Giorgio Falco si racconta al Marca con il romanzo “Ipotesi di una sconfitta”

 CATANZARO TEMPO LIBERO

Cosa fare dinanzi l’inerzia di una promozione culturale passiva che ne appiattisce la proposta? Occorre sviluppare “Anticorpi intellettuali” a difesa del pensiero. L’iniziativa, promossa dalla Ubik di Catanzaro, segna l’urgenza di sottolineare e mettere in valore la letteratura con “l” maiuscola, quando la si incontra.

Protagonista dell’appuntamento che si terrà alle 18 al museo Marca, sarà Giorgio Falco con “Ipotesi di una sconfitta”.

Un romanzo autobiografico capace di tenere insieme, con straordinaria tensione narrativa, la radice esistenziale e l’indagine antropologica e sociale.

Figlio di un autista dell’Atm, l’Azienda di Trasporti pubblici Milanesi, che si alzava alle tre e mezza di mattina per poter arrotondare, nel pomeriggio, lo stipendio dando lezioni di guida, l’autore racconta il suo dentro e fuori dal mondo del lavoro, durato più di vent’anni.

Il fallimento nella conquista del posto fisso si traduce nella storia di un lento apprendistato per diventare scrittore e, più in generale, coincide con il passaggio generazionale da un’identità fondata sul lavoro a una fondata sulla precarietà.

Un incontro da non perdere per conoscere uno degli scrittori più interessanti del nostro tempo e capire come possa vivere un uomo incapace di adattarsi alla vita.

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Negli anni Duemila Giorgio Falco si è fatto conoscere da un pubblico non così numeroso ma decisamente ammirato con due libri, Pausa caffè (2004, Sironi) e Lubicazione del bene (2009, Einaudi), fortemente improntati al mondo del lavoro e alle sue metamorfosi nel primo scorcio di ventunesimo secolo. In seguito ha pubblicato altro, alcuni volumi passati un po’ in sordina, e La gemella H, il libro della consacrazione, un romanzo premiato e molto ben accolto da pubblico e critica, che nonostante l’ambientazione storica comprendeva e in parte trasfigurava le tematiche degli esordi. Come ben testimoniava la presenza di un personaggio che lascio presentare allo stesso Falco, con le parole contenute dentro Ipotesi di una sconfitta, il suo nuovo libro pubblicato da Einaudi:

Dentro La gemella H viveva un personaggio senza nome e cognome: L’Uomo di Lenhart, l’essere umano anonimo, subalterno, così schiacciato dalle istituzioni politiche, economiche, burocratiche e lavorative da non avere nemmeno nome e cognome. Era il piccolo impiegato, il funzionario imperturbabile e irrilevante, il capoufficio potenziale, l’uomo tecnico e burocratico con i baffetti, i capelli unti di brillantina e lutto, l’occhio danzante sull’orologio per vedere quanto tempo impiegava a passare la vita. L’uomo che voleva qualcosa senza sapere esattamente cosa, e sentiva l’assenza al proprio fianco (…) L’inespugnabile uomo economico ammalato di fragilità e inadeguatezze congenite.

Come per l’Uomo di Lenhart, così nei primi libri di Falco era difficile indicare il posto di quel narratore solitario, malinconico, vagamente monomaniacale, al di fuori del mondo nel quale le sue parole ci immergevano e dove lui stesso era immerso: come se, ormai assuefatto, o adattato al suo ambiente malsano, non potesse sopravvivere altrove. O come se, creatura letteraria meticolosamente desunta dalle premesse postulate dal suo universo, da quel mondo squallido e insensato, la sua esistenza non avesse pertinenza in un altro e diverso mondo possibile. Senonché il mondo di cui parlava Giorgio Falco non era affatto possibile, bensì rigorosamente reale. Falco è uno scrittore realista, abbastanza realista da poter essere annoverato nella lista dei molti autori che negli ultimi vent’anni si sono dedicati al problema del precariato, dell’esistenza flessibile, della frammentazione sociale. Scrittore di denuncia, a modo suo, e mosso da un evidente e necessario disgusto per il degrado spaventoso del lavoro e per il tracollo dell’“indotto” sociale ed esistenziale che da quello discende.

