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Ipotesi di una sconfitta

febbraio 7, 2018

su L’indiependente, Alice De Gregoriis

Falco, con il suo ultimo libro Ipotesi di una sconfitta, si inserisce nel filone italiano di autobiografie e autofiction attraverso una voce dimessa, nient’affatto ingombrante, eppure alienante, distorta, capace di osservare i bordi del flusso quotidiano e di tracciare da questa posizione liminare gli estremi di un sistema culturale tutto di superficie, mostrandone i contorni paradossali, e riuscendo in tal modo a scendere in profondità. Già in Sottofondo italiano svela il gioco comune di capovolgimento tra superficie e profondità, in cui siamo tutti relegati:

«Il sottofondo scava nell’intimo di ognuno di noi, per trasportarci in superficie, nel sottofondo commerciale così invasivo da non farci sentire il destino comune, il senso di prigionia di una nuova stagione ritmata dai jingle, dalle promozioni. Barattiamo il silenzio che precede la lotta con una ninna nanna. I gesti decisivi diventano secondari, e il sottofondo dominante, che pensavamo relegato in secondo piano, diventa la vita.»

Analizza questo ribaltamento percettivo inserendosi in un altro filone letterario, legato all’analisi del sistema lavorativo attuale e della sua interazione con l’individuo. Il recente Teoria della classe disagiata si è riproposto di disegnare il profilo di una generazione borghese, cresciuta nell’agiatezza, intenta a posticipare il più possibile il proprio ingresso nel mondo lavorativo per sfuggire all’inevitabile declassamento. Invece Giorgio Falco mostra l’altra probabile faccia di una generazione disillusa, rielabora la sua personale disaffezione alla retorica del lavoro, non dovuta al mancato raggiungimento di un determinato status, alla pretesa di ottenerlo, ma all’effettiva mancanza di desiderio. Il vuoto di desiderio che Falco continuamente cerca di rimettere in discussione, in un tentativo di adattamento all’ambiente durato diversi anni, è nell’occhio di una forza centripeta che lo spinge, volente o nolente, ad autoboiccottarsi continuamente. La sua disaffezione non nasce quindi da una delusione delle aspettative, ma dalla mancanza di aspettative.

L’andamento del libro sembra assumere una struttura circolare, nonostante la sua capacità di sfuggire all’asserzione definitiva, alla tendenza a «scolpire il passato». Già all’inizio della sua iniziazione alla “vita vera”, già prima delle sue effettive esperienze lavorative, Falco è pervaso dalla percezione di partecipare a una gigantesca impostura, della quale dovrà divenire artefice, e quindi complice. Ci troviamo alle prime lezioni di guida con il padre:

«Dovevo sforzarmi di credere al mondo che mi circondava, un mondo che mio padre, nonostante i conflitti interiori, onorava ogni giorno […] persino le fronde degli alberi mi sembravano un’impostura, mi stavo immettendo in quel flusso, grazie alla patente sarei stato uno di loro, una specie di mio padre. Le mie mani sul volante, come tutti: la dimostrazione che non eravamo mai usciti da un gioco d’infanzia, le mani erano un giocattolo, solo due mani giocattolo potevano stringere lo sterzo Fiat 131 e sopportare quel tipo di realtà intorno.»

La diffidenza originaria nasce, come già spiegato in Sottofondo italiano, dalla percezione di appartenere a uno stato ancora mafioso e fascista, è ancorata a determinazioni storiche tutte italiane. Grazie a questo iniziale campanello d’allarme Falco, nelle sue molteplici esperienze lavorative, è in grado di assumere un occhio straniato, con il quale costantemente rileva le assurdità, intese come gioco a perdere, del nuovo sistema lavorativo occidentale. Alla fiducia del padre in una corrispondenza univoca tra parole e azioni, azioni e lavoro, lavoro e uomo, a questa innocenza non priva di inquietudini, viene sostituita la disillusione di Falco che, prima di procedere a una totale sconfitta (o vittoria), in età giovanile cerca di recuperare il consolante racconto paterno novecentesco. Ma il cambiamento è irreversibile. Tutto è superficie, e questa definitiva evidenza viene palesata alla fine del libro, quando Falco, ormai disoccupato, affianca il suo nuovo “lavoro” di scommettitore alla scrittura. L’alienazione prodotta, la sospensione di responsabilità, l’appartenenza a “un mondo a parte” , l’esaltazione per una vittoria inutile (fonte solo di ulteriore dipendenza), l’astrazione e la spettacolarizzazione, lo portano a domandarsi esplicitamente: c’è una reale differenza tra le scommesse e il lavoro?

«Tutti gestivano l’azienda in modo ludico, non credevano davvero al lavoro, erano invasi dalle menzogne ludiche, si erano spinti troppo in là con le bugie infantili. Il lavoro e quindi il mondo del lavoro e il mondo intero erano puro intrattenimento, un cartone animato che non aveva più bisogno di fingere.»

L’intera riflessione nasce da una serie di conseguenze logiche: le scommesse, che in genere sono un gioco, sono diventate un lavoro, e in fondo, a pensarci bene, il lavoro in genere è un gioco. Falco allora recupera una salutare dimensione di uscita dal ruolo fittizio e ludico, nel quale gli altri sono rimasti impigliati. Questo perché, nonostante si tenda a definire il mondo del lavoro, anche a livello linguistico, come un mondo a parte, esso è giunto a una tale disgregazione oggettiva, da essere rintracciabile in ogni aspetto del soggetto. Non si smette mai di lavorare, soprattutto quando si assumono le spoglie del consumatore, anche perché il lavoro non è più niente di preciso. La voracità onnicomprensiva del nuovo lavoro, si incarna, ad esempio, in Solo Cattiveria, team-leader di Falco nell’azienda di telefonia: la competitività imposta dai ritmi e dalle aspirazioni carrieristiche si installa su una cattiveria naturale, la amplifica attraverso la spettacolarizzazione del proprio potere, fino a modificarne il corpo e le abitudini alimentari: accolto il cliché della donna milanese magra in carriera, Solo Cattiveria si limita a grattare il fondo del suo unico yogurt giornaliero fissando uno schermo.

Il settore terziario appare quindi come un’evidente impostura: ruoli svuotati da funzionalità, burocrazia come arma di esercizio del potere, di frode ai danni dei clienti, lo stesso malfunzionamento è stato integrato nel sistema, capitalizzato e quindi incentivato («l’azienda italiana di terziario incentivava il meccanismo fraudolento poiché era pagata a pratica. Ogni lettera era un pezzo, ogni operatore doveva produrre sei pezzi all’ora»). In questo schiacciamento di energia produttiva e finzione, è inevitabile la degenerazione del lavoro in uno spettacolo che guarda se stesso, e che nel farlo trova il suo alimento. Ciò che conta è fingere produttività ed efficienza, per continuare tutti insieme a smaltire le ore di lavoro giornaliere, guadagnare il minimo che permetta di consumare, lavorare nel consumare e tornare a casa a guardare la tv. Esattamente quella che Debord chiama “sopravvivenza aumentata”: ciò che conta non è più la produttività, perché il fine non è più il soddisfacimento di bisogni naturali, ma di pseudobisogni artificiali, che vanno creati esclusivamente per consentire una consumazione di quanto prodotto, e garantire in tal modo che il sistema circolare si alimenti. Lo spettacolo è lo specchio e il motore di questo sistema.

