Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco

Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco, ed Einaudi (2017)

BOOKPRIDE 2018: Fiera degli editori indipendenti
23/25 marzo spazio BASE – Via Bergognone, 34 – MILANO

http://bookpride.net/site/?s=giorgio+falco

Venerdì 23 marzo alle ore 19.00 – Spazio A

LA VITA DEI NERVI

Un incontro che nasce da un’intervista pubblicata su cheFare, per riprenderne e approfondirne i temi: Milano, il lavoro culturale, ma soprattutto il disagio dell’età adulta. Un disagio che coglie chi nel corso del tempo ha fatto fatica a pensarsi all’interno di una “storia”. Al suo posto, una vita nervosa che ha la forma del groviglio, qualcosa che contiene euforia e sofferenza nella stessa misura.

Con Giuseppe Genna e Giorgio Falco. Modera Valeria Verdolini.

A cura di
BOOK PRIDE in collaborazione con cheFare

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Sabato 24 marzo alle ore 16:00 – Rampa/Robinson
Walter Siti presenta Pagare o non pagare. Insieme all’autore interviene Giorgio Falco. Introduce Daniele Giglioli

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Domenica 25 marzo alle ore 14.30

GEOGRAFIA URBANA DI IPOTESI DI UNA SCONFITTA. I LUOGHI MILANESI DELL’ULTIMO ROMANZO DI GIORGIO FALCO

Un itinerario in compagnia dell’autore di Ipotesi di una sconfitta alla scoperta dei luoghi milanesi (e non) in cui si muove un Io alla ricerca di «una collocazione esistenziale più che di un collocamento lavorativo». Ripercorrendo le tappe della sua metamorfica vita lavorativa, dall’Università Statale di Scienze Politiche all’ufficio reclami di un’azienda di telefonia, Giorgio Falco racconta il proprio personale approdo alla scrittura; sullo sfondo un’Italia e una Milano che mutano.

La partecipazione è gratuita, ma i posti sono limitati; pertanto, è necessario iscriversi inviando un’e-mail a piedipagina@gmail.com

Partenza: via del Conservatorio 7 (Università degli Studi di Milano). Ore 14.30.

A cura di
piedipagina

di Giacomo Raccis

Qui è possibile scaricare il PDF dell’articolo.

Ogni scrittore ha unossessione, un buco nero attorno a cui non può fare a meno di camminare, oscillando tra il desiderio di buttarsi e la speranza di riuscire a trasformare quella pulsione in sforzo catartico. Per Flaubert era la banale stupidità del quotidiano, per Céline il risentimento del genio perseguitato, per Moravia il viluppo inestricabile di eros e denaro, per Mari sono i fantasmi dell’infanzia. Per Giorgio Falco è l’esperienza del lavoro, con le sue implicazioni nella trasformazione dell’Italia dagli anni Sessanta a oggi.

Da lì era partito, quando con Pausa caffè (Sironi 2004) compose un puzzle di microracconti spietati nel mettere in luce disagi, deliri e ambizioni della classe media lavoratrice, osservata dalla particolare specola di un’azienda di telefonia. Con i racconti dell’Ubicazione del bene (Einaudi 2009) aveva invece mostrato l’altra faccia della vita del lavoratore occidentale: il sogno piccolo-borghese della villetta in periferia, la forzosa passione per il bricolage, le gite fuori porta nel fine settimana, i muri che si scrostano per l’incuria, le crisi isteriche, la violenza mal repressa. Nel corso degli anni Falco ha portato a maturazione una scrittura che cerca di ritrarre il modo in cui il tempo si incide nelle cose – nei gesti come nei costumi, nei sogni come nelle frustrazioni. Esploratore di miti decaduti, indagatore del tempo materiale – come il suo quasi-coetaneo Giorgio Vasta –, Falco ha trovato il passo del romanzo storico-sociale nella Gemella H (Einaudi 2014), dove i tumulti di un secolo – il Novecento dei totalitarismi, delle guerre e delle riprese economiche –, raccontati dalla prospettiva di due gemelle tedesche emigrate in Italia, acquistano un respiro europeo, che connette la miseria italiana a quella dei paesi vicini. E se Condominio Oltremare (L’Orma 2014) ha offerto al lettore un controcanto del mito moderno della villeggiatura estiva, raccontando come appaiono d’inverno le desolanti architetture residenziali dei Lidi Ferraresi – ritratte magistralmente dalla compagna fotografa Sabrina Ragucci –, con Sottofondo italiano (Laterza 2015) Falco costruisce un dialogo con il proprio lettore attraverso la definizione di un orizzonte comune fatto di oggetti, ricordi e nomi, un immaginario condiviso che sotto i simboli scoperti mostra le fondamenta nascoste: lo sgretolamento della coscienza di classe, la marginalizzazione della classe lavoratrice.

Falco torna così alla propria ossessione, su cui si apre Ipotesi di una sconfitta(Einaudi 2017), romanzo autobiografico, ritratto di un uomo e di un intero paese che tra gli anni Sessanta e i giorni nostri attraversa una serie di mutazioni ben esemplificate dalle diverse professioni che Giorgio Falco si è trovato a svolgere nel corso della sua vita. Non è casuale, però, che il romanzo si apra con un capitolo bellissimo e commosso dedicato al padre, emigrato dalla Sicilia nel 1956 per lavorare nell’Azienda Trasporti Milanesi. Prima autista, poi impiegato, una vita dedicata al lavoro, una vita segnata dalle sveglie all’alba, dai turni e, da un certo momento in poi, anche dal doppio lavoro; una vita di serate in silenzio davanti alla televisione, di gesti rari eppure carichi d’affetto.