A differenza di molti suoi colleghi è però sempre mancato in Falco – ed è questo che dona alla sua parola quella potenza assertiva, quell’inerzia incontestabile, come di cosa che precipita, più poetica forse che narrativa – qualsiasi cipiglio, qualsiasi postura inquisitoria, qualsiasi empito civile. La voce di Falco è troppo saldamente ancorata al dato per esercitare la distanza necessaria al giudice o al moralista. La sua visione troppo spaventata, troppo ricettiva per reagire al pericolo altrimenti che mimeticamente, come fanno gli animali quando non c’è via di scampo. Come un Robinson abbandonato nell’isola di un incubo post-fordista, il soggetto che presiedeva alle sue passate narrazioni si aggirava per il territorio disumano nel quale si trovava confinato con una sorta di furia entomologica. La fuga non sembrava appartenere alle possibilità da lui prese in considerazione – perciò procedeva, intento a raccogliere materiale, descrivere nuove specie, catalogare, collezionare, esaurire il mondo che lo circondava e lo opprimeva.

Nel nuovo libro Falco retrocede alla matrice autobiografica della sua ossessione (anti)lavorista e nel racconto della propria disgregata vita professionale, di tutte le occupazioni che hanno scandito gli anni e i decenni, nel confronto col padre e con la sua etica lavorativa dura come l’acciaio, finisce per scrivere qualcosa di assai vicino a quanto aveva fatto Vitaliano Trevisan, non molto tempo fa, con il suo Works, ovvero una massiccia opera letteraria sul nomadismo professionale del soggetto lavorativo in epoca neoliberista, a metà tra il memoir e il romanzo d’artista. Ipotesi di una sconfittaè anche un meta-libro che contiene i libri precedenti e ne chiarisce la genesi e le ragioni, quasi il bilancio letterario di una vita di scrittore, o meglio di una parte di essa (Falco non ha ancora compiuto cinquant’anni).

La scrittura è infatti il prodotto paradossale del lavoro: compensazione clandestina e unico orizzonte di senso negli anni di occupazione; sbocco naturale nel momento della resa, quando l’autore decide di rinunciare al quel ruolo sociale uscendo dal lavoro in un gesto che contiene uguali dosi di rovina e di catarsi, poiché la scrittura non diventerà mai a sua volta lavoro, quasi non potesse o non volesse farlo. È interessante in questo senso, e perfettamente in linea col profilo discreto di una resistenza sommessa e tenace che emerge dalla sua scrittura, la totale assenza di Falco dal brulicame del web e dei social network, principali canali di autopromozione del lavoratore culturale/artistico divenuto imprenditore di se stesso.

La scrittura è dunque quella fuga che non si dava, che non vedevamo nei mondi raccontati nei primi libri: la fuga erano i libri stessi, l’atto della loro scrittura. La voce, il ritmo, il pensiero di Falco si sono formati come un’identità renitente in quell’invisibile parte dell’io che, nel mezzo del lavoro degradato e delle degradanti relazioni umane che lo circondano, disertava. Non una scelta da bohème, niente di simile, ma una formula minima di sopravvivenza psichica e morale. Nello stesso tempo, fatalmente debitrice del suo peggior nemico, la scrittura portava (e porta) impressa in ogni pagina la vicenda lavorativa dello scrittore, anche laddove, abbandonatosi all’ipotesi della sconfitta, esce di scena il militante disilluso, il rappresentante dei lavoratori che baccaglia col padronato, e lascia il posto all’esistenzialista dell’antropocene cantore di ambienti desolatissimi, paesaggi alienanti e marginali: “la fantascienza dell’oggi pomeriggio” per usare una sua espressione.

È insomma, il suo, un caso specifico di scrittura in reclusione: durante l’ultimo anno di impiego presso una grande compagnia multinazionale di telecomunicazione, racconta Falco, è riuscito a scrivere segregandosi come un odierno Bartleby in un ripostiglio di ascetismo e rifiuto al lavoro, prima di essere scoperto e quindi allontanato. “Avevo fallito per liberare anche mio padre” scrive poi, ma non è facile indovinare il valore di questa liberazione sofferta e piena di retropensieri: il puritanesimo professionale paterno da una parte, la disgustata inettitudine del figlio per le nuove forme del lavoro dall’altro. In fondo Falco resta fedele al padre: “intrappolato tra le due epoche economiche nelle quali ero cresciuto non volevo soccombere alla seconda, e allora, a costo di essere nostalgico, meglio scomparire con la prima, quando tutto sembrava potesse durare per sempre.” Lo sfondo ostinatamente marxista, l’eredità di un lavoro diverso, di una dignità perduta e da riconquistare è ancora il sale della sua scrittura, il pigmento che dà alle sue parole la tinta di malinconia estrema e la disarmata, ma geniale, ironia che le rendono uniche nel panorama letterario italiano, anche quando non parlano di lavoro e si limitano a descrivere mondi, o scorci di mondo:

Da lì mi ero affacciato sul bordo posteriore del deposito, tra vetri di una bottiglia di birra rotta, mozziconi di sigarette e filtri di canne, fazzoletti bianchi accartocciati, lascito di qualche orgasmo notturno, la solita scenografia creata dagli esseri umani in una strada periferica a fondo chiuso.

