di tanti personaggi che tirano avanti le loro piccole esistenze a Cortesforza, luogo immaginario ma realistico, agglomerato di villette ai margini della città a ridosso di una delle tante tangenziali che ogni giorno tutti percorrono, giù e sù, in una catena di casa, lavoro, casa che serve a pagare il mutuo, crescere i figli e a cambiare l’utilitaria, parla a ciascuno di noi.

Non ci sono grandi drammi, né accadono eventi traumatici in L’ubicazione del bene; è piuttosto la quotidianità buia e immobile la protagonista assoluta di Cortesforza. Quel sottile malessere che addormenta e toglie la voglia di reagire alla disfatta. Giorgio Falco offre un ritratto corale, un non racconto, forse un romanzo. Senza dubbio un libro che ha il merito di colpire con la forza di un pugno nello stomaco.

Cortesforza è un sobborgo desolato come i suoi abitanti. Perché questo non luogo?

“Il suburbio residenziale è un’ambientazione quasi naturale per la letteratura americana, mentre la letteratura italiana non aveva ancora esplorato i sobborghi in modo ossessivo. Io ho cercato di farlo. Ho costruito nella zona di Milano Sud questa immaginaria Cortesforza. Il nome racchiude qualcosa di medioevale e un ridimensionamento della Storia, con la s minuscola di Sforza. Del resto i suburbi residenziali sono luoghi senza memoria, in essi sopravvive qualcosa di un passato agricolo, che pare un complemento estetico all’idea di verde dei nuovi residenti. Quanto al futuro, la curiosità più grande di un suburbio è capire entro quanti mesi verrà eroso il prossimo pezzetto di terreno dalle nuove costruzioni. Cortesforza potrebbe essere un nickname o un prodotto qualsiasi, che evoca qualcosa di sano, tradizionale e al tempo stesso innovativo. Comunque non credo che i centri cittadini siano meno desolanti. Se in una città come Milano il centro è fatto soprattutto di negozi, uffici e appartamenti di rappresentanza, è solo un altro tipo di desolazione. Il concetto abitativo del suburbio – la dispersione, la disgregazione, il controllo sociale – è applicato all’intera nazione. Ecco perché L’ubicazione del bene non è una critica rassicurante alle villette dei sobborghi. Questo libro riguarda tutti”.

I suoi non sono racconti, sono flashes, foto fatte di parole. Il senso di L’ubicazione del bene in poche battute.

“Magari avessi scritto un libro solo di flashes, foto fatte di parole! Avrei risolto in letteratura la questione del ‘momento decisivo’ di Cartier Bresson, uno dei concetti più fraintesi nella storia della fotografia. Il ‘momento decisivo’ non è l’attimo in un cui si concentra il percorso o lo svelamento di una storia. Il ‘momento decisivo’ è un’immagine. Sta tutto là dentro. Non c’è bisogno di altro. Invece il libro ha un suo filo narrativo, è composto di nove capitoli-racconti. Si può leggere anche come romanzo, o meglio, come qualcosa che ha un effetto romanzesco. Ognuno dei nove ha qualcosa che lo lega all’altro, ma, a differenza di alcuni film come Magnolia, America Oggi, Canicola, i personaggi, per lo più, si sfiorano, chiusi nelle loro vite. Nessuna storia si impone sull’altra. L’unico vero protagonista è il luogo: Cortesforza. E in un ambiente suburbano ostile, per uomini e animali, alcuni personaggi cercano il Bene, in un luogo dove l’unico bene pare quello immobiliare”.

Nel suo libro non c’è l’amore, solo abitudine e noia. Perché tanto pessimismo?

“La realtà è decisamente peggiore del libro. Per questo si vendono bene i libri di intrattenimento spacciato per letteratura o di indignazione, che è una sorta di intrattenimento. E invece è difficile per chi scava in ciò che siamo diventati, senza appigli. Io ho voluto essere compassionevole e scrivere con la pietas, perché toglie la banalità e il moralismo alle vite dei personaggi, e alle nostre vite. I personaggi sono andati a vivere a Cortesforza e, messi davanti a una siepe, si specchiano nel loro malessere. Specchiarsi in una vetrina cittadina è più confortante. Specchiarsi in una siepe divisoria o nel muro di un bilocale cittadino è difficile da sopportare. C’è il rischio di vedere se stessi! I problemi dei personaggi nascono proprio quando – i più consapevoli – non si accontentano delle loro vite: casa-lavoro-casa e svago consentito nei limiti del proprio reddito. Cercano un senso, ma questa ricerca fa attraversare soglie dalle quali non si può tornare indietro. E allora inizia una lenta discesa, senza alcuna apocalisse. Quel tipo di discesa non è un fallimento. Accontentarsi, ecco, quello è un fallimento della propria vita. Non cercare più. Per questo è un libro anche religioso. E di fronte a una ricerca onesta, ostinata, gli affanni di una coppia attorno a una nuova utilitaria – con o senza aria condizionata – diventano tragici, e comici, perché seguono la logica pubblicitaria di un ottimismo posticcio, per quella cosa che ancora definiscono amore”.