Lo spettacolo per Debord «non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone mediato dalle immagini». Falco ci fornisce visivamente l’allegoria di questo enunciato e la sua estremizzazione nella descrizione del concerto di Bruce Springsteen, al quale partecipò come sempre ai margini. Lo spettacolo avviene all’interno di uno stadio, Falco si trova sul bordo del piazzale esteriore insieme a migliaia di persone sulle quali svetta il maxischermo, l’immagine di ciò che avviene realmente all’interno che basta, in quanto tale, a fornire l’euforia dell’esserci, lo spettacolo glorificato in quanto presenza pura:

«Un’ovazione che sembrava una cascata d’acqua di riporto trasformata in lavacro, e dallo stadio tracimava verso lo schermo indecifrabile, e dallo schermo indecifrabile nel piazzale assiepato da migliaia di persone sedute, che avevano iniziato a urlare con le teste all’insù, come per comunicare il proprio assenso a un gioco inventato da altri, qualcosa che avveniva oltre la cortina. Springsteen doveva essere uscito dal palco ma non vedevo nulla, forse anche coloro che urlavano nel piazzale, più avanti di me, non vedevano nulla, e perfino molti dentro lo stadio […] non vedevano nulla, ma urlavano, urlavano tutti…»

Siamo già oltre Debord: non è neanche l’immagine a mediare il rapporto sociale, ma il simulacro di quest’ultima. Falco descrive minuziosamente gli effetti di questa mutazione culturale, sia in politica, sia in ambito lavorativo. Dal momento in cui lo spettacolo è immagine della realtà, e la realtà diventa immagine dello spettacolo, dal momento in cui il contagio è bilaterale, gli slogan politici diventano facilmente slogan pubblicitari, e il carattere asciutto di una sentenza semplicistica e vendibile, orecchiabile, diventa il contenuto di un programma politico. È impossibile partecipare alla manifestazione perché la sua struttura, la sua grammatica sono stati assorbiti dalla mutazione culturale, e con essi anche i contenuti. Falco sovrappone questi due piani, divenuti ormai identici, attraverso una giustapposizione percettiva: si trova in un bar durante una manifestazione studentesca e le risate finte del televisore si mescolano ai cori svuotati della sua generazione studentesca. Il significato sta nell’atto di pronunciare.

La dinamica si riproduce, identica a se stessa, nel lavoro. Lo spettacolo è l’immagine dell’economia dominante, ormai sganciata da un fine, ma alimentata dallo sviluppo autoreferenziale. Ancora Debord parla di proletarizzazione del mondo, in cui a causa della divisione generalizzata del lavoratore e del suo prodotto, si perde ogni punto di vista unitario sull’attività svolta. Come Falco afferma, «L’Occidente era solo un capannone». Ma il nuovo orizzonte economico è l’inattività, il non-lavoro, che però non è liberazione dal lavoro: è un’improduttività piegata ancora alle dinamiche economiche, la reiterazione estrema dell’alienazione. Dal momento che ora il prodotto del lavoratore consiste nella sua stessa vita (in quanto lavoratore-consumatore, lavoratore a tempo pieno) , è proprio dalla vita che viene alienato.

Per far ciò, per svincolare il lavoratore dal suo prodotto, e il lavoro dalla produzione, è necessario un progressivo grado di astrazione. Falco ci fornisce il senso di questa astrazione utilizzando, al di là di riferimenti espliciti, una tecnica narrativa progressivamente smaterializzata, incapace di ritrovare una corrispondenza tra il linguaggio e le cose, e poi tra il significante e il significato. Con la perdita del primo rapporto abbandona il paterno ‘900, con la distruzione del secondo decompone anche la sua epoca, la nuova economia. Nel primo caso, lo scarto è sottolineato dalla fantasia dell’autore, dalla sua tendenza a donare soprannomi ai personaggi incontrati, per ricomporre una realtà dotata di senso. È glossato dal suo occhio straniato che, anche attraverso uno smottamento linguistico capace di giocare sull’onomastica, accetta il gioco di finzioni, e ne trae un racconto di vita vera. Così il suo collega vetrinista diventa Olaf, la teamleader nella compagnia telefonica diventa Solo Cattiveria e così via. La perdita del secondo rapporto, quello tra significante e significato, è invece raggiunta verso la fine del libro, è posta sotto il segno dell’incomprensibilità, piuttosto che della fantasia, quando, ormai inserito nel settore terziario, il linguaggio burocratico diventa un’accozzaglia di blocchi di significante precostituiti, incomprensibili ai clienti:

«e poi manager, minimanager e teamleader parlavano la stessa lingua, vivevano il mondo del loro agire continuo, il loro agire continuo era solo astrazione di numeri e parole, giogo linguistico di asserzioni così energiche e convinte da sembrare indistruttibili, ma solo nell’istante in cui si ripetevano, istante che coincideva con il loro esaurirsi, e il loro esaurirsi era comunicazione»

Ancora una volta, è l’atto di pronunciare a dotare di senso la comunicazione, così come al concerto di Springsteen era la pura presenza a donare valore. Ovunque è superficie impenetrabile, ovunque è vuota manifestazione. Così, dopo aver vissuto le proprie esperienze come un racconto, dopo aver dato nuovi nomi a realtà e personaggi, per la prima volta è Falco ad essere soprannominato, ad essere inglobato in un racconto surreale: all’interno dell’azienda diventa GFALCO, e poi ZZGFAI. Questo assorbimento totalizzante e definitivo nell’astrazione gli impedisce ormai di comprendere e quindi nominare, poiché entrato definitivamente in un nuovo linguaggio, e dunque in una nuova realtà. Allontanato dalla sede principale in quanto scrittore e sindacalista, Falco si trincera per diversi mesi all’interno di uno sgabuzzino, suo nuovo “ufficio”, per riempire l’orario lavorativo attraverso la scrittura, un boicottaggio di cui l’amministrazione è ben cosciente. Continua così per diciotto mesi, fino all’arrivo di Solo Cattiveria 2, un’altra teamleader che irrompe nello “Sgabuzzis” per porre fine alla sua segregazione:

«L’avevo soprannominata Solo Cattiveria 2. Sarei stato capace di dedicarle alcune pagine come avevo fatto con Solo Cattiveria o mi sarei limitato alla sua fugace irruzione dentro lo Sgabuzzis?[…] In ogni caso, il problema ero io. Stravolto , non vedevo persone, né personaggi. Non esisteva più alcun Olaf. Prima di rinchiudermi dentro lo Sgabuzzis, all’interno dell’azienda di terziario non avevo sentito storie degne dei miei vecchi compagni di lavoro.»

Non solo i personaggi sono ormai interscambiabili, riproducibili, ma ogni narrazione è preclusa. Così, anche a livello narrativo, durante l’intero romanzo si passa da Nino (collega di lavoro del padre, dotato di una sua biografia e di un suo nome), a Olaf (vetrinista soprannominato da Falco, le cui vicende vengono fornite già mediate, sottoforma del racconto che il vetrinista ne dà), fino a giungere a Solo Cattiveria 2 (surrogato di un altro personaggio, privo di profilo). L’alienazione ha ormai contaminato linguaggio e percezione, Falco è giunto al limite di resilienza.