Con il solito incedere andante e svagato capace di insinuarsi non visto tra i più amari dettagli del reale, Falco ci racconta la sua misera epopea: come è trascorso di lavoro in lavoro – dalla fabbrica alle vendite porta a porta, dai call center alle consulenze aziendali fino a finire, in uno scivolare progressivo nei più vischiosi gorghi del reddito odierno, a campare di scommesse sportive (soprattutto tennistiche, seguendo via internet a orari improbabili partite secondarie di tornei minori in qualche paese remoto). Tutto ciò diventa, nelle notazioni e nello stile dello scrittore, anche un ritratto dell’Italia dagli anni Ottanta a oggi, delle sue forme di produzione e di espressione, della sua politica, di un paese che precipita col narratore, che lo accompagna come un’ombra nel suo sconsolato sperimentare la degenerazione progressiva del mestiere di vivere.

Alla fine di tutto, dopo fabbrica, strada, azienda, dopo la reclusione solitaria dello scommettitore 24/7, abbandonato anche quest’ultimo assurdo girone dell’esistenza contemporanea, così si esprime il disoccupato (in)felice: “Sapevo di essere uscito per sempre dal mondo del lavoro. Mi restava quanto restava del mondo”. Non molto, in un mondo dove la dimensione economica ingloba ogni giorno nuove porzioni della vita pubblica e privata. Le quasi quattrocento pagine del libro – non tutte ugualmente riuscite e appassionanti benché sempre precise, oneste e motivate – servono a fare la tara, il bilancio di questa differenza, a dare forma alla spoliazione, a quel poco che resta e che sopravvive.

Giorgio Falco, ‘Ipotesi di una sconfitta’ – La recensione di Michele Lauro

Preparato un paio d’anni fa dall’abrasivo Sottofondo italiano, è un romanzo autobiografico capace di tenere insieme, con straordinaria tensione narrativa, la radice esistenziale e l’indagine antropologica e sociale. La concatenazione di eventi che ha spinto Giorgio Falco a rifugiarsi nel mondo delle parole è lontanissima dall’idea romantica dello scrittore randagio e flâneur: somiglia a una resa al capitalismo spietato dei nostri tempi. L’Ipotesi di una sconfitta, appunto. Un libro malinconico e coraggioso che smitizza tra l’altro la favola della Milano rampante tardo-novecentesca, illuminando il retroscena del nostro presente.

L’attualità del tempo senza storia

Figlio di un autista dell’ATM, l’Azienda di Trasporti pubblici Milanesi, che si alzava alle tre e mezza di mattina per poter arrotondare nel pomeriggio lo stipendio dando lezioni di guida, l’autore racconta il suo dentro e fuori dal mondo del lavoro, durato più di vent’anni. Il fallimento nella conquista del posto fisso si traduce in una nevrosi individuale di natura “politica ed economica”. Più in generale coincide con il passaggio generazionale da un’identità fondata sul lavoro a una fondata sulla precarietà – i nati fra il ’65 e l’80, la cosiddetta Generazione X schiacciata fra il boom del dopoguerra e la rivoluzione informatica, stritolata dalla svolta verso modelli produttivi immateriali.

Per certi versi questo libro rappresenta l’identikit di un inconscio collettivo nostalgico. Nostalgia di un vissuto per interposta persona, la quotidianità dei padri che ogni mattina uscivano di casa dopo il rito della moka e dell’acqua di colonia. Svegliarsi ogni mattina, prendere l’automobile, guidare fino all’azienda, produrre. Non importava per chi e nemmeno quale merce, purché quell’ingranaggio garantisse uno stipendio e un tempo libero codificato entro il quale consumare quello stipendio, sullo sfondo l’illusione di una elevazione sociale.