GUIDATI DA UNO SCRITTORE AUTOCTONO, ABBIAMO ESPLORATO IL SUBURBIO PERFETTO

New Jersey sul naviglio

Come in un dépliant. Villette con giardino, cane e tosaerba. In casa, i desideri perduti di una generazione

Procedendo lungo il Naviglio sulla via Vigevanese, dove Milano diventa Corsico, poi Trezzano, Gaggiano, Vermezzo, Vigano, Bubbiano e molti altri nomi da perderne il conto, d’un tratto l’orizzonte sorprende per la quantità di cielo che abbraccia prima di chiudersi sui tetti delle basse case a schiera che costeggiano la strada. Portano da queste parti, dentro il grande emiciclo del Parco agricolo sud, gli inviti immobiliari che promettono, nel colmo dell’ansia metropolitana, “la casa dei sogni immersa nel verde a poca distanza dalla città”. Una specie di New Jersey a portata di Naviglio, giri la rotonda e trovi un mondo a misura d’uomo. Ma è proprio così? Giorgio Falco, scrittore milanese che ha trascorso gran parte dei suoi 42 anni esplorando le vie tra la tangenziale Ovest e la statale 494, coordinate fondamentali per i cittadini di questi “suburbi” verdi, risponde con un romanzo fulminante, L’ubicazione del bene (Einaudi stile libero). Con la sua guida, iniziamo dunque il tour in quest’area rurale che in vent’anni, ispirata dal sogno americano dello “sprawl” urbano (letteralmente “stiracchiamento”) ha visto fiorire paesi come villaggi turistici.

Sogno all’italiana. «Ecco la tipica situazione del suburbio» spiega Falco. «Da un lato i campi e il borgo ameno con le casette, dall’altro i capannoni industriali». La scriminatura è la strada che riporta in città, almeno due volte al giorno costipata di automobili, bene indispensabile da queste parti. Per sintetizzare il continuo replicarsi dei piccoli nuclei urbanizzati, nel libro Falco ha inventato un’emblematica Cortesforza: una città senza storia, fatta di cancelletti bianchi intorno a villette a schiera, giardini dove rombano i tosaerba giapponesi e porte-finestre che si affacciano su un’idea di vita che pare il prolungamento di una pubblicità immobiliare. Qui, nel breve giro di pochi numeri civici, racchiude i sogni infranti della generazione tra 30 e i 45 anni. «Che cosa non funziona?» chiediamo all’autore arrivando a Bettola di Calvignasco, frazione di Bubbiano. «È come se ci fosse una mappa prestabilita: il matrimonio, il mutuo per la casa, i figli e quindi il verde» risponde. «Si applicano i valori della generazione che ci ha preceduto a un presente in cui non attecchiscono più come valori, ma solo come beni da acquisire». Davanti a noi trionfano minipalazzine con i giochi dei bambini sul terrazzo. Sullo sfondo dei campi di mais, i camion.

L’ubicazione del bene. L’idea si chiarisce arrivando a Caselle di Morimondo. Dalla strada sterrata che costeggia un tratto di Naviglio, tre sagome in bicicletta in costume da bagno ci vengono incontro. Poco più in là, ci pare di vedere un paese, ma senza il paese dentro: un parco giochi per bambini vuoto. Qualche irrigatore spruzza sull’erba tagliata, c’è un cane in ogni giardino. Perché la casa diventa tutto il “bene” possibile? Interroghiamo ancora Giorgio Falco. «Se per acquistarla mi devo indebitare per trent’anni, finisce per coincidere con la vita stessa» risponde. «Per questo poi ogni fallimento travolge tutto». Nell’Ubicazione del bene commuove come falliscono i protagonisti: sposi che non vedono la realtà del matrimonio senza le foto dell’album, la casa agognata divorata dai tarli, le pulci che sfregiano il desiderio di un animale domestico. Per gli esclusi dall’omologazione c’è l’isolamento o la follia. «Percepisco un grande senso di smarrimento » continua Falco «un agitarsi a vuoto: mancano prospettive e ogni cosa è vissuta in virtù del fatto che porterà da un’altra parte: una vita a rate, futures di una felicità sempre a venire. In mancanza del Bene, prendono il sopravvento i beni».

La vacanza a pochi passi dalla città. A Castelletto di Abbiategrasso capiamo perché Giorgio Falco ami la parola “laterale”: un plastico, come quelli che mostra l’agente immobiliare per rendere l’idea della costruzione finale, è lì davanti a noi in formato reale, una “soluzione residenziale” per varie decine di famiglie che a brevissimo riempiranno i volumi rosa del fabbricato di ombrelloni e barbecue. «Con il mio libro sono partito dai lati, dai bordi per parlare del centro: i suburbi sono i tipici luoghi dell’adesso. I luoghi della giovinezza, della leggerezza» commenta la nostra guida. Incalziamo: che differenza fa restare in città? «È solo un “prodotto” diverso, ma qui le contraddizioni e i fallimenti sono più evidenti. In America, dove questo modello impera da un secolo, direbbero: si può sempre ricominciare. Ma è vero? E, soprattutto, è vero anche da noi?”.

Topografia umana. La topografia umana corrispondente ai suburbi, come nel romanzo di Falco, ci lascia immaginare una certa uniformità di reddito, un’intonazione di ideali, la condivisione del medesimo ombrello protettivo del decoro e del buon senso. Così a Bubbiano c’è il grande Golf club ambrosiano, a Vermezzo, dove arriverà addirittura la metropolitana, per ora è arrivato un sexy shop ed è stato costruito un piccolo laghetto artificiale, un mini-idroscalo per la pesca sportiva e per alleviare la calura. Eppure, mentre ci allontaniamo e riprendiamo l’orizzonte dei grattacieli, ci resta il sospetto che tutto quello che abbiamo visto sia solo un grande trompel’oeil che potrebbe calare come un sipario e lasciare di nuovo spazio alla campagna e al vuoto. «Il vuoto non è il nulla» conclude Falco. «Siamo noi che lo percepiamo come un’interruzione del paesaggio o della vita. Dentro il vuoto c’è un’idea: ecco a me interessa questo tipo di dolore». E scende dall’auto per riprendere la sua strada, come chi ha scavato a mani nude per cercare il suo “qui sto bene”.