Fin da bambino avevo amato la divisa dell’Atm, tanto da farne, invano, il solo abito che avrei voluto indossare a carnevale. Detestavo i vestiti di Zorro, dei cowboy, dei pellerossa. Se proprio dovevo attenermi all’usanza, desideravo travestirmi da autista dell’Atm, o meglio, dopo i successi lavorativi di mio padre, da capo dell’Atm. In fondo volevo travestirmi da mio padre: se per demolirlo con la derisione carnevalesca o per assorbirlo fino a farmi assorbire da lui, questo lo ignoro tutt’oggi.

È il padre il termine di paragone con cui Falco misura ogni sua esperienza, di vita e di lavoro. La grana grossa di quella vita fatta di sacrifici e affetti diventa l’emblema di un destino collettivo che la fine del Novecento ha decostruito, disseminandolo tra le tante professioni del terziario avanzato. Deriva da qui la giovanile propensione di Falco a orientarsi verso impieghi che rendano manifesta la loro utilità concreta, nella convinzione inconfessata che laddove la mansione si fa astratta, apparentemente sconnessa dalla catena produttiva, allora il lavoratore diventa superfluo, sostituibile in qualsiasi momento. Assistiamo così a una rassegna variopinta di mansioni che scandiscono la vita dell’io narrato: dalla plastificazione di spillette pop alla rilevazione dei dati commerciali sui prodotti da supermercato, dalla vendita porta a porta a quella nel grande outlet sulla tangenziale, dalla movimentazione delle merci in un grande magazzino alla multinazionale della telefonia, finalmente. Recuperando l’originaria predisposizione al racconto breve, Falco costruisce così la propria contro-bildung: ogni capitolo un nuovo lavoro, ogni nuovo lavoro un momento della sua ascesa/discesa professionale, che porta quel giovane studente-lavoratore attraverso delusioni, licenziamenti, attese all’ufficio di collocamento, situazioni enigmatiche, fino a diventare un codice nel database della grande azienda di telecomunicazioni: «Ero diventato il mio login, il mio username, la mia password. Ero diventato GFALCO».

A fare da sfondo a questo percorso ci sono splendide pagine in cui Falco esibisce una capacità d’analisi impietosa, che trova nel linguaggio il bersaglio privilegiato, perché è nella lingua che le trasformazioni si sedimentano e fruttificano, dando forma a nuovi gerghi, neolingue di massa che mimano l’efficienza e, intanto, impercettibilmente persuadono, convertendo tutti al nuovo ordine delle cose.

Al termine della mia indagine appariva la cifra di cui dovevo fidarmi: mi sentivo un fantasma che giocava alla slot-machine, a un gioco in cui non vincevo nulla. Telefonavo in banca per ascoltare una voce che confermasse quanto stavo vivendo. Mi presentavo per cognome, dicevo per chi lavoravo, chiedevo di passarmi il settorista o il funzionario, elencavo la richiesta del potenziale cliente. In teoria, soprattutto al telefono, l’impiegato non avrebbe dovuto fornirmi informazioni riservate, tantomeno bancarie: potevo essere chiunque, il redivivo basista di una banda di rapitori. Non improvvisavo, seguivo un canovaccio, portavo l’interlocutore dentro la mia trama, se necessario utilizzavo il gergo di chi operava nel settore creditizio, chiedevo se la banca avesse o meno concesso un fido significativo con la possibilità di uno sconfino; chiedevo se si fosse verificato qualche episodio di sofferenza, lo stato di instabilità patrimoniale e finanziaria utilizzata come forma di finanziamento, che l’azienda richiedeva non in banca, ma ai propri fornitori; e infine, ripetevo aprire i rubinetti, ovvero concedere il fido. L’hai detto, ripetevo tra me, aprire i rubinetti, i soldi uguali all’acqua. Io e i funzionari parlavamo la stessa lingua.

Osservare il modo in cui la lingua cambia permette di osservare, prima ancora che le trasformazioni che hanno toccato l’Italia negli ultimi decenni, il modo in cui gli italiani le hanno subite e percepite. La lingua traccia il profilo di un immaginario in continua evoluzione, dove sogni e rimpianti hanno consistenza di oggetti solidi. È così che si compone la realtà davanti agli occhi di chi legge, attraverso liste infinte di “momenti”, dettagli di uno scenario di cui tutti riusciamo a comprendere i contorni, perché l’immaginario dura più della realtà, perché non serve averlo vissuto per coglierne il fascino o la miseria. È un effetto che lo stesso Falco subisce di fronte alla videocassetta con cui gli ex-colleghi hanno voluto festeggiare il pensionamento del padre.

Avevo rimesso daccapo la videocassetta per rivedere un pezzo di Novecento che scompariva. La vecchia timbratrice. Il pavimento di graniglia degli anni Cinquanta. I muri tinteggiati di grigio. Le bacheche. Le locandine con i numeri di assistenza fiscale gratuita per lavoratori. Gli annunci sindacali. Le fotografie dei tranvieri in un mese di maggio degli anni Ottanta, quando invitavano un frate per recitare la messa nel grande piazzale del deposito, prima di cenare insieme alle famiglie. Un vecchio televisore, uno dei primi modelli a colori, spento, appoggiato su una mensola grigia.