Il mondo del lavoro dissezionato da Giorgio Falco invece è una pillola avvelenata, un’allucinazione che si rinnova, sempre diversa e sempre uguale a partire dal capannone dell’hinterland milanese in cui da ragazzo confezionava spillette per pagarsi una vacanza immaginaria. Simon Le Bon, Brus Printin, Karol Woytila ridotti a miserabili icone, “simulacri di forze economiche e finanziarie” devote al mercato, un campo di battaglia dove le aziende facevano finta di combattere tra loro avendo invece un obiettivo (un nemico) comune: il consumatore. Con il sindacato progressivamente addomesticato a gestore della transizione.

Reality senza telecamere

Da venditore porta a porta di abbonamenti del Corriere e poi di scope di saggina ad allenatore di minibasket part time, da attivatore di carte Sim a collector d’azienda, cacciatore-raccoglitore dei reclami di un popolo truffato, rabbioso, impoverito. Fino alla scommessa – ossessiva, destabilizzante – di guadagnare con le scommesse sportive almeno la stessa paga di un apprendista. Mentre la scrittura si fa strada come attività collaterale, cospiratoria, eversiva, perfino quando arrivano i riconoscimenti. È che quando ti rifugi così nella scrittura, confessa Falco, “dubiti della vita”.

Certo fa impressione, a chi come me ha molto amato La gemella H, apprendere l’inconsueto dietro le quinte di quel romanzo, finalista al Campiello 2016. Si è portati ad associare il processo creativo di un’opera d’arte a un’aura di libertà e purezza, magari a un’urgenza notturna, disperata, alcolica, autodistruttiva. Invece quella storia, quei personaggi presero forma nello sgabuzzino aziendale dove lo scrittore si era autorecluso in attesa di licenziamento, fingendo di redigere lettere prestampate. Dove impersonava una propria comparsa, l’uomo di Lenhart, il funzionario imperturbabile e irrilevante, talmente irrilevante che non è poi riuscito neppure a diventare un romanzo, com’era nelle intenzioni.

“Me ne vado volentieri perché dentro le ditte c’è odore di morto, aria di chiuso, stanchezza, ma non stanchezza abbandonata, anzi scattante, attiva, febbrile, come quando ti senti arrivare in corpo l’influenza”: così oltre mezzo secolo fa l’alter ego di Luciano Bianciardi mollava il colpo, usciva da un sistema in cui non era riuscito a integrarsi ma nemmeno a ribaltare. Anche Falco sente odore di morto eppure anche lui se ne tira fuori di malavoglia. La vita agra è pur l’unica che abbiamo, se l’alternativa è far finta di essere sani nel mondo della letteratura…

Istantanee di un paesaggio alieno

Lo sguardo acutissimo sulle conseguenze umane e sociali delle dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorativi non esaurisce le Ipotesi di una sconfitta. Che anzi si moltiplicano a raggiera man mano che l’autore allarga il campo alle mutazioni antropologiche della metropoli: per esempio l’espulsione, a partire dagli anni Ottanta-Novanta, di intere classi sociali da alcuni quartieri di Milano. O allo scempio ambientale postindustriale, villette a schiera, superstrade, self service, fabbriche fantasma o riconvertite in ipermercati. Le icone periurbane coprotagoniste di quasi tutti i romanzi di Giorgio Falco a partire da L’ubicazione del bene, 2009.

E ancora, la subalternità al sistema di un ceto intellettuale che un tempo era in grado di dialogare perfino con la politica, mentre oggi tutt’al più può scommettere sul successo di un libro accompagnando gli autori in tour sponsorizzati dagli industriali veneti. E sopra a tutto una malinconia irrequieta, virata nel doppio registro del grottesco e del tragico, per l’umanità insonorizzata al dolore, assuefatta al male di vivere: la prevaricazione strisciante, le piccole cattiverie quotidiane, le meschinità gratuite come un frustino che scocca per noia sulla schiena di un cavallo. “Tutto triste abbastanza, neppure triste completamente”, diceva nella Gemella H.