Giulia Calligaro, Io donna, numero 24, 13 giugno 2009


Perché vorrei conoscere Giorgio Falco di Ivano Porpora

Leggo Falco a letto, girato di schiena. Lo leggo sulla poltrona alle tre di notte, di ritorno da una serata passata a giocare a scacchi. Lo leggo in cucina, i piedi sulla seduta. Silvia passa, mi chiede (ha questo modo delizioso di chiedere) di leggere un passaggio ad alta voce.

Le leggo due righe sul fotografo di matrimoni.
«È un saggio», mi fa.
«No. È un romanzo».
Ci pensa un attimo; nell’uscire dice: «Sembra un saggio».
È questa, penso, la forza diL’ubicazione del bene. In uno dei miei continui lapsus stavo scrivendoL’illusione del bene, benché il titolo originale sia molto più forte, indubbiamente ben scelto. È un romanzo che è un saggio, e non viceversa. E quindi uno di quegli strumenti che si cercavano, di cui abbisogniamo per capire l’oggi – per situarlo in una topografia dell’essere umano, dell’Italia, del 2009, delle lettere.  Leggi il seguito qui

“La tragedia è un avvenimento quieto, senza sussulti”

di Franco Foschi

by Vibrisse il 7 giugno 2009

Ora lo sappiamo: nelle incerte vite di tante persone dedite alla sopravvivenza quotidiana c’è una tragedia. Ma pur essendoci, in L’ubicazione del bene, il coro greco (la narrazione corale è intensa, e difficile da equilibrare – ma Giorgio Falco ci riesce), la tragedia è un avvenimento quieto, senza sussulti, più facile da ritrovare in un utensile arrugginito che negli urli spaventosi di una Medea.

Ecco, Falco si è dedicato alla tragedia non urlata dei nostri tempi con un piglio fermo tanto quanto malinconico.
In apparenza pare si tratti di narrazione oggettiva, scabra e lineare, priva di sussulti emotivi e quasi descrittiva, scientifica. Fredda, per intenderci. Poi il dramma immobile fa sentire il suo gelo, fa davvero rabbrividire e soffrire, perché chiarisce che anche la mediocrità può essere drammatica. Incontriamo ex-travet delle multinazionali che cercano di riciclarsi, fallendo, in attività lavorative indipendenti, incontriamo giovani coppie già ai ferri corti dopo pochi mesi di unione, incalliti solitari che guardano le vite attorno con gelida circospezione, e tutto, pur se in disfacimento, sembra sia preda di un tempo statico. Come quando dopo un tumulto si istituisce quella immobilità attiva che non fa muovere neppure la fiamma di una candela. Il resto qui

Quelle periferie senz’anima ai margini dell’esistenza

(di Caterina Soffici)

L’ultimo stadio dell’alienazione contemporanea va cercato sulla Tangenziale Ovest di Milano, località Cortesforza, in quel regno intermedio che è più metropoli ma non è ancora campagna, dove si dorme nelle villette a schiera e si transita tra centri commerciali e capannoni industriali. In quei non luoghi si dorme, si compra, si incolonna, si parcheggia, ma non si vive. La vita non è più lì. Ma dove è finita? “Tanti anni fa si scrivevano romanzi con personaggi che cercavano, su questa terra, la propria felicità. Oggi sembra che il personaggio davvero del nostro tempo sia colui che considera una disperazione quieta e senza scosse – come un’anestesia – un obiettivo già accettabile per la vita.”

Sono le parole che Giulio Mozzi usa per presentare nel risvolto di copertina il romanzo di cui stiamo per parlare. Non so neppure se definirlo un romanzo corale o una raccolta di racconti, ma forse il confine tra le due forme è così labile che non è così importante approfondire. Il libro è il secondo di Giorgio Falco, autore uscito dal cappello magico di Mozzi che da Sironi pubblicò Pausa caffè, un esordio bellissimo e feroce fatto di riunioni aziendali, promozioni, lavoratori a progetto e distributori automatici di bevande al gusto di caffè. Dopo 5 anni Falco torna, nella collana diretta da Severino Cesari e Paolo Repetti con L’ubicazione del bene (Einaudi Stile Libero, pagg. 141, euro 16), altrettanto feroce anche se di mole molto più ridotta. Fulminante e impietoso, L’ubicazione del bene si deve leggere a partire dal titolo che si capisce completamente, nei suoi vari significati, solo arrivati all’ultima pagina. I personaggi cercano il bene ma nessuno sa dove sia più ubicato.  Non lo troveranno. Forse si è perso. E comunque non è un bene disponibile a Cortesforza, agglomerato sub-urbano immaginario intorno a cui ruotano le storie e i personaggi. Luogo inesistente ma di questo paradosso, paradosso, conosciamo l’ubicazione in modo perfetto: Cortesforza è ubicato a 101 metri sul livello del mare e copre una superficie di 3,9 chilometri quadrati nella zona sud ovest della provincia di Milano (come risulta da perizia del geometra per l’asta giudiziaria nel secondo episodio).

Se in Pausa caffè Giorgio Falco raccontava la fine del lavoro come regno del riscatto e della dignità umana, qui siamo alla fine di un’esistenza davvero degna di essere vissuta.