Strategia che simula la complessità del mondo riproducendone il disordine, l’elenco è la soluzione compositiva prediletta da Falco, che tuttavia si muove con consapevolezza, deciso a schivare i rischi della rievocazione nostalgica, a evitare il diretto riconoscimento dei fatti, «l’ipermercato della memoria». La lista non è per lui l’unica forma a cui affidarsi per compensare la mancanza di un sistema ermeneutico entro cui organizzare quel grande regesto di immagini, situazioni e caratteri che è la realtà. Non c’è l’intenzione di annacquare nella tensione emotiva del ricordo la rievocazione di un passato privato e collettivo, ma al contrario la volontà di verificare nel corpo caldo dell’esperienza il processo di fatti, abitudini e convinzioni che ha prodotto il tempo presente. A un “uso nostalgico” dell’elenco – come aggregatore di immagini che, come frame di una sequenza pubblicitaria, simulano lo scorrere di un’esperienza condivisa e assimilata – Falco sostituisce quello che si potrebbe definire un “uso critico”, mirato a mostrare come nel presente dei capitali e dei flussi, della globalizzazione e dei nuovi nazionalismi, tutto sia connesso. L’ellissi dei verbi e la ricomposizione nominale del presente mettono in luce e al tempo stesso condannano la velocità dei processi, i passaggi muti che connettono ogni fase dell’epoca contemporanea così come ogni livello dell’esperienza sociale: il consumo delle merci e le migrazioni, le trasformazioni linguistiche e la disoccupazione, la solitudine emotiva e l’abbandono dei centri urbani.

In ascensore avevo ripensato a quanto differente fosse stato il mio approccio all’ingresso: parcheggiare la Y10 Missoni con Benz disteso, la carta di identità al guardiano, il busto del fondatore, i baffi ottocenteschi, il muro, l’attesa dell’ascensore, il quarto piano, gli altri due candidati, le pareti, un secolo di caffè, di eventi concentrati, la finestra, la scuola, la scritte politiche sul muro, la vertigine di leggerle schiacciate dall’alto, la Y10 Missoni ridotta a insetto, l’attesa della chiamata, tutto ancora desiderio, lavorare per una grande azienda italiana,  significava vivere questa concatenazione di pensieri oscurati dai gesti, persi dentro di essi, sì, era questo, lavorare e vivere un’esistenza normale.

L’elenco ricompone i frammenti di un’esperienza disastrata, la vita in tempo di pace, la vita di chi è stato sconfitto dalla nuova società dei servizi e della velocità, dei profili smart e delle identità precarie. È così che Falco trasforma uno dei nodi irrisolti della recente narrativa italiana – l’opzione autobiografica – in un margine di vantaggio. Se è vero che il filtro dell’io narrante è determinante per definire con precisione i contorni di un fallimento, personale e collettivo – ma più socio-culturale che generazionale, quello di una piccola-borghesia ancorata ai valori novecenteschi del sacrificio e della ponderazione –, è vero anche che il suo ruolo non è solo quello del testimone, ma anche quello di chi riesce ad aprire spazi per la visione di un futuro possibile. Lo dimostra ad esempio una densità simbolica che in questo romanzo appare molto più fitta che nei libri precedenti, proprio perché a renderla possibile è un narratore-personaggio che può permettersi di affiancare alla narrazione del passato anche la sua interpretazione.

È la dimostrazione di una cogente volontà di dare un senso all’«ipotesi di sconfitta» entro cui si inscrive l’intero racconto, di agglutinare il flusso caotico degli eventi attorno ad alcuni nodi attorno ai quali costruire il significato di una vita. La più bella di queste immagini-emblema rimane probabilmente quella che si definisce a bordo del campetto da basket dove il ventenne Falco attende di giocare insieme ai suoi amici; nel tempo morto dell’attesa prende corpo il progetto imprenditoriale, il sogno professionale italiano, ribaltato però nell’offerta specifica di eventi deprimenti, come rimanere senza benzina in tangenziale.

Il politico è conscio di guidare un’auto che rimarrà senza benzina. È uguale ai porno. L’attrice, come il politico, sa che è tutto finto. Ma lei sul set e lui in tangenziale non sanno quando e dove accadrà. Le espressioni dell’attrice peggiorano se lei ha il controllo totale. Non appena nella finzione irrompe la sorpresa, cambia tutto, qualcosa accade, come un antifurto quando suona senza un vero motivo: eppure, da qualche parte, suona. […] Avremmo offerto un servizio fondamentale a politici, dirigenti d’azienda; fornito ciò che ignorano o hanno dimenticato, in modo da vivere, solo per gioco, le esistenze di chi disprezzano; grazie ai nostri servizi i distruttori avrebbero conosciuto le vite dei distrutti meglio di questi ultimi. I nostri eventi deprimenti, pensavo, sono segni interpretativi.