Guy Debord e la società dello spettacolo

La scrittura è quindi il frutto del progressivo sgretolarsi del cordone ombelicale che lo legava al decoro del padre: la retorica del lavoro, la conquista lavorativa come vittoria personale, come adattamento ben riuscito, la partecipazione sentita e convinta all’attuale sistema economico. Un cordone da sempre percepito come vincolante, piuttosto che come rassicurante, tirato allo stremo da Falco, alla ricerca di quel margine invisibile se si resta vicini al centro di irraggiamento della menzogna, quel margine dove accade la vita. Questo atteggiamento è ben descritto dall’immagine del guinzaglio compratogli dalla madre per portarlo a spasso da bambino: «vivevo sul bordo di qualcosa, ai margini di un centro materno appiccicaticcio, non desideravo un paio di forbici per fuggire lasciando l’estremità vuota, rimanevo per ascoltare le conversazioni di mia madre». È il resistere all’interno che permette di osservare e, eventualmente, di dissentire colpendo al cuore di un nuovo sistema culturale, conosciuto e sofferto («essere ai margini da un lato ti mette in una condizione favorevole per vedere, dall’altro ti rende sensibile alla diserzione»).

In ambito lavorativo, l’occhio straniato di Falco è anche conseguenza dell’assorbimento monco di un sistema: lo scrittore ha riconosciuto la spettacolarizzazione, ha cercato, nei limiti, di allontanarsi dal meccanismo di consumo, così facendo ha spezzato un sistema che vede come fine ultimo della sua produzione (laddove rimasta) la consumazione. Tranciando il meccanismo ribalta lo schema, è incapace di credere nel lavoro in quanto lavoro, è quindi la voce lucida di una generazione che subisce il progressivo smantellamento del lavoro, uno smantellamento che in realtà è reiterazione astratta dell’alienazione delle fabbriche. In tal modo, tutto appare capovolto: se l’alienazione è nel lavoro, allora l’occhio straniato di Falco diventa recupero di una visione ancorata alla realtà (qualunque cosa significhi); se la vittoria lavorativa degli altri consiste nella loro sconfitta personale, allora la sconfitta lavorativa di Falco è la sua vittoria personale (in questo gap tra cultura dominante e Falco-individuo si inserisce forse il significato di “ipotesi di una sconfitta”, nella scrittura si colloca la sua possibilità di riscatto); se il lavoro è pura improduttività astratta, allora la scrittura è il recupero di «questa cosa che sta negli oggetti, nella materia che testimonia la consunzione del mondo, cresce e perisce rinascendo ogni volta, invisibile eppure di una propria fisicità già presente».

Il mestiere di essere uomo, di Gianluca Mercadante
C’è poesia nella sconfitta? La decadenza, espressa in ogni maniera possibile, genera fascinazione? Nelle pagine del doloroso e talvolta grottesco affresco che Giorgio Falco dipinge nel suo ultimo lavoro, ciò che emerge è un asciutto senso di consapevolezza appreso sul campo, anzi: sui campi dei molti lavori che Falco affronta – e ci racconta, attraverso il linguaggio dell’autobiografismo.
Un autobiografismo forzato e onesto insieme: forzato, perché se è della propria esperienza personale che s’intende scrivere, la scelta è d’obbligo. Onesto, perché nei testi autobiografici il rischio è che il restare un po’ troppo su se stessi converga all’eccesso lo sguardo, compromettendo l’esito della narrazione. Lo sguardo di Giorgio Falco è invece teso all’esterno, pronto alla rielaborazione critica di quanto via via accade.
Il romanzo si apre con un lungo capitolo dedicato al padre, un padre che poi ricorrerà spesso anche altrove, ma che in apertura diventa strumento di analisi per elaborare una netta separazione all’interno del mondo del lavoro: com’era ai tempi del genitore, negli anni Cinquanta, a Milano, al servizio dell’azienda dei pubblici trasporti; come diventa in epoca contemporanea, più precisamente dagli anni Ottanta in avanti, momento in cui il giovane Falco muove i primi incerti passi in un ambito che di lavorativo ha ormai soltanto il nome.
Nella dismissione delle nostre industrie, nel proliferare di nuove terminologie aziendali che riducono ruoli ed esseri umani all’osso, vi è in maniera devastante la progressiva perdita d’identità di un Paese, l’Italia, che forse, in fondo in fondo, è rimasto uno Stato fascista, bisognoso di essere diretto dall’alto e da una testa sola. È deprimente dar ragione allo scrittore che sottolinea quanto le cosiddette eccellenze italiane, soprattutto i prodotti alimentari e della terra, rappresentino una triste e vana rivalsa, che in effetti di echi conservatori ne denota altroché. Magari una pasta col pomodoro formasse un cittadino concreto.
Mentre tutto questo inesorabilmente procede, implode, disgregando un paesaggio mentale ed economico, oltre che etico e sociale, il buon Falco deve fare quello che facciamo tutti: mantenersi, passando appunto da un lavoro all’altro. Ma ecco che inaccessibili palazzi milanesi con arcigni portinai di sentinella, incaricati dai condomini d’impedire l’accesso ai venditori porta-a-porta, si riscoprono contenitori di storie, esempi di architetture narrative che ritroveremo, in altri libri di Falco ora usciti. È struggente intuire quanto e in quali misure certa materia viva abbia potuto sedimentarsi allora in colui che solamente in un futuro non ancora immaginato sarebbe divenuto lo scrittore di oggi.
E fa venire davvero le lacrime agli occhi scoprire che un romanzo straordinario quale La gemella H, finalista al premio Campiello di cui pure si racconta, sia stato concepito all’interno di uno spazio angusto, una cella lavorativa di un ufficio suddiviso in altre celle pressoché identiche, ma talmente piccola e impraticabile da essere oggetto di un divieto di accesso rivolto agli impiegati. Falco ci si rifugia per mesi. Arriverà presto sul posto di lavoro a timbrare il cartellino e cercherà di uscirne tardi, pur di non incrociare i colleghi. Tratterrà la pipì, o la farà in una bottiglietta dell’acqua minerale, protetto da un appendiabiti. In quell’utero gelido che l’autore ribattezza Sgabuzzis, La gemella H emetterà i suoi primi vagiti, crescerà e finirà nelle librerie, tra le mani dei lettori.
Quanto a me, che sto qui a formalizzare il tedioso resoconto sulle impressioni da lettore ricavate al termine di un romanzo, non so trovare le parole adatte a descrivere il senso di gratitudine che provo – e bisogna provare – verso il coraggio, o la lucida scelleratezza, necessarie a confessare cose di questo genere.
Dall’altra parte di una pagina scritta, troppa gente s’illude che il mestiere dello scrittore sia un mestiere fico.
Il mestiere che Giorgio Falco ha praticato scrivendo questo romanzo non è stato quello dello scrittore, ma il mestiere di essere uomo. Lo scrittore si è prestato a mero mezzo di comunicazione ideale, e fatale, per poterci raccontare nella nudità della parola com’è andata.
Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, Einaudi, pp. 380, € 19,50 stampa € 9,99 ebook

di Giacomo Raccis

Qui è possibile scaricare il PDF dell’articolo.