I personaggi sono tutti sull’orlo di un fallimento, che sia economico, personale, lavorativo o sentimentale. Non c’è speranza, ma non c’è neppure l’epica di un tonfo percepibile. Quadri aziendali, sposi novelli, mogli frustrate, impiegati, geometri e piccoli manager falliti scivolano lentamente verso il basso, perché sono la rappresentazione più tangibile dove il ceto medio si incontra e si scontra con il proletariato. “Lui e lei sono in una condizione lavorativa tale per cui un deciso spostamento li fa appartenere alla scia del benessere, ma una piccola variazione può farli precipitare nella povertà”. Si ritrovano ad aver valicato il limite del non ritorno, ma non se ne accorgono neppure. Solo un piccolo telo copre la realtà ma basta un colpo d’aria per farla riaffiorare. Come nell’episodio della festa di nozze celebrata a Robecco sul Naviglio, nel giardino di una villa settecentesca prenotata dagli sposi diciotto mesi prima, tra acconciature fresche di parrucchiere, guanti, calze candide e bouquet dove “il vento solleva le tovaglie bianche e rivela la scarsa qualità delle gambe dei tavoli, delle scarpe dei camerieri, e i camerieri, nel rintuzzare quello svelarsi osceno, mettono altre bottiglie di vino sui tavoli, per zavorrare la tovaglia con una maschera di generosità.” I personaggi di Giorgio Falco sono come le gambe di quei tavoli, di scarsa qualità ma coperti da tovaglie bianche (finché dura il vento e non le solleva).

Non sembrano ambire a una vita di serie A, non osano, non si prendono un rischio, e quando lo fanno sono destinati a fallire, come l’eroico Pietro che si licenzia dalla multinazionale per mettersi in proprio in un capannone “vicinanze Tangenziale” e non “uscita Tangenziale”, quello sì che sarebbe un capannone di serie A.

Il libro di Falco è di una durezza impressionante, non una parola in più, non un commento o una strizzata d’occhio al lettore. Arrivati a pagina 141 non vi ricorderete il nome di un personaggio ma una serie di volti indistinti, come se al posto di persone in carne e ossa aveste letto le vicende di quei piccoli ometti disegnati al computer nelle piantine delle agenzie immobiliari che vendono il sogno di una villa monofamiliare con parco in complessi dai nomi ammiccanti, come La residenza fiorita, La cascina del sole, Corte delle  robinie: il prato verde chiaro, gli alberi, le aiuole e le sagome di uomini, donne, bambini (spesso c’è anche il cane), i vialetti di ciottoli e la tettoia con i posti auto. In verità non era una “villa prestigiosa e di ampia metratura” con parco, ma una villetta a schiera con prato spelacchiato. Perché “nessuno dei potenziali clienti vuole sentirsi dire la verità, tutti necessitano di qualcosa che rappresenti un mondo diverso da quello in cui vivono.”

Il Giornale, 7 giugno 2009

Giorgio Falco, L’ubicazione del bene

di Demetrio Paolin

by Vibrisse il 4 giugno 2009

Il libro di racconti di Giorgio Falco,L’ubicazione del bene, il suo secondo dopo l’esordio con Sironi (Pausa caffè), è certamente una delle uscite più interessanti del panorama letterario italiano. Mi piacerebbe quindi ragionarci, cercando di evidenziare quelli che a me sembrano i temi attuali e più stringenti.

Il titolo. Mi pare che il titolo possegga in sé una serie di notizie attorno ai temi del libro. L’ubicazione del bene è infatti un titolo polisemico, che si presta a diverse letture. In primo luogo rimanda ad un linguaggio notarile, soprattutto nell’ambito della compra-vendita di immobili. Il titolo quindi indicherebbe le coordinate catastali di un edificio che viene messo in vendita. In particolare nel libro di Falco si parla di una villetta messa all’asta (p. 17).
Il titolo, però, possiede altre suggestioni: ubicare il bene, situare il bene, Ovvero se il bene esiste dove lo trovo, come lo localizzo? Leggi il seguito qui

I VIVI E I MORTI DELLE VILLETTE

Il bene è un concetto immobiliare
L’anatomia della vita in periferia nel romanzo di Giorgio Falco
di Concita De Gregorio
È successo poco a poco, impercettibilmente. Da fuori la differenza non si nota. Da quando sono state costruite, forse trent’anni fa, le villette monofamiliari della new town fuori Milano, sono identiche. Il prato tosato, gli alberi da frutto. Il «contesto ideale» dove far crescere i bambini. Centro in grande espansione commerciale e residenziale. Garage col telecomando, veranda con sedie in simil-legno. Venti chilometri di Tangenziale e sei in centro. Autoradio con subwoofer e vai. Cortesforza. Tetti rossi e cancelletti. Cantinetta. Barbecue. Nessuno può dire come sia successo. Poco a poco, impercettibilmente. Senza che alcuno potesse dare l’allarme né avere il tempo di fuggire. E poi fuggire dove, e come? E poi perché fuggire, in fondo. Però dentro è marcito tutto. Avvelentato, inacidito, spento. Disattivati i sensori delle vite senza neppure il lusso del rimpianto. L’odore della putrefazione è dolce e sembra quello dei gelsomini. Dell’Arbre magique, anche. Giorgio Falco scrive un romanzo, L ’ubicazione del bene, fatto di racconti prossimi alla perfezione. Nel tono, nella capacità di correre lungo il crinale della ordinata sequenza di gesti che segnano la disfatta delle vite. Già dal titolo: il bene è l’altro significato della parola, certo. Il bene immobile. Il luogo dove trovarlo non ha bisogno di ricerca interiore: c’è l’indirizzo ci si arriva con Tomtom. Via Borromeo 10/E, Cortesforza. Un luogo immaginario, complesso di villette «subito fuori città» uguale a tutti, una periferia modello. Pietro disinfesta, derattizza. La moglie dice che da quando è diventato imprenditore gli puzza la pelle. Si sono conosciuti in palestra su un tapis roulant di Lorenteggio. Topi e scarafaggi. Il furgoncino. I suoceri hanno comprato la casa a Paola e offerto l’appartamento al genero. «Lui doveva solo continuare ad essere ciò che si aspettavano». Invece. Bisogna mettersi in proprio per fare fortuna. Pietro vuole avere informazioni sul capannone «centocinquanta metri quadri vicinanze tangenziale ovest». Cortesforza, dice l’agente, è a un quarto d’ora dalla tangenziale ovest. Il bene pignorato è in via Borromeo al 10/E. Nella villetta 10/B abita Giovanna quella che ha messo il cane nel forno. Il marito della signora Moriero le da i pugni in testa da 46 anni: vivono nella 10/d. Claudia è venuta nella 10/C per far vivere il figlio in un contesto migliore. «Alessandra e Claudia portano i bambini al parco comunale. Alessandra considera Claudia una sua amica ma senza i figli si ignorerebbero, il rapporto fra decine di giovani madri, a Cortesforza come altrove, si basa sull’infanzia dei figli». LE BATTAGLIE DEI PESCI La domenica le coppie portano i bambini allo zoo safari, in colonna coi camion sulla tangenziale. Le scimmie assalgono l’auto. Gianni ha paura che l’abbiano graffiata, i bimbi piangono. Il signor Morlacchi ha un pappagallo. Michele ha seminato un’erba speciale che non necessita di taglio. La sera quelli con l’acquario amazzonico si sfidano: battaglie di pesci siamesi combattenti. Al quinto compleanno del figlio lui compra un camper usato. Ricorda di aver pensato, anni prima. Se avessi un giardino la mia vita sarebbe diversa. Ha comprato la macchina senza aria condizionata. Il concessionario insisteva: lui ha preferito il modello base. L’aria condizionata fa male. La moglie chiede l’aria condizionata dov’è. Lui dice non c’è. Lei dice non scherzare. Lui dice è vero, non c’è. Lei dice mi hai rovinato la vita.
31 maggio 2009
pubblicato nell’edizione Nazionale dell’Unità (pagina 36) nella sezione “Culture”