Eccoci. Siamo noi allo specchio, “comparse condannate a un sogno ormai dimesso, la fantascienza dell’oggi pomeriggio”. Un’altra Ipotesi della sconfitta è la fine del tempo libero, lo slittamento del desiderio verso modelli di vita basati su una competizione tossica, fine a se stessa. Ecco perché è importante questo libro: i nostri nipoti tra sessant’anni lo riscopriranno immaginando com’era sentirsi intrappolati fra due epoche economiche entrambe defunte. Ma anche perché rinnova il sogno di una cultura che si sporca le mani con la disperazione umana, come Bianciardi auspicava proprio sessant’anni fa: “la cultura non ha senso se non ci aiuta a capire gli altri, a soccorrere gli altri, a evitare il male” (Il lavoro culturale, 1957).

https://www.panorama.it/cultura/libri/giorgio-falco-ipotesi-di-una-sconfitta-la-recensione/

Per approfondire

Giorgio Falco, La gemella H

Giorgio Falco, Sottofondo italiano

 

Giorgio Falco
Ipotesi di una sconfitta
Einaudi
380 pp., 19,50 euro

© Riproduzione Riservata

 

Filippo Polenchi

Il lavoro salariato fa schifo, anche quando è «terziario avanzato»: riduce gli uomini una «melassa di male». Eppure questo non basta, bisogna raccontare: anzitutto dalla spelonca della propria esperienza autobiografica. E poi andare all’indietro, ricostruire una genealogia dell’«umano consumabile». Per questo Ipotesi di una sconfitta, l’ultimo romanzo di Giorgio Falco, deve cominciare con un mini-romanzo: la storia del padre. Solo così si può raccontare del teatro d’ombre del lavoro, dove anno dopo anno «l’autentico èridotto a fantasma prima della sua cacciata».

Falco senior, il cui nome di battesimo è taciuto, è un immigrato siciliano che, ventenne, approda a Milano e s’impiega all’azienda dei trasporti: l’ATM, l’«Azienda». Rimarrà fedele alla sua etica del lavoro per tutta la vita: si sentirà libero perfino portando una cipolla da casa per sbrinare il parabrezza dell’autobus lungo più di 20 metri, che guida per le tratte extra-urbane nella zona a sud-ovest di Milano. Isolato dal resto del mondo, dandogli le spalle, il padre conduce voci disincarnate: la colonna sonora dei suoi giorni è una human world music che risuona dietro di lui, sono i dialoghi senza corpi dei passeggeri.

Il mondo man mano più enigmatico e indecifrabile (leitmotif paterno: «sta diventando una cosa impossibile») è l’eredità che spetta al figlio, insieme alla solitudine. E così, dagli anni Ottanta a oggi, si testimoniano il progressivo smaterializzarsi della produzione, la volatilità del denaro, della merce, dei rapporti. Dalla fabbrica di spille alla vendita door-to-door, da colloqui falliti all’approdo nella multinazionale delle telecomunicazioni, dove Giorgio Falco diviene avatar di se stesso, «GFALCO» e poi, in una spirale di declassamento, «ZZGFA1».

L’etica del lavoro che sostiene il padre (autista di giorno e insegnante di scuola guida di pomeriggio) si rovescia quando tocca al figlio vivere il mondo adulto. Si confrontino a questo proposito il mirabile episodio del soccorso notturno, quando il padre-autista avanza nella notte e nella nebbia alla ricerca di aiuti, e la storia della morte improvvisa in albergo e che tocca direttamente Giorgio: un manager che agonizza da solo, in camera d’albergo. Laddove nel primo caso ci si assume la responsabilità del soccorso, nel secondo il managment della paura tiene a distanza il dolore e ogni aiuto.

Ma Falco parla di altro mentre racconta del lavoro: di sguardo, di scrittura, di scrittura con lo sguardo, di fotografia, di margini visivi. È una narrazione sul filo dell’invisibile; qualcuno la chiama perturbante, ma proprio perché posta sul crinale di un’incombenza che minaccia di continuo la propria scomparsa, come nelle foto di Google Street View, che fondono nella stessa porzione di spazio immagini scattate in momenti diversi, dando l’illusione di «coesistenza»: «sulla soglia di ciò che è stato da così poco e ciò che tra così poco sarà». È il «funerale del presente», dove l’«io» è escluso. Lo sguardo, del resto, è sempre sul ciglio dell’assenza: quando si sente «presente ma avulso dall’evento» (nelle fotografie familiari) o come quando, con la compagna «Sa», scatta foto nei weekend: «Quello che sfuggiva alla frontiera dell’immagine era la nostra vita, che non poteva essere salvata».