Ogni scrittore ha unossessione, un buco nero attorno a cui non può fare a meno di camminare, oscillando tra il desiderio di buttarsi e la speranza di riuscire a trasformare quella pulsione in sforzo catartico. Per Flaubert era la banale stupidità del quotidiano, per Céline il risentimento del genio perseguitato, per Moravia il viluppo inestricabile di eros e denaro, per Mari sono i fantasmi dell’infanzia. Per Giorgio Falco è l’esperienza del lavoro, con le sue implicazioni nella trasformazione dell’Italia dagli anni Sessanta a oggi.

Da lì era partito, quando con Pausa caffè (Sironi 2004) compose un puzzle di microracconti spietati nel mettere in luce disagi, deliri e ambizioni della classe media lavoratrice, osservata dalla particolare specola di un’azienda di telefonia. Con i racconti dell’Ubicazione del bene (Einaudi 2009) aveva invece mostrato l’altra faccia della vita del lavoratore occidentale: il sogno piccolo-borghese della villetta in periferia, la forzosa passione per il bricolage, le gite fuori porta nel fine settimana, i muri che si scrostano per l’incuria, le crisi isteriche, la violenza mal repressa. Nel corso degli anni Falco ha portato a maturazione una scrittura che cerca di ritrarre il modo in cui il tempo si incide nelle cose – nei gesti come nei costumi, nei sogni come nelle frustrazioni. Esploratore di miti decaduti, indagatore del tempo materiale – come il suo quasi-coetaneo Giorgio Vasta –, Falco ha trovato il passo del romanzo storico-sociale nella Gemella H (Einaudi 2014), dove i tumulti di un secolo – il Novecento dei totalitarismi, delle guerre e delle riprese economiche –, raccontati dalla prospettiva di due gemelle tedesche emigrate in Italia, acquistano un respiro europeo, che connette la miseria italiana a quella dei paesi vicini. E se Condominio Oltremare (L’Orma 2014) ha offerto al lettore un controcanto del mito moderno della villeggiatura estiva, raccontando come appaiono d’inverno le desolanti architetture residenziali dei Lidi Ferraresi – ritratte magistralmente dalla compagna fotografa Sabrina Ragucci –, con Sottofondo italiano (Laterza 2015) Falco costruisce un dialogo con il proprio lettore attraverso la definizione di un orizzonte comune fatto di oggetti, ricordi e nomi, un immaginario condiviso che sotto i simboli scoperti mostra le fondamenta nascoste: lo sgretolamento della coscienza di classe, la marginalizzazione della classe lavoratrice.

Falco torna così alla propria ossessione, su cui si apre Ipotesi di una sconfitta(Einaudi 2017), romanzo autobiografico, ritratto di un uomo e di un intero paese che tra gli anni Sessanta e i giorni nostri attraversa una serie di mutazioni ben esemplificate dalle diverse professioni che Giorgio Falco si è trovato a svolgere nel corso della sua vita. Non è casuale, però, che il romanzo si apra con un capitolo bellissimo e commosso dedicato al padre, emigrato dalla Sicilia nel 1956 per lavorare nell’Azienda Trasporti Milanesi. Prima autista, poi impiegato, una vita dedicata al lavoro, una vita segnata dalle sveglie all’alba, dai turni e, da un certo momento in poi, anche dal doppio lavoro; una vita di serate in silenzio davanti alla televisione, di gesti rari eppure carichi d’affetto.

Fin da bambino avevo amato la divisa dell’Atm, tanto da farne, invano, il solo abito che avrei voluto indossare a carnevale. Detestavo i vestiti di Zorro, dei cowboy, dei pellerossa. Se proprio dovevo attenermi all’usanza, desideravo travestirmi da autista dell’Atm, o meglio, dopo i successi lavorativi di mio padre, da capo dell’Atm. In fondo volevo travestirmi da mio padre: se per demolirlo con la derisione carnevalesca o per assorbirlo fino a farmi assorbire da lui, questo lo ignoro tutt’oggi.

È il padre il termine di paragone con cui Falco misura ogni sua esperienza, di vita e di lavoro. La grana grossa di quella vita fatta di sacrifici e affetti diventa l’emblema di un destino collettivo che la fine del Novecento ha decostruito, disseminandolo tra le tante professioni del terziario avanzato. Deriva da qui la giovanile propensione di Falco a orientarsi verso impieghi che rendano manifesta la loro utilità concreta, nella convinzione inconfessata che laddove la mansione si fa astratta, apparentemente sconnessa dalla catena produttiva, allora il lavoratore diventa superfluo, sostituibile in qualsiasi momento. Assistiamo così a una rassegna variopinta di mansioni che scandiscono la vita dell’io narrato: dalla plastificazione di spillette pop alla rilevazione dei dati commerciali sui prodotti da supermercato, dalla vendita porta a porta a quella nel grande outlet sulla tangenziale, dalla movimentazione delle merci in un grande magazzino alla multinazionale della telefonia, finalmente. Recuperando l’originaria predisposizione al racconto breve, Falco costruisce così la propria contro-bildung: ogni capitolo un nuovo lavoro, ogni nuovo lavoro un momento della sua ascesa/discesa professionale, che porta quel giovane studente-lavoratore attraverso delusioni, licenziamenti, attese all’ufficio di collocamento, situazioni enigmatiche, fino a diventare un codice nel database della grande azienda di telecomunicazioni: «Ero diventato il mio login, il mio username, la mia password. Ero diventato GFALCO».

A fare da sfondo a questo percorso ci sono splendide pagine in cui Falco esibisce una capacità d’analisi impietosa, che trova nel linguaggio il bersaglio privilegiato, perché è nella lingua che le trasformazioni si sedimentano e fruttificano, dando forma a nuovi gerghi, neolingue di massa che mimano l’efficienza e, intanto, impercettibilmente persuadono, convertendo tutti al nuovo ordine delle cose.

Al termine della mia indagine appariva la cifra di cui dovevo fidarmi: mi sentivo un fantasma che giocava alla slot-machine, a un gioco in cui non vincevo nulla. Telefonavo in banca per ascoltare una voce che confermasse quanto stavo vivendo. Mi presentavo per cognome, dicevo per chi lavoravo, chiedevo di passarmi il settorista o il funzionario, elencavo la richiesta del potenziale cliente. In teoria, soprattutto al telefono, l’impiegato non avrebbe dovuto fornirmi informazioni riservate, tantomeno bancarie: potevo essere chiunque, il redivivo basista di una banda di rapitori. Non improvvisavo, seguivo un canovaccio, portavo l’interlocutore dentro la mia trama, se necessario utilizzavo il gergo di chi operava nel settore creditizio, chiedevo se la banca avesse o meno concesso un fido significativo con la possibilità di uno sconfino; chiedevo se si fosse verificato qualche episodio di sofferenza, lo stato di instabilità patrimoniale e finanziaria utilizzata come forma di finanziamento, che l’azienda richiedeva non in banca, ma ai propri fornitori; e infine, ripetevo aprire i rubinetti, ovvero concedere il fido. L’hai detto, ripetevo tra me, aprire i rubinetti, i soldi uguali all’acqua. Io e i funzionari parlavamo la stessa lingua.