Giorgio Falco diventa grande e si conferma un vero scrittore

Dopo “Pausa caffè, il nuovo romanzo “L’ubicazione del bene”

di Ade Zeno da l’Altro 27-05-2009

Quando, nel 2004, venne pubblicato Pausa Caffè, titolo che segnò
l’esordio di Giorgio Falco, furono in molti a salutarlo con
l’entusiasmo della sorpresa e con la meraviglia che si prova al
cospetto di una scoperta felice. Ebbe particolare eco, allora, una
favorevolissima recensione firmata Aldo Nove che dalle colonne di
Tuttolibri parlò di «nuovo poeta epico del mondo del lavoro
precario», intendendo così sottolineare il potere evocativo di una
scrittura capace di partire dalle zone marginali di una realtà
vicina per approdare a nuove forme, altri simboli, zigzaganti e
instabili, ma universali. Marginalità, spazi a latere, luoghi
angusti e miserrimi che nel caso di Falco erano attinti dal mondo del
lavoro di oggi, un mondo popolato da personaggi completamente arresi
al potere spersonificante della propria professionalità labile e
precaria, e contro le cui aberrazioni si faceva strada
l’impossibilità di opporre vere alternative esistenziali.
Lavoratori temporanei, a progetto, a termine, un’umanità giovane
ma vinta in partenza, inconsapevolmente becera, che si bruciava il
cervello spalmando le ultime sinapsi in monologhi autistici,
autoreferenziali, desolatamente tristi. Rassegna spietata di figure
umane ridotte a sagome grottesche, Pausa Caffé trovava linfa
narrativa proprio nella frammentazione, nella potenza dei tanti, più
o meno brevi, quadretti dentro cui gli ingredienti di questo universo
fatto di jingles, cartelloni pubblicitari, promozioni telefoniche,
comizi e riunioni aziendali si confondevano fra loro in un magma
(corale e al tempo stesso solipsista, egotico) opprimente,
restituendo al lettore l’affresco, purtroppo credibilissimo, di una
contemporaneità oscena. A distanza di cinque anni da quella prima
prova esce oggi L’ubicazione del bene (Einaudi Stile Libero,
pp.150, euro 16), decisamente meno ingombrante del suo predecessore
(che contava ben 350 pagine), e che forse anche grazie alla maggior
brevità risulta più fulmineo, crudo, carico di potenza offensiva.
Sempre alienati e persi, gli insetti tristi di Falco sembrano ora
aver messo da parte per qualche momento la dimensione del marasma
urlante per trasferirsi dentro tracciati più lineari, organici,
ovvero i confini di un luogo immaginario situato alla periferia di
Milano, piccolo microcosmo parallelo che porta un nome ridicolo e
austero: Cortesforza. E’ qui, tra le mura sedate di composte
villette a schiera, che si consumano i loro perscrutabilissimi
destini ricamati intorno a questi nove racconti splendidi, feroci e
senza allegria. Divise tra il desiderio di fuggire in qualche modo e
la certezza di non possedere nemmeno l’ombra delle carte necessarie
a riuscirci, le anime morte di Falco provano comunque a immaginarsi
un’alternativa, fittizia magari, falsa e scadente come l’erba dei
loro giardinetti, come il cartongesso vuoto degli appartamenti che
abitano; hanno imparato un poco alla volta che aspirare alla
felicità non si può più, e che è già un buon risultato spartire
i giorni che restano da vivere con disperazioni sommesse e timide
tragedie, e barattare l’esasperazione della sconfitta con follie
silenziose, non compromettenti. L’occhio entomologico di Falco ha
quindi deciso di cambiare la visuale spostandosi dalle schizofreniche
agitazioni della routine lavorativa agli arti addormentati che tornano
a casa con gli occhi e i cuori spenti. Cuori che impietosiscono, e in
fondo commuovono, perché nelle loro pulsazioni sempre più tenui
riconosciamo le nostre, e quelle di chi ci sta attorno; il ritratto,
insomma, di un mondo che ci immortala per come almeno in parte siamo
diventati (stiamo diventando) oggi: degli spossati, ignavi e tragici nullatenenti.

Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, pp.150, Einaudi Stile Libero € 16


Leggete assolutamente
26 Maggio 2009
di
Giuseppe Genna


Mi occuperò di tre libri, appena avrò il fiato di farlo. Si tratta di tre romanzi perforanti: Il tempo materiale di Giorgio Vasta (minimum fax), su cui da mesi rifletto; Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin (Transeuropa); e il libro che segnalo oggi, L’ubicazione del bene di Giorgio Falco (Einaudi Stile Libero). Sono tre romanzi che mi appaiono fondamentali per il nostro tempo narrativo italiano.
Il libro di Giorgio Falco, che non c’entra assolutamente nulla a mio parere con Carver (così ho letto in giro), ma c’entra tantissimo con Cheever e con una tradizione italiana in cui vedo Volponi assai presente (congiunto obliquamente con una linea “impossibile” che da Leopardi, passando per Pascoli, attraversa Michelstaedter – ma sia chiaro: queste sono impressioni mie e soltanto mie), non è una rappresentazione mimetica e nemmeno allegorica del presente post-industriale o della faglia temporale che stiamo vivendo: è infatti un romanzo teologico e la post-industria non è un’ontologia, ma una sociologia. Se preso dal verso della rappresentazione cinica di un tempo umano spettrale, L’ubicazione del bene sarebbe un romanzo sociologico: lo sembra, in effetti, e non lo è. Se preso dal versante della meditazione sul Bene, immediatamente il Bene viene inteso come scelta morale, come opzione, come preterizione umana: e ciò anche sembra essere il libro di Giorgio Falco, ma non lo è.
Cos’è allora? Secondo me, questo: è la rappresentazione della difficoltà metafisica che la Città di Dio sia la Città di Dio in Terra.
Non avrei altro da dire e ciò che in effetti più avanti scriverò in maniera più distesa, di fatto, non sarà altro che una desunzione da questa mia impressione, che tenterò di circostanziare in base al testo. Non conosco personalmente Giorgio Falco, ho soltanto letto il suo precedente libro (Pausa caffè, edito da Sironi), per il quale (come, immagino, per questo nuovo testo) c’è da ringraziare Giulio Mozzi (oltre che gli editori, Severino Cesari e Paolo Repetti).
Un unico elemento a conforto transitorio di quanto ho scritto: esiste un processo formale che conduce apparentemente dalla frammentazione all’identificazione di un filo rosso che permette di unificare il libro – da molti nuclei di racconti a un romanzo, in pratica; in realtà, avviene al contempo, nello stesso istante in cui un’unità si crea, la frammentazione di quella. Sul piano dell’allusione a cui rimanda il libro di Giorgio Falco, esattamente come in Falconer di John Cheever, ciò avviene quando ci si domanda, implicitamente quanto concretamente, come portare in Terra la Città di Dio. Ovvero, quale rapporto consustanziale si dà tra il vivente e il morto, tra la potenza incarnata della vita e quella disincarnante della morte.
A tale proposito, riporto un breve stralcio di dialogo da L’ubicazione del bene. Si parla di come nutrire un animale domestico che fino a qualche anno fa era esotico e oggi è invece la normalità dell’esotico: e cioè il serpente – animale che è simbolico assai, ma il cui portato simbolico viene qui trasceso in poche brevi battute:

– E per dargli da mangiare?
– Vuole dargli il vivo o il morto?
– Significa un animale vivo o un animale morto?
– Cibo vivo o cibo fresco morto.
– Cos’ha di vivo?
– Pulcini. Topolini bianchi.
– No, mi impressionano.
– I serpenti adorano il vivo.
– […] Vorrei abituarlo al morto.

Qui non c’è cinismo, non c’è poetica degli oggetti, non c’è ingaggio sul presente. Il significato esonda dalla significazione: l’allusione è a un senso non linguistico. Per questo, se si osserva all’apparenza della trama, si può avere l’impressione di un esercizio ballardiano: ciò che è più distante dal libro di Giorgio Falco. Perché in Ballard non c’è l’assalto metafisico, che è invece la cifra più naturale di Falco, a mio modo di vedere.
L’invito esplicito che formulo è a comperare e leggere L’ubicazione del bene di Giorgio Falco (potete acquistarlo qui, L’ubicazione del bene di Giorgio Falco). A sostegno dell’invito, la lettura del primo capitolo del romanzo, con uno degli incipit più belli degli ultimi anni di narrativa italiana: qui (in pdf).


Società Un romanzo che racconta una società dove gli oggetti sono la misura degli individui