Anche il capitalismo è una questione di seduzione, di occhi che predano e occhi che cercano. Sguardi radicali: oltre il cinemascope che separava il padre-autista dall’hinterland milanese il figlio dichiara: «il mondo del lavoro è una finzione assoluta». L’Occidente è una zona di Spettacolo Integrato: il nemico è già dentro di noi, normalizzato dalle risate registrate delle sit-com. Il lavoro, la nausea, la fatica di sopravvivere al sonnambulismo come diceva Simone Weil (ma almeno lei era «così onesta da sapere di avere un’alternativa») sono questioni di Spettacolo: un immenso videogame dove si vince o si perde.

Nell’Occidente narcisista, patologico, mai del tutto de-fascistizzato o de-nazificato, che il venditore door-to-door attraversa come un «inviato del dolore» negli inferni privati di persone già deglutite dal tubo catodico, si compie un tirocinio della sconfitta. «Credeva che potessi fare tutto nella vita, e infatti non ce la farò […] il mio tutto è non farcela mai». Ma è un apprendistato obbligatorio: fallire è sinonimo di sabotare: «Volevo cercare […] qualcosa che mio padre non aveva mai trovato poiché nemmeno immaginava che esistesse. Avevo fallito per liberare anche mio padre».

Quando l’ormai inviso ai superiori «ZZGFA1» si rinchiude in «Sgabuzzis», unaepoché architettonica di cinque metri quadrati, ecco che diventa un uomo invisibile. È questa la sua liberazione suprema: la conquista dell’invisibilità. Dentro «Sgabuzzis» vedrà gli altri umani opacizzati, ma avrà chiarezza sul da farsi: avrà vinto la sua sconfitta, ottenendola. O forse no.

Giorgio Falco si conferma come uno dei più interessanti, forse il più interessante, fra i narratori italiani di questo tempo: Ipotesi di una sconfitta è un romanzo fenomenale, il migliore del 2017, con pagine che sembrano provenire da un Don DeLillo italiano: quiete, raffreddate, eppure colme di quella che Elio Pagliarani chiama «pietà oggettiva»; non ci si toglie di dosso il puzzo dell’ufficio, l’avvilente prostrazione cosmica di sacrificare il proprio destino e adattare il proprio corpo alle stanchezze della subalternità, scelta più o meno inconsapevolmente per il lusso di sentirsi insensibili e al sicuro.

Giorgio Falco

Ipotesi di una sconfitta

Einaudi «Stile Libero», 2017, 392 pp., € 19,50

Giovedì, 23 novembre 2017, h 19.00
aut. architektur und tirol, Lois Welzenbacher Platz 1, 6020 Innsbruck, AustriaIn occasione della mostra “Walter Niedermayr: Koexistenzen” in corso all‘ aut. architektur und tirol l’editore Hatje Cantz ha edito l’omonimo libro che tratta del progetto di ricerca di Walter Niedermayr sugli undici comuni della Magnifica Comunità di Fiemme.
Novecento anni di Comunità, vissuta in undici Comuni della Val di Fiemme nel Trentino e nell’Alto Adige e da tre gruppi linguistici: italiano, tedesco e ladino. Qui la responsabilità per la proprietà comune ha fatto sorgere paesi configurati in agglomerazioni che, al di là dell’appartenenza al gruppo linguistico, presentano una sorprendente somiglianza fra di loro, nonché forme architettoniche selvaggio-anarchiche. Esistono all’interno di una tale coesione spaziale, nella quale nel corso dei secoli fino ad oggi si è potuto preservare un senso più o meno forte della comunità e si può tracciare una matrice antiortodossa delle strutture degli abitati nel contesto urbano, i presupposti per sviluppare ulteriormente la riflessione sul concetto dei «Commons», concentrandosi in particolare su questa specifica vallata autonoma per tradizione? Oppure questo particolare tipo di urbanità comunale prelude di per sé a nuove prospettive per il futuro? 
(Walter Niedermayr)
Il giornalista e studioso di letteratura Benedikt Sauer presenta il libro e conduce una conversazione con l’artista Walter Niedermayr, la filosofa Florentina Hausknotz e lo scrittore Giorgio Falco, autori dei testi elaborati per la pubblicazione.Walter Niedermayr: Koexistenzen
25,5 x 19,8 cm, 248 pagine, 185 riproduzioni fotografiche
Edizione bilingue: tedesco/inglese oppure tedesco/italiano
Edito da: aut. architektur und tirol
Concetto: Walter Niedermayr
Introduzione: Arno Ritter
Testi: Giorgio Falco, Florentina Hausknotz
Progetto grafico: Mevis & Van Deursen, Amsterdam
Editore: Hatje Cantz
Prezzo: 45 €
ISBN 978-3-7757-4390-7 (edizione bilingue tedesco/inglese)
ISBN 978-3-7757-4391-4 (edizione bilingue italiano/tedesco)Durata della mostra: 25.10. 17 – 23.02.18
una mostra con il cortese sostegno di Barth Innenausbau KG (Brixen), LEITNER ropeways (Sterzing), STRABAG Kunstforum (Spittal/Drau) e Amt der Tiroler Landesregierung-Abteilung Kultur, Amt der Tiroler Landesregierung – Abteilung Südtirol, Europaregion und Außenbeziehungen, Bundeskanzleramt – Sektion für Kunstangelegenheiten, Provincia Autonoma di Bolzano / Alto Adige – Ufficio cultura, Regione Autonoma Trentino – Alto Adige, BIM (Bacino imbrifero Montano Vallata dell’Avisio), Magnifica Comunità di Fiemme, Comunità Territoriale di Fiemme, Comune di Cavalese, Museo d’Arte Contemporanea Cavalese