Osservare il modo in cui la lingua cambia permette di osservare, prima ancora che le trasformazioni che hanno toccato l’Italia negli ultimi decenni, il modo in cui gli italiani le hanno subite e percepite. La lingua traccia il profilo di un immaginario in continua evoluzione, dove sogni e rimpianti hanno consistenza di oggetti solidi. È così che si compone la realtà davanti agli occhi di chi legge, attraverso liste infinte di “momenti”, dettagli di uno scenario di cui tutti riusciamo a comprendere i contorni, perché l’immaginario dura più della realtà, perché non serve averlo vissuto per coglierne il fascino o la miseria. È un effetto che lo stesso Falco subisce di fronte alla videocassetta con cui gli ex-colleghi hanno voluto festeggiare il pensionamento del padre.

Avevo rimesso daccapo la videocassetta per rivedere un pezzo di Novecento che scompariva. La vecchia timbratrice. Il pavimento di graniglia degli anni Cinquanta. I muri tinteggiati di grigio. Le bacheche. Le locandine con i numeri di assistenza fiscale gratuita per lavoratori. Gli annunci sindacali. Le fotografie dei tranvieri in un mese di maggio degli anni Ottanta, quando invitavano un frate per recitare la messa nel grande piazzale del deposito, prima di cenare insieme alle famiglie. Un vecchio televisore, uno dei primi modelli a colori, spento, appoggiato su una mensola grigia.

Strategia che simula la complessità del mondo riproducendone il disordine, l’elenco è la soluzione compositiva prediletta da Falco, che tuttavia si muove con consapevolezza, deciso a schivare i rischi della rievocazione nostalgica, a evitare il diretto riconoscimento dei fatti, «l’ipermercato della memoria». La lista non è per lui l’unica forma a cui affidarsi per compensare la mancanza di un sistema ermeneutico entro cui organizzare quel grande regesto di immagini, situazioni e caratteri che è la realtà. Non c’è l’intenzione di annacquare nella tensione emotiva del ricordo la rievocazione di un passato privato e collettivo, ma al contrario la volontà di verificare nel corpo caldo dell’esperienza il processo di fatti, abitudini e convinzioni che ha prodotto il tempo presente. A un “uso nostalgico” dell’elenco – come aggregatore di immagini che, come frame di una sequenza pubblicitaria, simulano lo scorrere di un’esperienza condivisa e assimilata – Falco sostituisce quello che si potrebbe definire un “uso critico”, mirato a mostrare come nel presente dei capitali e dei flussi, della globalizzazione e dei nuovi nazionalismi, tutto sia connesso. L’ellissi dei verbi e la ricomposizione nominale del presente mettono in luce e al tempo stesso condannano la velocità dei processi, i passaggi muti che connettono ogni fase dell’epoca contemporanea così come ogni livello dell’esperienza sociale: il consumo delle merci e le migrazioni, le trasformazioni linguistiche e la disoccupazione, la solitudine emotiva e l’abbandono dei centri urbani.

In ascensore avevo ripensato a quanto differente fosse stato il mio approccio all’ingresso: parcheggiare la Y10 Missoni con Benz disteso, la carta di identità al guardiano, il busto del fondatore, i baffi ottocenteschi, il muro, l’attesa dell’ascensore, il quarto piano, gli altri due candidati, le pareti, un secolo di caffè, di eventi concentrati, la finestra, la scuola, la scritte politiche sul muro, la vertigine di leggerle schiacciate dall’alto, la Y10 Missoni ridotta a insetto, l’attesa della chiamata, tutto ancora desiderio, lavorare per una grande azienda italiana,  significava vivere questa concatenazione di pensieri oscurati dai gesti, persi dentro di essi, sì, era questo, lavorare e vivere un’esistenza normale.

L’elenco ricompone i frammenti di un’esperienza disastrata, la vita in tempo di pace, la vita di chi è stato sconfitto dalla nuova società dei servizi e della velocità, dei profili smart e delle identità precarie. È così che Falco trasforma uno dei nodi irrisolti della recente narrativa italiana – l’opzione autobiografica – in un margine di vantaggio. Se è vero che il filtro dell’io narrante è determinante per definire con precisione i contorni di un fallimento, personale e collettivo – ma più socio-culturale che generazionale, quello di una piccola-borghesia ancorata ai valori novecenteschi del sacrificio e della ponderazione –, è vero anche che il suo ruolo non è solo quello del testimone, ma anche quello di chi riesce ad aprire spazi per la visione di un futuro possibile. Lo dimostra ad esempio una densità simbolica che in questo romanzo appare molto più fitta che nei libri precedenti, proprio perché a renderla possibile è un narratore-personaggio che può permettersi di affiancare alla narrazione del passato anche la sua interpretazione.

È la dimostrazione di una cogente volontà di dare un senso all’«ipotesi di sconfitta» entro cui si inscrive l’intero racconto, di agglutinare il flusso caotico degli eventi attorno ad alcuni nodi attorno ai quali costruire il significato di una vita. La più bella di queste immagini-emblema rimane probabilmente quella che si definisce a bordo del campetto da basket dove il ventenne Falco attende di giocare insieme ai suoi amici; nel tempo morto dell’attesa prende corpo il progetto imprenditoriale, il sogno professionale italiano, ribaltato però nell’offerta specifica di eventi deprimenti, come rimanere senza benzina in tangenziale.

Il politico è conscio di guidare un’auto che rimarrà senza benzina. È uguale ai porno. L’attrice, come il politico, sa che è tutto finto. Ma lei sul set e lui in tangenziale non sanno quando e dove accadrà. Le espressioni dell’attrice peggiorano se lei ha il controllo totale. Non appena nella finzione irrompe la sorpresa, cambia tutto, qualcosa accade, come un antifurto quando suona senza un vero motivo: eppure, da qualche parte, suona. […] Avremmo offerto un servizio fondamentale a politici, dirigenti d’azienda; fornito ciò che ignorano o hanno dimenticato, in modo da vivere, solo per gioco, le esistenze di chi disprezzano; grazie ai nostri servizi i distruttori avrebbero conosciuto le vite dei distrutti meglio di questi ultimi. I nostri eventi deprimenti, pensavo, sono segni interpretativi.

Come già Walter Siti con il suo orizzonte di «gayzzazione dell’Occidente» sviluppato attraverso l’intera trilogia autofinzionale, anche Falco ricorre a un uso immaginifico della sociologia quale strumento per decodificare la linea continua che lega il passato al presente. Solo che lo fa senza infingimenti, senza l’autocompiacimento che genera sempre la consapevolezza della finzione, offrendo con generosità il corpo della propria biografia alla vivisezione narrativa. In questo modo, però, si trova a godere di una maggiore libertà nel trattare la materia narrativa della sua vita; non deve dissimulare nulla quando decide di sottoporre la propria esperienza a una vena comica spietata, che coinvolge l’io al pari dei suoi involontari compagni di strada. Una vena che, dopo gli scoppiettii di Pausa caffè e la sordina dell’Ubicazione, era stata notevolmente depotenziata nei libri successivi, sempre surclassata da un incedere lento, talora intonato a un’amara ironia, talaltra invece deciso a sintonizzarsi con il sentimento dimesso della sconfitta corale. Tra i tanti espedienti con cui Falco dissemina la sua prospettiva tragicomica sul racconto, a emergere con evidenza speciale – perché sempre fragorosi sono i suoi risultati – è la decisione di trasformare le persone in personaggi attraverso l’invenzione di soprannomi.