Gli uomini al servizio delle cose

Campi, furgoni, armadi e caldaie: i protagonisti di Giorgio Falco

di Mauro Covacich (26 maggio 2009) – Corriere della Sera

Fino a un certo punto della storia gli oggetti ci servivano. Poi, con un semplice cambio di ruolo, abbiamo cominciato a servire gli oggetti. Li abbiamo alimentati, abbiamo assecondato le loro esigenze, abbiamo creduto in loro al punto da far slittare sullo sfondo le nostre stesse vite. Case, auto, irroratori da giardino, azioni. Noi eravamo quelli che possedevano e costruivano cose, il senso delle nostre vite era diventato questo. Ovviamente non ci siamo accorti di nulla, non si è trattato di un cambiamento drastico. A poco a poco tutto ciò che avevamo prodotto – e che senza posa continuiamo a produrre – ha occupato l’ orizzonte, appesantito il cielo, ridotto il cilindro dello spazio individuale e, di conseguenza, l’ ossigeno delle nostre relazioni. Cos’ è questo boccheggiare, quest’ asfissia sentimentale? Ci siamo circondati di beni, mobili e immobili, ed essi alla fine ci hanno sopraffatto. Che ne è del Bene, del nostro Bene? Sta lì in «vicinanze Tangenziale Ovest», sembra dirci con un doppio senso dai risvolti a dir poco inquietanti il titolo di questo folgorante libro di Giorgio Falco, L’ ubicazione del bene (Einaudi Stile libero). «Non voglio parlare di un matrimonio finito – dice uno dei personaggi del secondo racconto -. Questa è la storia di un luogo, il luogo che sta intorno alla casa di via Carlo Borromeo 10/E a Cortesforza, Milano». Ma come? Non ci sono protagonisti nel libro di Falco? Certo che ci sono: cantine, caldaie, furgoncini, buoni benzina, mutui, prodotti disinfestanti, capannoni, trattori, mietitrebbia, rotatorie, autolavaggi, siepi scolpite con cura maniacale, dietro le quali cani con pedigree «flettono le zampe per piantare meglio il loro ringhio nel mondo». Se vogliamo raccontare davvero l’ esistenza che ci troviamo a vivere forse dobbiamo cercarla tra le teste degli oggetti, nei pochi interstizi di luce, là dove si è trasformata in paesaggio. E che si può dire di uomini arresi a far da paesaggio alle cose? È ipotizzabile una loro psicologia? No di certo. L’ unico approccio possibile è una topografia del loro suburbio residenziale: da lì – dalle loro villette a schiera, dai loro prati sintetici, dalle loro proprietà videosorvegliate – emergeranno come ologrammi i flussi dolenti di nuove identità. Cortesforza è il nostro odierno pianeta, dove un’ umanità residuale vive nel terrore quotidiano di non essere mai abbastanza all’ altezza: «Un deciso spostamento li fa appartenere alla scia del benessere, ma una piccola variazione può farli precipitare nella povertà». Manager che stabiliscono le gerarchie sfidandosi in combattimenti di pesci tropicali, giovani padri separati che dormono in camper, figlie di magnati dell’ edilizia minacciate dall’ ennesimo ricovero in psichiatria, impiegate programmate per la maternità, coppie di novelli sposi umiliati, feriti, vinti dal loro stesso album di matrimonio, piccoli imprenditori che di domenica mangiano un panino, soli, nel capannone non ancora pignorato della loro azienda. Per l’ incessante produzione di beni il sistema richiede alte prestazioni e soprattutto una vita flessibile, sempre pronta, una vita just in time. Ormai è andata così, troppo difficile cercare un responsabile ora. L’ unica soluzione è recarsi all’ autolavaggio, inserire il gettone, dare una sciacquatina alla macchina, rifugiarsi nell’ abitacolo insonorizzato e aspirare il deodorante alla fragola. È forse ubicato là dentro il Bene? Commuove il modo in cui non ce la fanno gli uomini e le donne di Giorgio Falco: non è una caduta a precipizio, non è una disfatta eroica, solenne, ma un’ agonia sommessa di pensionati vedovi che abitano a quindici chilometri dalla città, desiderano il mare e condividono le loro piastrelle salvaprato con un pappagallo che parla come un figlio disabile. Commuove il loro indurimento, la somiglianza al nostro. Qualche anno fa, quando vidi le sculture dell’ australiana Patricia Piccinini alla Biennale di Venezia, pensai a una bizzarria estrema e in qualche modo estetizzante – femmine umanoidi che nutrivano da mammelle canine una cucciolata di bambini mutanti, oppure giacevano acciambellate con i loro corpi pieni di prolassi – ora ho capito che raccontavano un pezzo del nostro destino, il capitolo immediatamente successivo a quello raccontato da Falco. Sono molti i riferimenti che vengono in mente leggendo questo libro. L’ ossatura dei dialoghi alla Raymond Carver, la spietatezza di certo cinema austriaco – penso soprattutto al capolavoro di Ulrich Seidl intitolato Canicola – la quieta disperazione del benessere dei racconti di A.M. Homes. Eppure se mi guardo attorno, anch’ io come Falco ho l’ impressione che sia finita anche l’ epoca della Sicurezza degli oggetti: nel libro della Homes i nostri prodotti erano l’ ultima sponda a cui aggrapparsi per non crollare nel panico. Ora sono loro stessi causa efficiente e insieme finale del nostro moto terrestre. Miliardi di persone incanalate in procedure esistenziali protocollate: lavorerai, farai un figlio, metterai la sua foto sullo schermo del cellulare, ti separerai, invecchierai leggendo i bollettini pubblicitari dei supermercati sulle panchine del parco. In un mondo dove tutto è compresso per un acme istantaneo, dove anche i documentari sono un montaggio serrato di copule e sbranamenti, non c’ è spazio per il Bene, sembra dirci la voce nobilmente cinica di Falco. Ci si deve quindi accontentare dei beni, minuscoli, plurali, democratici. Li si può accudire, riparare dalla grandine, ci si può accucciare nei pressi come sembrano fare le sculture della Piccinini. A questo punto nei dibattiti pubblici c’ è sempre una signora che alza la mano e chiede: «Ma scusi, con tutto lo schifo che dobbiamo affrontare ogni giorno, perché non scrive libri più allegri?». E qui di solito l’ autore s’ incarta, distingue tra letteratura d’ evasione e letteratura di ricerca, prova a recuperare, in fondo la signora si è sciroppata un’ ora di apocalisse, non vuole farla tornare a casa senza un filo di speranza. Almeno a me capita così. Per questo spero che Falco trovi la forza di rispondere nell’ unico modo corretto. Perché non scrive libri più allegri? Perché troverei meno immorale spacciare cocaina. L’ autore Giorgio Falco, nato nel 1967, vive a Milano dove lavora nel mondo delle telecomunicazioni. Ha esordito nel 2004 con «Pausa caffè», edito da Sironi, una raccolta di voci, microstorie, flussi di coscienza, dialoghi dal mondo dei precari. «L’ ubicazione del bene» è edito da Einaudi Stile libero (pp. 142, 16)