 

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Lunedì 20 novembre, alle 19, sarò alla libreria Verso, corso di Porta Ticinese 40, insieme a Giuseppe Genna. Giuseppe parlerà di Ipotesi di una sconfitta e io parlerò di History, il suo ultimo romanzo, uscito per Mondadori. Sono contento di parlare di questo libro, a cominciare dal primo capitolo, intitolato Antefatto. È la transizione tra due epoche, è il Novecento che muore, e lo fa con lentezza (fino a pagina 78), quasi a opporsi all’accelerazione seguente. Un nonno molto anziano sta morendo in una sorta di ralenti, di surplace, come se si sdoppiasse, come se fosse due ciclisti che si guardano in equilibrio al bordo di quella che un tempo si definiva kermesse su pista: il corpo dell’uomo e il corpo sociale che quel quasi cadavere già rappresenta; si guardano, si spiano su una soglia, avanzano per dettagli infinitesimali. Una famiglia al capezzale di quest’uomo che muore con un occhio di vetro. Verrà sepolto pure l’occhio di vetro? È la fine dell’analogico, la morte delle due di un pomeriggio estivo che invece pensavamo infinito, replicabile con duecento lire da inserire nella fessura di un videogame preistorico, azzurrino, in cui si moriva per finta. È la parte del libro nella quale è ancora normale dire “noi”. Pensavamo di opporci, di resistere infilandoci in tasca l’occhio di un bue macellato, per cercare di vedere, di scorgere il futuro. Gli ultimi “bambini di un futuro imminente”. Poi qualcosa accade; in pochi anni il futuro crolla su se stesso; la merce non suscita più desideri, sia essa un light lunch nella sera di Halloween o il prodotto di un autogrill che ormai è inutile classificare con nomi suadenti. I prodotti si chiamano Mangia, Bevi, Mastica, i bisogni primari dell’umanità sono convogliati a ritroso, in una mamma gigantesca che lancia i suoi ammonimenti nell’archeologia della merce: il prodotto Mangia è sempre esistito. Il presente è fatto dalle anfetamine che i figli di un tycoon milionario prendono per girare nella Milano spettrale del 2018. Il tycoon ha festeggiato i sessant’anni in tre appartamenti del grattacielo Bosco Che Sale. Il tycoon ha la paranoia della forma atletica, del tempo che passa, così l’unico modo per festeggiare il suo sessantesimo compleanno è festeggiare tre volte i vent’anni in una sola sera. E poi i figli, a bordo di una limousine Hammer, che, giustamente, si ribattezza “limo Hammer”, come se fosse lo scooter di un qualsiasi Simo o Samu; e sono i fratellastri di History, la bambina autistica, sopravvissuta nel ventre della madre, mentre la gemella Hillary moriva prima di nascere, e History si specchiava in quella brodaglia di morte. Ma è sopravvissuta, boccheggia, un po’ come noi tutti, come i pesci del laghetto artificiale del tecnopolo, il laghetto artificiale di ciò che era stata Mondadori, un’epoca lontanissima, quella del libro, della letteratura; restano i pesci, che annaspano nel laghetto artificiale, per prendere un pezzetto di grissino lanciato durante una pausa pranzo, il laghetto superficie di quello stesso light lunch precipitato dal Bosco Che Sale, per specchiarsi nella mente artificiale, nei numeri… (GF)

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