Tanti anni fa, ero ossessionato dall’assegnare soprannomi e nomignoli alle persone che incontravo, cercavo di trasformarle in personaggi, piantavo la mia bandierina da esercito occupante; oggi quando scrivo non penso subito al nome di un personaggio, vedo davanti a me una massa di cotone grigio piena di irregolarità, ovatta di scarto, residui e frammenti di lavorazione da trasformare in bambagia selvatica, e solo a quel punto riesco a dare il nome a un personaggio.

È la differenza che passa tra la letteratura e la vita, tra il lavorare su una materia astratta, da costruire prima ancora di darle una forma, e il corpo ribollente di un’esistenza che deve essere messa a distanza per poter essere compresa. Ecco allora che i nomi diventano uno strumento di messa in salvo dell’io, un modo per immortalare in una formula, semplice e perspicua, caratteri complessi, spesso eccentrici, senz’altro tutti emblematici dello Zeitgeist contemporaneo. Giacomo Debenedetti diceva, a proposito dei grandi romanzieri ottocenteschi, che possedevano ancora la capacità di costruire personaggi che, nell’immaginario comune dei lettori, sarebbero diventati dei proverbi: don Abbondio, Julien Sorel, padron ‘Ntoni, Raskolnikoff, la duchessa di Guermantes, con le loro storie, «battezzano le grandi congiunture e immagini con cui la vita si ripresenta alle nostre vite». Anche i personaggi di Falco sono dei “tipi” – il vetrinista Olaf, i reclutatori Pink Skylab e Carogna Florentina, gli amici Dollaro e Zio Quane, la teamleader Solo Cattiveria – figure che incarnano emblematicamente caratteri propri della cultura contemporanea – e non solo novecentesca, anzi. Ricomponendo quello strappo che gli autori d’inizio Novecento sembravano aver inciso definitivamente nel cielo di carta del romanzo, Falco restituisce una grande fiducia alle possibilità ermeneutiche del narrare, innesca in chi legge il riconoscimento di qualcosa di noto, ma al tempo stesso crea uno scarto nella sua rievocazione, smarcandosi dalle formule stereotipate con cui abitualmente definiamo figure ricorrenti del nostro immaginario.

Io sono una con i controcoglioni. Non era la prima volta che una donna ripeteva questa frase, a Milano. Dagli anni Ottanta in avanti l’avevo sentita spesso: la spinta della donna milanese in carriera, sul modello della donna cinematografica newyorkese, si univa all’infatuazione della donna italiana per il padre, sempre, nell’intimo, un po’ fascista. Insomma, non bastavano i coglioni dell’uomo. Peggio ancora, i coglioni del capofamiglia, dell’uomo forte. Per farcela, in un mondo ridotto a estensione aziendale sempre più competitiva, a organismo sovranazionale, occorrevano un bel paio di coglioni al quadrato, anche e soprattutto per le donne: i controcoglioni femminili, appunto. Molto spesso, in attesa di parlare con un settorista al telefono, scarabocchiavo su un foglio bianco utilizzato per prendere appunti. Disegnavo tombe e controcoglioni. Sapevo disegnare le tombe, le tombe non sono mai state un problema; avevo molte difficoltà con i controcoglioni. Come si potevano rappresentare? Supertesticoli rinforzati in acciaio? A forma di carro armato? Di astronave in partenza per una galassia distante? Coglioni staccati dal cazzo, peraltro assente in Solo Cattiveria e in tutte le donne munite di controcoglioni?

Miracoli della letteratura, dispensatrice di visioni. È così che Falco mette a profitto la scelta autobiografica, garantendosi uno spazio di manovra che gli permette di praticare sempre un passo di lato, di scavare una buca dietro i luoghi comuni del pensare contemporaneo, riportando in superficie la vera consistenza delle cose e delle persone. Falco smonta con rassegnata calma i tanti tasselli che costituiscono l’esperienza del presente, li rimonta ricorrendo a illuminanti criteri di connessione, che aprono il tempo all’intervento di una critica spietata e di una comprensione lucida e dolorosa. Nel tornare sui propri passi, l’io narrante sovverte l’appiattimento abitudinario dell’esperienza, sottopone a piccoli smottamenti linguistici e sintattici le petites phrasesattraverso cui abbiamo ricostruito la nostra storia, personale e collettiva, solleva la membrana uniformante del ricordo e offre al nostro sguardo lo scandalo della consapevolezza.

La musica finiva e, nel silenzio inatteso dopo tante ore, ascoltavamo i rumori secchi delle leve degli interruttori, le luci che si smorzavano a raggiera. Noi del terzo piano aspettavamo le parole finali di Metallizzato, sempre le stesse: e anche per oggi leviamoci dai coglioni. Leviamoci dai coglioni. Leviamoci da noi stessi. Lasciamo qui qualcosa, i coglioni. Salviamo qualcosa da qui.

Nasce così uno dei romanzi più importanti di questo inizio millennio; un’opera che torneremo a interrogare ogni volta che vorremo chiederci dove abbia radici la nostra sconfitta contemporanea.

http://www.labalenabianca.com/2017/12/11/giorgio-falco-ipotesi-di-una-sconfitta/


Falco2Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, Einaudi Stile Libero, Torino 2017, 382 pp. 19,50€

Negli anni Duemila Giorgio Falco si è fatto conoscere da un pubblico non così numeroso ma decisamente ammirato con due libri, Pausa caffè (2004, Sironi) e Lubicazione del bene (2009, Einaudi), fortemente improntati al mondo del lavoro e alle sue metamorfosi nel primo scorcio di ventunesimo secolo. In seguito ha pubblicato altro, alcuni volumi passati un po’ in sordina, e La gemella H, il libro della consacrazione, un romanzo premiato e molto ben accolto da pubblico e critica, che nonostante l’ambientazione storica comprendeva e in parte trasfigurava le tematiche degli esordi. Come ben testimoniava la presenza di un personaggio che lascio presentare allo stesso Falco, con le parole contenute dentro Ipotesi di una sconfitta, il suo nuovo libro pubblicato da Einaudi:

Dentro La gemella H viveva un personaggio senza nome e cognome: L’Uomo di Lenhart, l’essere umano anonimo, subalterno, così schiacciato dalle istituzioni politiche, economiche, burocratiche e lavorative da non avere nemmeno nome e cognome. Era il piccolo impiegato, il funzionario imperturbabile e irrilevante, il capoufficio potenziale, l’uomo tecnico e burocratico con i baffetti, i capelli unti di brillantina e lutto, l’occhio danzante sull’orologio per vedere quanto tempo impiegava a passare la vita. L’uomo che voleva qualcosa senza sapere esattamente cosa, e sentiva l’assenza al proprio fianco (…) L’inespugnabile uomo economico ammalato di fragilità e inadeguatezze congenite.