Come già Walter Siti con il suo orizzonte di «gayzzazione dell’Occidente» sviluppato attraverso l’intera trilogia autofinzionale, anche Falco ricorre a un uso immaginifico della sociologia quale strumento per decodificare la linea continua che lega il passato al presente. Solo che lo fa senza infingimenti, senza l’autocompiacimento che genera sempre la consapevolezza della finzione, offrendo con generosità il corpo della propria biografia alla vivisezione narrativa. In questo modo, però, si trova a godere di una maggiore libertà nel trattare la materia narrativa della sua vita; non deve dissimulare nulla quando decide di sottoporre la propria esperienza a una vena comica spietata, che coinvolge l’io al pari dei suoi involontari compagni di strada. Una vena che, dopo gli scoppiettii di Pausa caffè e la sordina dell’Ubicazione, era stata notevolmente depotenziata nei libri successivi, sempre surclassata da un incedere lento, talora intonato a un’amara ironia, talaltra invece deciso a sintonizzarsi con il sentimento dimesso della sconfitta corale. Tra i tanti espedienti con cui Falco dissemina la sua prospettiva tragicomica sul racconto, a emergere con evidenza speciale – perché sempre fragorosi sono i suoi risultati – è la decisione di trasformare le persone in personaggi attraverso l’invenzione di soprannomi.

Tanti anni fa, ero ossessionato dall’assegnare soprannomi e nomignoli alle persone che incontravo, cercavo di trasformarle in personaggi, piantavo la mia bandierina da esercito occupante; oggi quando scrivo non penso subito al nome di un personaggio, vedo davanti a me una massa di cotone grigio piena di irregolarità, ovatta di scarto, residui e frammenti di lavorazione da trasformare in bambagia selvatica, e solo a quel punto riesco a dare il nome a un personaggio.

È la differenza che passa tra la letteratura e la vita, tra il lavorare su una materia astratta, da costruire prima ancora di darle una forma, e il corpo ribollente di un’esistenza che deve essere messa a distanza per poter essere compresa. Ecco allora che i nomi diventano uno strumento di messa in salvo dell’io, un modo per immortalare in una formula, semplice e perspicua, caratteri complessi, spesso eccentrici, senz’altro tutti emblematici dello Zeitgeist contemporaneo. Giacomo Debenedetti diceva, a proposito dei grandi romanzieri ottocenteschi, che possedevano ancora la capacità di costruire personaggi che, nell’immaginario comune dei lettori, sarebbero diventati dei proverbi: don Abbondio, Julien Sorel, padron ‘Ntoni, Raskolnikoff, la duchessa di Guermantes, con le loro storie, «battezzano le grandi congiunture e immagini con cui la vita si ripresenta alle nostre vite». Anche i personaggi di Falco sono dei “tipi” – il vetrinista Olaf, i reclutatori Pink Skylab e Carogna Florentina, gli amici Dollaro e Zio Quane, la teamleader Solo Cattiveria – figure che incarnano emblematicamente caratteri propri della cultura contemporanea – e non solo novecentesca, anzi. Ricomponendo quello strappo che gli autori d’inizio Novecento sembravano aver inciso definitivamente nel cielo di carta del romanzo, Falco restituisce una grande fiducia alle possibilità ermeneutiche del narrare, innesca in chi legge il riconoscimento di qualcosa di noto, ma al tempo stesso crea uno scarto nella sua rievocazione, smarcandosi dalle formule stereotipate con cui abitualmente definiamo figure ricorrenti del nostro immaginario.

Io sono una con i controcoglioni. Non era la prima volta che una donna ripeteva questa frase, a Milano. Dagli anni Ottanta in avanti l’avevo sentita spesso: la spinta della donna milanese in carriera, sul modello della donna cinematografica newyorkese, si univa all’infatuazione della donna italiana per il padre, sempre, nell’intimo, un po’ fascista. Insomma, non bastavano i coglioni dell’uomo. Peggio ancora, i coglioni del capofamiglia, dell’uomo forte. Per farcela, in un mondo ridotto a estensione aziendale sempre più competitiva, a organismo sovranazionale, occorrevano un bel paio di coglioni al quadrato, anche e soprattutto per le donne: i controcoglioni femminili, appunto. Molto spesso, in attesa di parlare con un settorista al telefono, scarabocchiavo su un foglio bianco utilizzato per prendere appunti. Disegnavo tombe e controcoglioni. Sapevo disegnare le tombe, le tombe non sono mai state un problema; avevo molte difficoltà con i controcoglioni. Come si potevano rappresentare? Supertesticoli rinforzati in acciaio? A forma di carro armato? Di astronave in partenza per una galassia distante? Coglioni staccati dal cazzo, peraltro assente in Solo Cattiveria e in tutte le donne munite di controcoglioni?

Miracoli della letteratura, dispensatrice di visioni. È così che Falco mette a profitto la scelta autobiografica, garantendosi uno spazio di manovra che gli permette di praticare sempre un passo di lato, di scavare una buca dietro i luoghi comuni del pensare contemporaneo, riportando in superficie la vera consistenza delle cose e delle persone. Falco smonta con rassegnata calma i tanti tasselli che costituiscono l’esperienza del presente, li rimonta ricorrendo a illuminanti criteri di connessione, che aprono il tempo all’intervento di una critica spietata e di una comprensione lucida e dolorosa. Nel tornare sui propri passi, l’io narrante sovverte l’appiattimento abitudinario dell’esperienza, sottopone a piccoli smottamenti linguistici e sintattici le petites phrasesattraverso cui abbiamo ricostruito la nostra storia, personale e collettiva, solleva la membrana uniformante del ricordo e offre al nostro sguardo lo scandalo della consapevolezza.

