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settembre 29, 2017

Era l’estate del 2006. Lavoravo, ancora per poco, negli uffici di una multinazionale. Zona sud di Milano. Passavo la pausa pranzo in un piccolo spiazzo sterrato definito “parco”. C’era qualche panchina – al sole – e un po’ di erba spelacchiata ricavata tra un parcheggio, i condomini, gli edifici aziendali. Verso le tredici di un giorno d’agosto avevo visto una gallina avvicinarsi. Becchettava il terreno ma non sembrava troppo convinta. Stavo mangiando un panino, avevo gettato alcuni pezzi di mollica, lei li aveva apprezzati. Poi si era fermata alle spalle della panchina, all’ombra. Il giorno seguente ero andato al solito posto e l’avevo trovata lì. In pochi giorni la gallina era diventata un’abitudine. Era bella, nera. Non sapevo cosa fare. Mi sembrava assurdo lasciarla lì. Mi sembrava assurdo portarla via. Da dove era arrivata? Era fuggita da un orto abusivo? Qualcuno l’aveva abbandonata? Dovevo chiamare l’Enpa? Avrei dovuto portarla a casa? Elegante gallina nera d’appartamento. A settembre gli uffici delle aziende si erano riempiti, gli impiegati della multinazionale avevano dimenticato in pochi giorni le vacanze appena trascorse. Gareggiavano per trovare un parcheggio nel piazzale, per arrivare più in fretta al lavoro, per non essere licenziati: gareggiavano per gareggiare. Alcuni, durante la pausa pranzo, mentre andavano al self service o al bar, passavano davanti alla panchina, si fermavano incuriositi dalla gallina che stazionava ai miei piedi o alle mie spalle. La consideravano un aspetto insolito, rurale, innestato nel terziario invisibile che sorregge i marchi più noti. È durato fino alla mattina del 29 settembre 2006, alle otto meno un quarto di undici anni fa.

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settembre 18, 2017