Come per l’Uomo di Lenhart, così nei primi libri di Falco era difficile indicare il posto di quel narratore solitario, malinconico, vagamente monomaniacale, al di fuori del mondo nel quale le sue parole ci immergevano e dove lui stesso era immerso: come se, ormai assuefatto, o adattato al suo ambiente malsano, non potesse sopravvivere altrove. O come se, creatura letteraria meticolosamente desunta dalle premesse postulate dal suo universo, da quel mondo squallido e insensato, la sua esistenza non avesse pertinenza in un altro e diverso mondo possibile. Senonché il mondo di cui parlava Giorgio Falco non era affatto possibile, bensì rigorosamente reale. Falco è uno scrittore realista, abbastanza realista da poter essere annoverato nella lista dei molti autori che negli ultimi vent’anni si sono dedicati al problema del precariato, dell’esistenza flessibile, della frammentazione sociale. Scrittore di denuncia, a modo suo, e mosso da un evidente e necessario disgusto per il degrado spaventoso del lavoro e per il tracollo dell’“indotto” sociale ed esistenziale che da quello discende.

A differenza di molti suoi colleghi è però sempre mancato in Falco – ed è questo che dona alla sua parola quella potenza assertiva, quell’inerzia incontestabile, come di cosa che precipita, più poetica forse che narrativa – qualsiasi cipiglio, qualsiasi postura inquisitoria, qualsiasi empito civile. La voce di Falco è troppo saldamente ancorata al dato per esercitare la distanza necessaria al giudice o al moralista. La sua visione troppo spaventata, troppo ricettiva per reagire al pericolo altrimenti che mimeticamente, come fanno gli animali quando non c’è via di scampo. Come un Robinson abbandonato nell’isola di un incubo post-fordista, il soggetto che presiedeva alle sue passate narrazioni si aggirava per il territorio disumano nel quale si trovava confinato con una sorta di furia entomologica. La fuga non sembrava appartenere alle possibilità da lui prese in considerazione – perciò procedeva, intento a raccogliere materiale, descrivere nuove specie, catalogare, collezionare, esaurire il mondo che lo circondava e lo opprimeva.

Nel nuovo libro Falco retrocede alla matrice autobiografica della sua ossessione (anti)lavorista e nel racconto della propria disgregata vita professionale, di tutte le occupazioni che hanno scandito gli anni e i decenni, nel confronto col padre e con la sua etica lavorativa dura come l’acciaio, finisce per scrivere qualcosa di assai vicino a quanto aveva fatto Vitaliano Trevisan, non molto tempo fa, con il suo Works, ovvero una massiccia opera letteraria sul nomadismo professionale del soggetto lavorativo in epoca neoliberista, a metà tra il memoir e il romanzo d’artista. Ipotesi di una sconfittaè anche un meta-libro che contiene i libri precedenti e ne chiarisce la genesi e le ragioni, quasi il bilancio letterario di una vita di scrittore, o meglio di una parte di essa (Falco non ha ancora compiuto cinquant’anni).

La scrittura è infatti il prodotto paradossale del lavoro: compensazione clandestina e unico orizzonte di senso negli anni di occupazione; sbocco naturale nel momento della resa, quando l’autore decide di rinunciare al quel ruolo sociale uscendo dal lavoro in un gesto che contiene uguali dosi di rovina e di catarsi, poiché la scrittura non diventerà mai a sua volta lavoro, quasi non potesse o non volesse farlo. È interessante in questo senso, e perfettamente in linea col profilo discreto di una resistenza sommessa e tenace che emerge dalla sua scrittura, la totale assenza di Falco dal brulicame del web e dei social network, principali canali di autopromozione del lavoratore culturale/artistico divenuto imprenditore di se stesso.

La scrittura è dunque quella fuga che non si dava, che non vedevamo nei mondi raccontati nei primi libri: la fuga erano i libri stessi, l’atto della loro scrittura. La voce, il ritmo, il pensiero di Falco si sono formati come un’identità renitente in quell’invisibile parte dell’io che, nel mezzo del lavoro degradato e delle degradanti relazioni umane che lo circondano, disertava. Non una scelta da bohème, niente di simile, ma una formula minima di sopravvivenza psichica e morale. Nello stesso tempo, fatalmente debitrice del suo peggior nemico, la scrittura portava (e porta) impressa in ogni pagina la vicenda lavorativa dello scrittore, anche laddove, abbandonatosi all’ipotesi della sconfitta, esce di scena il militante disilluso, il rappresentante dei lavoratori che baccaglia col padronato, e lascia il posto all’esistenzialista dell’antropocene cantore di ambienti desolatissimi, paesaggi alienanti e marginali: “la fantascienza dell’oggi pomeriggio” per usare una sua espressione.

È insomma, il suo, un caso specifico di scrittura in reclusione: durante l’ultimo anno di impiego presso una grande compagnia multinazionale di telecomunicazione, racconta Falco, è riuscito a scrivere segregandosi come un odierno Bartleby in un ripostiglio di ascetismo e rifiuto al lavoro, prima di essere scoperto e quindi allontanato. “Avevo fallito per liberare anche mio padre” scrive poi, ma non è facile indovinare il valore di questa liberazione sofferta e piena di retropensieri: il puritanesimo professionale paterno da una parte, la disgustata inettitudine del figlio per le nuove forme del lavoro dall’altro. In fondo Falco resta fedele al padre: “intrappolato tra le due epoche economiche nelle quali ero cresciuto non volevo soccombere alla seconda, e allora, a costo di essere nostalgico, meglio scomparire con la prima, quando tutto sembrava potesse durare per sempre.” Lo sfondo ostinatamente marxista, l’eredità di un lavoro diverso, di una dignità perduta e da riconquistare è ancora il sale della sua scrittura, il pigmento che dà alle sue parole la tinta di malinconia estrema e la disarmata, ma geniale, ironia che le rendono uniche nel panorama letterario italiano, anche quando non parlano di lavoro e si limitano a descrivere mondi, o scorci di mondo:

Da lì mi ero affacciato sul bordo posteriore del deposito, tra vetri di una bottiglia di birra rotta, mozziconi di sigarette e filtri di canne, fazzoletti bianchi accartocciati, lascito di qualche orgasmo notturno, la solita scenografia creata dagli esseri umani in una strada periferica a fondo chiuso.

Con il solito incedere andante e svagato capace di insinuarsi non visto tra i più amari dettagli del reale, Falco ci racconta la sua misera epopea: come è trascorso di lavoro in lavoro – dalla fabbrica alle vendite porta a porta, dai call center alle consulenze aziendali fino a finire, in uno scivolare progressivo nei più vischiosi gorghi del reddito odierno, a campare di scommesse sportive (soprattutto tennistiche, seguendo via internet a orari improbabili partite secondarie di tornei minori in qualche paese remoto). Tutto ciò diventa, nelle notazioni e nello stile dello scrittore, anche un ritratto dell’Italia dagli anni Ottanta a oggi, delle sue forme di produzione e di espressione, della sua politica, di un paese che precipita col narratore, che lo accompagna come un’ombra nel suo sconsolato sperimentare la degenerazione progressiva del mestiere di vivere.

Alla fine di tutto, dopo fabbrica, strada, azienda, dopo la reclusione solitaria dello scommettitore 24/7, abbandonato anche quest’ultimo assurdo girone dell’esistenza contemporanea, così si esprime il disoccupato (in)felice: “Sapevo di essere uscito per sempre dal mondo del lavoro. Mi restava quanto restava del mondo”. Non molto, in un mondo dove la dimensione economica ingloba ogni giorno nuove porzioni della vita pubblica e privata. Le quasi quattrocento pagine del libro – non tutte ugualmente riuscite e appassionanti benché sempre precise, oneste e motivate – servono a fare la tara, il bilancio di questa differenza, a dare forma alla spoliazione, a quel poco che resta e che sopravvive.