La musica finiva e, nel silenzio inatteso dopo tante ore, ascoltavamo i rumori secchi delle leve degli interruttori, le luci che si smorzavano a raggiera. Noi del terzo piano aspettavamo le parole finali di Metallizzato, sempre le stesse: e anche per oggi leviamoci dai coglioni. Leviamoci dai coglioni. Leviamoci da noi stessi. Lasciamo qui qualcosa, i coglioni. Salviamo qualcosa da qui.

Nasce così uno dei romanzi più importanti di questo inizio millennio; un’opera che torneremo a interrogare ogni volta che vorremo chiederci dove abbia radici la nostra sconfitta contemporanea.

http://www.labalenabianca.com/2017/12/11/giorgio-falco-ipotesi-di-una-sconfitta/


Falco2Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, Einaudi Stile Libero, Torino 2017, 382 pp. 19,50€

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

Non c’è storia
di Antonio Tricomi

La gemella H di Giorgio Falco (Einaudi) è a parer mio il miglior romanzo italiano dai tempi di Troppi paradisi, pubblicato da Walter Siti poco meno di un decennio fa. O è ad ogni modo questa l’impressione di uno spettatore saltuario e idiosincratico dell’odierna scena letteraria nazionale, la cui complessiva modestia non spinge il critico a sospettare di aver perso chissà quali perle sottraendosi al vaglio sistematico delle più rilevanti novità editoriali. Così, per provare a chiarire le ragioni che mi suggeriscono di considerare eccezionale il libro di Falco, tenterò di spiegare quelle due o tre cose che, ai miei occhi, esso è ma al contempo non è: la pur rapida analisi di questo suo costitutivo e ambivalente polimorfismo confermerà, spero, l’indubitabile pregio narrativo e culturale del volume.
Anzitutto, La gemella H non è, per quanto sembri, un romanzo familiare, con ciò intendendo sia una rivisitazione letteraria delle vicissitudini occorse nel tempo a più generazioni di individui che discendano da avi comuni, sia – in senso freudiano – la ricognizione delle fantasie sui propri genitori elaborate da un bambino che anche in età adulta subisca l’influenza di tali sue elucubrazioni. Capiamo fin dalle prime battute che il testo vuol giocare con questa possibile, e già di per sé plurivoca, maschera identitaria. Pare infatti esserci il ricordo della celebre massima affidata da Tolstoj alle pagine di Anna Karenina – «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo» – nelle parole con cui la voce narrante iscrive il proprio resoconto nella tradizione letteraria alla quale appartengono, per esempio, I Buddenbrook di Thomas Mann, cioè il modello che la quarta di copertina troppo precipitosamente azzarda essere quello riformulato da Falco: «Ogni famiglia rinchiude il passato dentro frasi significative, ritornano un paio di volte all’anno, pesano come un canto malinconico, a cui si dà voce con un duplice intento: la speranza che nella frase qualcosa possa mutare; la certezza che, anche per questa volta, nulla cambierà». E d’altro canto, parole simili possono ugualmente suonare come quelle di una donna non più giovane – perché, iniziamo a convincercene quasi subito, dovremmo trovarci al cospetto di una narratrice – che promette appunto di offrirci non necessariamente una cronaca familiare, e invece, con ogni probabilità, una sorta di scivolamento di quest’ultima in una costruzione fantasmatica individuale. Tuttavia, che La gemella H abbia soltanto l’involucro della canonica, e senza dubbio negativa, epopea dinastica o dell’interiorizzata, e verosimilmente autodistruttiva, mitografia familiare siamo costretti a intenderlo appena ci chiediamo, dopo essere andati avanti con la lettura: ma a chi è realmente assegnata, nel testo, la responsabilità del racconto?
All’inizio, diremmo che a ripercorrere per noi le vicende della famiglia Hinner – dai primi decenni del Novecento fino ai giorni nostri, da un’indemoniata Germania nichilista, nella quale prendono corpo, in rapida sequenza, la Repubblica di Weimar e il regime nazista, a una gattopardesca Italia strapaesana, consegnatasi in principio a Mussolini, poi freneticamente dedita alla ricostruzione, quindi ammaliata dal boom economico, poco dopo nuovamente in crisi, in seguito sfacciatamente triviale, oggi inqualificabile – sia Hilde Hinner, nata nel 1933, morta suicida ottanta anni più tardi. Presto però ci accorgiamo che la voce di costei diventa anche quella di un anonimo, algido e onnisciente narratore che, nel muovere i fili del racconto, sembra avere la lucida imparzialità di chi professionalmente dissezioni una storia ridottasi, per l’appunto, a cadavere da fare in pezzi nel tentativo di comprendere e studiare la malattia che un tale decesso ha determinato. E, ancora, ci rendiamo altresì conto che a parlarci, dal testo, è anche Helga, la gemella di Hilde. Né l’attitudine ventriloqua del racconto si esaurisce qui, giacché, a un certo punto, si radica in noi l’idea, assolutamente corretta, che esso in verità sia la risultante, giocoforza impersonale, di un muto coro dalla violenta o ipnotica capacità costrittiva: quello generato dai divieti e dai feticci, dai castighi e dalle illusioni di autodeterminazione individuale, dai godimenti e dalle frustrazioni, dalle