Quel bene perduto che corrode Milano

di Michele Smargiassi da La Repubblica 19 maggio 2009

«Terra-cielo» nel gergo immobiliare significa villetta unifamiliare, ma è molto più di un sinonimo. È un desiderio di status, è la sintesi kantiana dell´individualismo proprietario: la solida casa attorno a me, il cielo stellato sopra di me. Lo spazio tra mansardina e tavernetta ha plasmato l´immaginario collettivo di una generazione, almeno in una certa fetta del nord peri-metropolitano, almeno in una certa fascia sociale, quella dei ceti affluenti, della classe media in ascesa. Ma in fondo al vialetto di palladiana, dietro il videocitofono, dove t´aspetteresti la serenità del consumismo realizzato, scopri le angosce insensate, il dolore vuoto.
I mali palesi delle periferie degradate sono ogni giorno sulle cronache. Il male oscuro dell´hinterland del benessere, serve l´occhio di un urbanista dell´interiorità per raccontarlo. Ce l´ha fatta Giorgio Falco, scrittore vigevanese quarantenne al suo secondo libro: L´ubicazione del bene (Einaudi, euro 16). Già il titolo, rubato al frasario catastale, è un piccolo capolavoro. Il bene è quello immobiliare ma anche quello morale, entrambi hanno un luogo raggiungibile, acquistabile, una superficie abitabile, tripliservizi, verandina, venti metriquadri di giardino, doppio box; il bene nella vita è dunque ubicato da qualche parte, basta un rogito e la felicità sarà raggiunta, i figli cresceranno «in un contesto migliore», in un «centro abitato a misura d´uomo» a «soli quindici minuti dal centro».
Ma a Cortesforza, paradiso di villette dove s´intrecciano le disperate storie che racconta Falco, il «bene» non c´è. Non c´è neanche il suo contrario, se immaginiamo il male solo come ferocia, dramma, cattiveria. Ci sono invece la dissoluzione lenta e inspiegabile dei legami familiari, lo svanimento degli affetti, la frana senza spiegazione delle speranze, l´insoddisfazione a bassa intensità, l´«infelicità senza desideri» che evocò Peter Handke. Coppie che non hanno il coraggio di lasciarsi, azzardi imprenditoriali finiti male, lampi di follia, weekend annoiati, cinismo quotidiano. Giovanna, borderline, metterà il cane nel forno, Graziella fa cremare il suo, «lui» e «lei» senza nome litigano sulle pulci del loro. Il signor Moriero da 46 anni prende a pugni in testa la moglie. Perché? Non c´è un perché.
Non c´è neanche Cortesforza, ovviamente, è un paese letterario, però è «ubicato» sulla statale 494 tra Abbiategrasso e Vermezzo, e non poteva essere molto lontano da lì. La suburbitudine diagnosticata con fredda pietà da Falco non poteva manifestarsi a Centocelle, a Secondigliano o allo Zen, dove i mali hanno un nome e in fondo anche uno scopo ben concreto. È invece una malattia del nord, è la sua depressione clinica, è la fase terminale di una storia che aveva nomi entusiasti quando esplose (yuppismo, “Milano da bere”) e che ora che è nei guai chiamiamo “questione settentrionale”. Ma qui la recessione mondiale c´entra poco, la crisi di Malpensa e i pasticci dell´Expo sono solo la schiuma. È sotto, molto sotto la tavernetta, che i pilastri di cemento della società nordista sembrano corrosi da una ruggine morale di svogliatezza e perdita di senso.
Non è storia inedita. Dell´emarginazione benestante s´erano già accorti scrittori come Carver, registi come Altman, fotografi come Owens. Negli Usa la civiltà della villetta conta un secolo di vita, è tutt´uno con l´american way, con la cultura dell´automobile, col mito ultrafamilista della middle-class; affonda le sue radici nel profondo e paradossale anti-urbanesimo di quel paese, e conosce solo due alternative, entrambe radicali: i loft dei ricchissimi, gli slum dei poverissimi. In Italia, paese di civiltà urbana secolare, la scelta periurbana è recente, timida, stimolata dalla speculazione edilizia. L´auto-deportazione dei ceti emergenti negli anni Ottanta è stata un fenomeno indotto, largamente artificiale, avviato prima che una cultura della socialità da hinterland si potesse consolidare. Al suo posto, la precaria compensazione degli oggetti: le auto monovolume e station wagon, la finta rusticità degli arredi da giardino e dei prati in rotolo, la superficiale confidenza da cancello scolastico tra le mamme, gli animali da compagnia (quanti animali, vittime o crudele specchio dei loro padroni, negli interstizi delle storie di questo libro).
Ma più che darci una versione all´italiana delle atmosfere americane, Falco, ha aggiornato una letteratura a volte dimenticata e tutta nostra. Quella che un secolo fa, per la penna di autori maggiori e minori, da Tozzi a Svevo, raccontò la nascita e la precoce crisi morale di un altro ceto medio: i travet, le mezzemaniche, gli impiegati. Anche il loro «bene» era «ubicato» sulla mappa della città: nei quartieri di mezzo, nelle palazzine che si sforzavano disperatamente di distinguersi con qualche “dignitoso” orpello di stucco dai casermoni di ringhiera del proletariato industriale. Anche a loro mancò un piano regolatore dell´anima.


Intervista a GIORGIO FALCO

Il dolore del territorio

Pulp, Fabio Zucchella.  Maggio-Giugno 2009

Fotografia di Sabrina Ragucci, tutti i diritti riservati

Fotografia di Sabrina Ragucci, tutti i diritti riservati

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