Giorgio Falco, ‘Ipotesi di una sconfitta’ – La recensione di Michele Lauro

Preparato un paio d’anni fa dall’abrasivo Sottofondo italiano, è un romanzo autobiografico capace di tenere insieme, con straordinaria tensione narrativa, la radice esistenziale e l’indagine antropologica e sociale. La concatenazione di eventi che ha spinto Giorgio Falco a rifugiarsi nel mondo delle parole è lontanissima dall’idea romantica dello scrittore randagio e flâneur: somiglia a una resa al capitalismo spietato dei nostri tempi. L’Ipotesi di una sconfitta, appunto. Un libro malinconico e coraggioso che smitizza tra l’altro la favola della Milano rampante tardo-novecentesca, illuminando il retroscena del nostro presente.

L’attualità del tempo senza storia

Figlio di un autista dell’ATM, l’Azienda di Trasporti pubblici Milanesi, che si alzava alle tre e mezza di mattina per poter arrotondare nel pomeriggio lo stipendio dando lezioni di guida, l’autore racconta il suo dentro e fuori dal mondo del lavoro, durato più di vent’anni. Il fallimento nella conquista del posto fisso si traduce in una nevrosi individuale di natura “politica ed economica”. Più in generale coincide con il passaggio generazionale da un’identità fondata sul lavoro a una fondata sulla precarietà – i nati fra il ’65 e l’80, la cosiddetta Generazione X schiacciata fra il boom del dopoguerra e la rivoluzione informatica, stritolata dalla svolta verso modelli produttivi immateriali.

Per certi versi questo libro rappresenta l’identikit di un inconscio collettivo nostalgico. Nostalgia di un vissuto per interposta persona, la quotidianità dei padri che ogni mattina uscivano di casa dopo il rito della moka e dell’acqua di colonia. Svegliarsi ogni mattina, prendere l’automobile, guidare fino all’azienda, produrre. Non importava per chi e nemmeno quale merce, purché quell’ingranaggio garantisse uno stipendio e un tempo libero codificato entro il quale consumare quello stipendio, sullo sfondo l’illusione di una elevazione sociale.

Il mondo del lavoro dissezionato da Giorgio Falco invece è una pillola avvelenata, un’allucinazione che si rinnova, sempre diversa e sempre uguale a partire dal capannone dell’hinterland milanese in cui da ragazzo confezionava spillette per pagarsi una vacanza immaginaria. Simon Le Bon, Brus Printin, Karol Woytila ridotti a miserabili icone, “simulacri di forze economiche e finanziarie” devote al mercato, un campo di battaglia dove le aziende facevano finta di combattere tra loro avendo invece un obiettivo (un nemico) comune: il consumatore. Con il sindacato progressivamente addomesticato a gestore della transizione.

Reality senza telecamere

Da venditore porta a porta di abbonamenti del Corriere e poi di scope di saggina ad allenatore di minibasket part time, da attivatore di carte Sim a collector d’azienda, cacciatore-raccoglitore dei reclami di un popolo truffato, rabbioso, impoverito. Fino alla scommessa – ossessiva, destabilizzante – di guadagnare con le scommesse sportive almeno la stessa paga di un apprendista. Mentre la scrittura si fa strada come attività collaterale, cospiratoria, eversiva, perfino quando arrivano i riconoscimenti. È che quando ti rifugi così nella scrittura, confessa Falco, “dubiti della vita”.

Certo fa impressione, a chi come me ha molto amato La gemella H, apprendere l’inconsueto dietro le quinte di quel romanzo, finalista al Campiello 2016. Si è portati ad associare il processo creativo di un’opera d’arte a un’aura di libertà e purezza, magari a un’urgenza notturna, disperata, alcolica, autodistruttiva. Invece quella storia, quei personaggi presero forma nello sgabuzzino aziendale dove lo scrittore si era autorecluso in attesa di licenziamento, fingendo di redigere lettere prestampate. Dove impersonava una propria comparsa, l’uomo di Lenhart, il funzionario imperturbabile e irrilevante, talmente irrilevante che non è poi riuscito neppure a diventare un romanzo, com’era nelle intenzioni.

“Me ne vado volentieri perché dentro le ditte c’è odore di morto, aria di chiuso, stanchezza, ma non stanchezza abbandonata, anzi scattante, attiva, febbrile, come quando ti senti arrivare in corpo l’influenza”: così oltre mezzo secolo fa l’alter ego di Luciano Bianciardi mollava il colpo, usciva da un sistema in cui non era riuscito a integrarsi ma nemmeno a ribaltare. Anche Falco sente odore di morto eppure anche lui se ne tira fuori di malavoglia. La vita agra è pur l’unica che abbiamo, se l’alternativa è far finta di essere sani nel mondo della letteratura…

Istantanee di un paesaggio alieno

Lo sguardo acutissimo sulle conseguenze umane e sociali delle dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorativi non esaurisce le Ipotesi di una sconfitta. Che anzi si moltiplicano a raggiera man mano che l’autore allarga il campo alle mutazioni antropologiche della metropoli: per esempio l’espulsione, a partire dagli anni Ottanta-Novanta, di intere classi sociali da alcuni quartieri di Milano. O allo scempio ambientale postindustriale, villette a schiera, superstrade, self service, fabbriche fantasma o riconvertite in ipermercati. Le icone periurbane coprotagoniste di quasi tutti i romanzi di Giorgio Falco a partire da L’ubicazione del bene, 2009.

E ancora, la subalternità al sistema di un ceto intellettuale che un tempo era in grado di dialogare perfino con la politica, mentre oggi tutt’al più può scommettere sul successo di un libro accompagnando gli autori in tour sponsorizzati dagli industriali veneti. E sopra a tutto una malinconia irrequieta, virata nel doppio registro del grottesco e del tragico, per l’umanità insonorizzata al dolore, assuefatta al male di vivere: la prevaricazione strisciante, le piccole cattiverie quotidiane, le meschinità gratuite come un frustino che scocca per noia sulla schiena di un cavallo. “Tutto triste abbastanza, neppure triste completamente”, diceva nella Gemella H.

Eccoci. Siamo noi allo specchio, “comparse condannate a un sogno ormai dimesso, la fantascienza dell’oggi pomeriggio”. Un’altra Ipotesi della sconfitta è la fine del tempo libero, lo slittamento del desiderio verso modelli di vita basati su una competizione tossica, fine a se stessa. Ecco perché è importante questo libro: i nostri nipoti tra sessant’anni lo riscopriranno immaginando com’era sentirsi intrappolati fra due epoche economiche entrambe defunte. Ma anche perché rinnova il sogno di una cultura che si sporca le mani con la disperazione umana, come Bianciardi auspicava proprio sessant’anni fa: “la cultura non ha senso se non ci aiuta a capire gli altri, a soccorrere gli altri, a evitare il male” (Il lavoro culturale, 1957).

https://www.panorama.it/cultura/libri/giorgio-falco-ipotesi-di-una-sconfitta-la-recensione/

Per approfondire

Giorgio Falco, La gemella H

Giorgio Falco, Sottofondo italiano

 

Giorgio Falco
Ipotesi di una sconfitta
Einaudi
380 pp., 19,50 euro

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