paure e dal conformismo che, senza soluzione di continuità, i totalitarismi e i successivi sistemi democratici, nello scorso secolo e ancora oggi, hanno saputo e parimenti sanno sia costruire sia imporre ai cittadini non solo occidentali. D’altra parte, l’ipotesi interpretativa sulla quale si fonda l’intero libro di Falco è la seguente: «Succede nelle dittature e nelle democrazie, la quotidianità prende il sopravvento come una forma ottusa di rimozione, di difesa, e suggerisce la vita». Una vita che uomini e donne degradati a più o meno consapevoli automi possono immaginare di rendere piena, felice, libera solo accettando la pigra introiezione dei cliché, dedicandosi alla fruizione incondizionata delle «montagne di merci» offerte loro e impegnandosi di volta in volta a dimenticare qualsivoglia turpe passato, sì da ridimensionare, trascorsa ad esempio l’epoca delle dittature esplicite, «la visibilità dell’ideologia» e da applicare immancabilmente «ai rapporti lavorativi e familiari» le medesime «dinamiche totalitarie» coniate dai regimi novecenteschi.
Ecco, se l’andamento paratattico che caratterizza la prosa della Gemella H si scioglie costantemente in nude elencazioni – alla Don DeLillo, verrebbe da dire, pensando anche semplicemente all’incipit di un romanzo quale Rumore bianco – di oggetti, pensieri, persone, stati d’animo, dati, fatti, è appunto perché Falco, nelle pagine del libro, cede metaforicamente la parola, con raggelato sguardo da anatomopatologo, al meccanismo di dominio che, a parer suo, impera in Occidente da più di un secolo e per intero coincide, persino quando si camuffa da discorso culturale, con la cinica e asettica supremazia di una pura «sfera economica, finanziaria», capace di reificare ogni esistenza, riducendo tutto – individui, sentimenti, saperi – a mero calcolo combinatorio della trionfante e astratta logica capitalistica. Alla quale, sembra ancora suggerirci lo scrittore, riesce l’orrido gioco di prestigio di rigettare gli esseri umani in un niente affatto edenico e, per estremo paradosso, totalmente artificiale stato di natura in cui essi – bestie addomesticate al guinzaglio di un mefistofelico idolo chiamato denaro – indifesi giacciono, vittime del loro stesso zelo di servi del soldo e non altrettanto capaci di mantenersi fedeli a un proprio istinto di sopravvivenza di quanto ad esempio si rivelino gli animali o, più in genere, le pur stuprate esistenze non antropomorfe. Se già nei racconti compresi nell’Ubicazione del bene – volume a suo modo impeccabile, ma che forse non lasciava presagire quell’incredibile salto in avanti rappresentato dalla Gemella H – Falco ritraeva le donne e gli uomini del nostro tempo come i disillusi e però irriducibili anelli deboli di un mondo desertificato da una culturalmente degna presenza attiva degli individui e nei fatti dominato, oltre che dagli inanimati ingranaggi disumanizzanti del sistema sociale, da topi, scarafaggi, piccioni, zecche, cani, gatti, formiche bianche, ora egli assegna a un muto personaggio, che sotto certi aspetti è quello realmente emblematico del libro, il compito di ribadire questa stessa analisi della macchina produttiva di ieri, di oggi.
Nel 1938 la famiglia Hinner accoglie infatti un nuovo membro, ossia una cagna che, in omaggio a quella di Hitler, viene chiamata Blondi. Per tutto il romanzo, dunque per più di settant’anni di storia familiare, sia accanto a Hilde sia al fianco di Helga troviamo quest’amata “sorella minore”: com’è possibile? Nella Nota dell’Autore che chiude il volume, non a caso leggiamo: «Sebbene all’interno del libro pare esista un unico personaggio Blondi, che attraversa il Novecento e arriva fino a noi, in realtà le generazioni canine sono sei». In altri termini, la famiglia Hinner dà sempre lo stesso nome alle cagne che, di volta in volta, sono scelte per rimpiazzare la prima. Cartina di tornasole della tessitura allegorica tutta cucita dal testo, quel personaggio sempre condannato a morire e ad essere richiamato in vita, che è Blondi, incarna perciò i significati principali del libro: è un testimone, o meglio una vittima nominale, della continuità esistente, nell’ottica di Falco, tra regimi totalitari novecenteschi e sistemi democratici odierni, tra un passato mai davvero trascorso e un presente mai realmente nato; con la sua pur solo fittizia longevità, conferma che, per quanto soggiogate e stravolte dagli uomini e dagli esperimenti ingegneristici di costoro, le diverse forze animali, o in senso proprio naturali e in ogni caso non umane, potrebbero divenire, finanche nelle forme non più canoniche o persino semiartificiali che esse sono obbligate incessantemente ad assumere in risposta agli attacchi subiti, le sovrane effettive dello scenario tendenzialmente apocalittico prodotto dalla civiltà contemporanea. Convincimento, questo appena riassunto, che ispirava già, ad esempio, le pagine dell’ultimo Volponi: anzitutto quello del Pianeta irritabile, ma, per certi versi, anche quello delle Mosche del capitale.
Così, non mi viene in mente, da un lato, un romanzo, quantomeno italiano, altrettanto radicale della Gemella H nell’assumere, allorché si tratti di interpretare sia il Novecento sia il nostro tempo, il punto di vista del Günther Anders dell’Uomo è antiquato e del Guy Debord della Società dello spettacolo. Persuaso, il primo, che l’Occidente si sia affrancato da quel nazismo nel quale «nichilismo di massa» e «annichilazione di massa» coincidevano, dentro un sistema totalitario che reperiva nel sovrano assoluto il proprio garante, per consegnarsi a democrazie di ectoplasmi, ricalcate sul modello della società americana, in cui la sfera dei consumi, della comunicazione e della produttività ci governa e ci spreme nella maniera più dispotica immaginabile, tanto che «il mondo degli apparecchi ci omologa in modo più dittatoriale, irresistibile e irreversibile di quanto il terrore – o la visione del mondo sottomesso al terrore di un dittatore – potrebbe fare mai, mai ha potuto fare». Convinto, il secondo, che già il dopoguerra abbia sancito l’avvicendamento tra due diverse forme «del potere spettacolare»: da quella «concentrata», che, «mettendo in risalto l’ideologia riassunta intorno a una personalità dittatoriale, aveva accompagnato la controrivoluzione totalitaria, sia nazista sia stalinista», a quella «diffusa», la quale, «incitando i salariati a effettuare liberamente le loro scelte tra una grande varietà di merci nuove in competizione, aveva costituito quell’americanizzazione del mondo che per certi aspetti spaventava, ma soprattutto affascinava i Paesi in cui le condizioni delle democrazie borghesi di tipo tradizionale avevano potuto mantenersi più a lungo».
E però, dall’altro lato, proprio le affinità culturali fin qui intraviste, sommate a ulteriori sintonie che urgerà precisare, mi confermano nell’idea che La gemella H non sia, benché indubbiamente lo sembri, un romanzo storico. Intendo anzitutto dire che in merito al libro di Falco – autore almeno all’apparenza disposto, magari sulla scia di Hegel, a considerare la storia intera un «banco da mattatoio», o comunque verosimilmente incline, come Kurt Vonnegut, a ritenere il Novecento un osceno «mattatoio» – sarebbe forse lecito affermare qualcosa di simile a ciò che si è autorizzati a sostenere a proposito dei Sonnambuli di Hermann Broch, il capolavoro al cui impianto non già formale, ma concettuale può essere accostata – al di là del differente valore delle due opere – la poetica al fondo antistoricistica che ispira La gemella H. Si ricorderà, infatti, che i romanzi di cui consta la trilogia costruita dall’autore viennese – Pasenow o il romanticismo, Esch o l’anarchia, Huguenau o il realismo –, benché dichiarino sin dai sottotitoli – 1888, 1903, 1918 – di volersi presentare anche come spaccati dei diversi momenti che segnano l’inizio, l’apogeo e la fine dell’impero guglielmino, nonché il trionfo, la crisi e la dissoluzione della grande civiltà borghese europea, in verità sfuggono al desiderio, costante per esempio nel succitato Thomas Mann, di offrire al lettore un rigoroso affresco storico. Essi sono cioè disinteressati – ha notato Milan Kundera – a «una storia reale, che (per caso) ha avuto luogo», avvertono piuttosto il fascino dell’energia «sotterranea, invisibile, che plasma le persone e i loro pensieri», sicché tratteggiano caratteri che si rivelano «ipnotizzati da forze sotterranee e agiscono (come sonnambuli) senza poter spiegare razionalmente perché fanno ciò che fanno, perché dicono ciò che dicono», così mostrandoci non già tre tappe successive di un catastrofico divenire della struttura sociale, ma «tre possibilità storiche dell’esistenza europea» obbligate a convivere, fuori dal tempo, in un invariabile, eterno presente che sancisce la fine della storia. Al posto della quale, con la piena modernità novecentesca e a un passo dalla costituzione del regime hitleriano, ovunque in Occidente governa – apprendiamo da Huguenau o il realismo – la «pura astrazione», che «pervade la logica di ogni opera determinata dal valore» e, dopo averla resa «spoglia di contenuto», la spinge non soltanto a vietare «qualunque deviazione dalla forma funzionale, sia essa quella del costruire o quella di un’altra attività», ma anche a radicalizzare le «singole sfere» così ottenute sino al punto che, «abbandonate a se stesse e spinte all’assoluto», queste «si separano le une dalle altre, muovono su vie parallele e, incapaci di formare un sistema comune di valori», guadagnano una coatta «parità» meramente strumentale, del tutto priva di senso.
Ebbene, Falco riconosce espressamente nel denaro – da produrre, cumulare, investire, scialacquare senza tregua – il motore, l’esito ultimo e addirittura l’essenza stessa di siffatto principio autoreferenziale di superamento della storia e di rinnegamento dei diversi aspetti e dei vari significati dell’esistente. Ne scaturisce, per individui a loro volta svuotati di sé e resi evanescenti, l’obbligo di vivere in un «mondo astratto di regole e numeri distanti dalla realtà, astrazione che tuttavia la compone nel suo fondamento». E dunque non si vuol suggerire né che La gemella H proietti artificiosamente il presente sul passato, né che, al contrario, Falco interpreti lo scenario odierno prolungando indebitamente su di esso l’ombra di un’età trascorsa, in un caso come nell’altro finendo comunque col regalarci una sorta di ricognizione in maschera e in costume sia del tempo andato, sia della nostra epoca. Ché anzi lo scrittore è assai accorto nell’individuare, con sagace attitudine genealogica, continuità, trasformazioni e rotture tra “il mondo di ieri” – per dirla col titolo del capolavoro di Stefan Zweig, altro autore alla cui riflessione sulla modernità e sul Novecento Falco parrebbe essere sensibile – e quello di oggi. Per esempio, narrandoci – in pagine che sembrerebbero avere più di un debito con taluni romanzi e con certe cronache di Joseph Roth – l’attività giornalistica di Hans Hinner, padre di Helga e di Hilde, nella Germania degli anni Venti e Trenta, e rimarcando il crescente rilievo sociale che in quel periodo presero ad avere la radio, il cinema e le celebrità costruite da quest’ultimo, egli intende sì rammentarci che l’industria culturale e la civiltà dello spettacolo ormai sovrane iniziano allora a formarsi per come adesso le conosciamo, ma non esita a sottolineare le differenze tra una bolla massmediologica chiamata un tempo a cementare, non solo nel Reich, svariate ideologie nazionalistiche, tutte comunque inclini a considerare il benessere di una comunità esclusivamente figlio dell’espansione territoriale di essa, e oggi invece richiesta di imporre un’universale concezione del progresso quale semplice frutto dei godimenti individuali.
Né sarebbe lecito affermare che il ritratto dell’individuo fascista – o dell’«Uomo di Lenhart», come viene ribattezzato dal testo – propostoci da Falco risulti troppo schiacciato su quello dell’attuale italiano medio che si potrebbe abbozzare, poiché l’ignavia etica, il ritardo culturale e il conformismo del primo sono in ogni caso ricondotti al bisogno psicologico di sottomettersi a «qualcuno di più potente» – si tratti del «partito», della «burocrazia», dei «baffi dell’addetto dietro lo sportello», dei magnati o dei diktat «dell’industria», di ipocriti «intellettuali amanti delle canzonette» e «dell’istupidimento popolare di massa» basato su di esse –, mentre i medesimi vizi, nel secondo, pur ascritti all’identico atteggiamento e a un analogo desiderio di subalternità a miti e interlocutori dominanti, sono comunque interpretati quali indegne tare antropologiche di colpo sdoganate da imperativi consumistici tesi a esaltare arrampicatori sociali e idolatri dei simulacri o delle merci estetizzate messe in circolo dal sistema. E neppure si dovrà credere che un presunto conservatorismo, in verità irrintracciabile nel testo, spinga Falco ad anticipare ingiustificatamente agli anni Sessanta quel culto del rampantismo e del corpo che solo un ventennio più tardi avrebbe gettato le basi per tradursi in ciò che ormai da tempo è divenuto: la nostra unica religione civile. Giacché invece, esaminando la mentalità affaristica diffusa negli anni della ricostruzione e poi del primo benessere di massa, come pure ricordandoci che quello è altresì il periodo in cui esordisce l’oggi imperante chirurgia estetica, l’autore vuole casomai schizzare un’ancora inusuale – e però dalle nuove generazioni di scrittori viepiù tentata – esplorazione del lato oscuro di ciò che in breve chiamiamo il ’68, per mostrarci che allora prese certo avvio una benefica liberazione dei costumi non solo sessuali, ma si affermò anche una spinta a «vergognarsi» di non realizzare in pieno i propri desideri e a «essere ancora poveri», macchiandosi di quella stessa miseria persino etica colpevolmente patita durante la guerra, che partorì ossessioni vitalistiche rivelatesi con il tempo socialmente distruttive e un culto della ricchezza in seguito divenuto addirittura spasmodico.
E dunque, al di là delle apparenze, La gemella H non è, si diceva, un romanzo storico in senso stretto per lo stesso motivo che non lo fa essere, seppur magari lo sembri, un pamphlet sul presente sotto mentite spoglie. Perché, a cento anni dall’inizio della Grande Guerra, Falco viene insomma a suggerirci che, da un secolo a questa parte, «un anomalo disturbo della memoria» e un paradossale «motto collettivo» – «qualcosa di simile a dimenticate in memoria di me» – ci hanno indotto e ancora ci inducono periodicamente a celebrare l’inizio di una storia nuova, in genere definita epoca postmoderna, costringendoci ogni volta a rimuovere, e poi d’improvviso a riscoprire in maniera sempre traumatica e invariabilmente fugace, che invece viviamo ancora l’agonia, ormai a tal punto patologica da sembrare inesauribile, di una modernità esiliatasi dal tempo e della quale passivamente proseguiamo «il meccanismo inconsapevole». E a chi gli rimproverasse di aver arrischiato paragoni davvero troppo impegnativi per lodare La gemella H, al critico non resterebbe che ribattere di aver solo inteso scovare riferimenti ideali magari utili a chiarire poetica, forma e contenuti di una colta e tuttavia originale opera-mondo, salvo spingersi poi altresì ad aggiungere, forse indispettito: meglio essere accusati di eccessivo entusiasmo, che di preconcetta severità, allorquando ci si imbatte in un libro senza dubbio importante.