La Gemella H
Dalla Baviera all’Adriatico passando per Merano e Milano. Un romanzo italiano racconta le origini, i lasciti del nazismo e il ’900 attraverso le vite di due gemelle tedesche.

di Cesare Alemanni

Giorgio Falco è l’autore di una raccolta di racconti, L’ubicazione del bene, che mi aveva colpito molto anni fa per il modo secco – qualcuno l’aveva definito minimalista – con cui raccontava il suburbio padano in età post-benessere e ispezionava le esistenze atrofizzate di un gruppo di abitanti di Cortesforza, una cittadina immaginaria dell’hinterland milanese «a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest, un centro in piena espansione commerciale e residenziale». Sposini che “falsificano” a posteriori le foto all’aperto del matrimonio funestato dal diluvio, piccoli imprenditori che faticano a far fiorire un’attività di derattizzazione, cani pulciosi comprati per sopperire all’impossibilità di un figlio, case da sogno che rivelano solo dopo il rogito la presenza di piccoli sgradevoli ospiti: in nove racconti (curiosamente lo stesso numero dei racconti di Carver scelti da Altman per America Oggi o, se preferite, dei gironi infernali) Falco posava uno sguardo impassibile su un’umanità disintegrata dai tragitti pendolari, dalle code in rotatoria, dall’uniformità delle villette a schiera, dalle luci fredde dei centri commerciali, dalla bulimia di desideri destinati a rimanere tali, dall’ideologia tutta, eretta negli anni ’80 sopra un fragile benessere economico, che soggiace a qualunque Cortesforza del mondo occidentale.
Per padronanza stilistica e forza espressiva ritengo L’ubicazione del bene il libro italiano più potente che ho letto negli ultimi anni. Per queste ragioni, non appena ho saputo dell’uscita di un romanzo di Falco per Einaudi ho fatto il possibile per recuperarlo, ulteriormente incuriosito dalle anticipazioni della trama. La Gemella H, questo è il titolo, tratta infatti di una materia non troppo comune nella nostra letteratura. Tratta del nazismo – nel senso “proprio” di nazionalsocialismo tedesco – delle sue origini e dei suoi lasciti “spirituali”.
Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata della prima parte del racconto.

Come ne L’ubicazione del bene, Falco fa cominciare il suo racconto in un’altra piccola cittadina immaginaria poco distante da una grande metropoli. L’epoca però non è la nostra ma quella immediatamente successiva alla fine della Prima guerra mondiale e il luogo non si chiama Cortesforza ma Bockburg, un paese dell’hinterland di Monaco di Baviera prima che hinterland tracimasse dall’urbanistica al linguaggio di tutti. Nel 1918 a Bockburg ritorna Michael Zemmgrund: in trincea ha perso una gamba, è mutilato nel corpo e nell’orgoglio. È marito di Christa Wissens e padre di Maria Zemmgrund, la quale da adolescente si innamora di Hans Hinner, aspirante giornalista figlio di una solida dinastia di fabbri. I due si sposano e hanno due gemelle Helga e Hilde, le cui voci si mescolano a quella dell’autore per tutto il percorso del romanzo. Voci che diventano una sola: la gemella H appunto.
Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata dell’incipit del racconto. La si respira in ogni pagina l’aria di questa cittadina in principio riempita soltanto da invalidi di guerra in cerca di riscatto o oblio, dall’industriosità a capo chino delle giornate bavaresi, dalla severità delle invidie di paese, dalla solennità degli oggetti del primo ’900, dal sentimentalismo tedesco tardo ottocentesco. A Bockburg l’elettricità arriva nel 1921 ma è solo con l’arrivo del Nazismo che arriva davvero il futuro. E Hans Hinner è lì pronto ad accoglierlo. In breve tempo il giovane giornalista diventa direttore del giornale locale “Mutter”, stringe legami con il nuovo mondo politico monegasco, si fa strumento di propaganda, scrive corsivi e discorsi per politici locali. E così inizia a guadagnare sempre meglio. Il simbolo della sua ascesa sociale è una Mercedes-Benz 500K Autobahnkurier acquistata per un niente da un vicino, un ebreo costretto a cambiare aria. Con essa Hinner è finalmente libero di sfrecciare ai centosessanta sulla nuova autostrada, l’autobahn costruita dal Reich. Due case, due gemelli, due macchine, una moglie, un cane, un frigorifero, le merci, il potere d’acquisto: sono questi gli autentici nutrienti dell’adesione di Hinner, della sua famiglia, di quasi tutti gli abitanti di Bockburg, al nazismo. L’ideologia non è politica, è economica. L’ideologia è il nuovo improvviso benessere. L’ideologia politica, il mito ariano, la gloria del Reich, i proclami di Hitler, il Lebensraum sono cosmesi sul volto di tanti piccoli frantumati egoismi che connivono per calcolo, proiettati in un interminabile, inconsapevole desiderio di futuro.
Molti anni dopo gli esordi del nazismo a Bockburg, Hans Hinner ripensa a ciò che sarebbe dovuto essere e non è stato.
«Era nato a Bockburg, lì si era sposato con una donna nata nello stesso posto, a Bockburg erano nate le gemelle, la vita sembrava un accrescimento continuo, lineare, in nome della comunità, dei riti. I genitori sarebbero morti di vecchiaia nei loro letti. Hans Hinner avrebbe ascoltato la predica del parroco giocherellando con la fede nuziale. A Bockburg avrebbero vissuto per sempre, acquistando la casa più bella della cittadina e due case alle gemelle, che sarebbero diventate grandi, rendendo lui e Maria nonni. Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia. La quotidianità era fagocitata da qualcosa di totalizzante, che azzerava tutto e svuotava il senso stesso dei luoghi. Non poteva durare troppo a lungo. Hans Hinner – all’altezza di Parma, mentre sorpassa un camion che trasporta suini al macello – ripete a se stesso, sono stato solo questo, una piccola rotella dell’infinita manovalanza, che vive errori e giorni come un compito a cui obbedire, e dopo ogni fine si ricicla, ed è bene, se vogliamo proseguire, se proprio la vita deve continuare.»
“Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia”

E la vita da scampati di Hinner e delle sue gemelle continua in Italia. Hans guida il suo Maggiolino Volkswagen da Milano a Milano Marittima. Sta andando a comprare un albergo sulla riviera adriatica, le trattative immobiliari lo vivificano, un nuovo tipo di benessere borghese lo attrae come un magnete. Sono gli anni ’50. La guerra si è messa di traverso, ha fratturato la sua ascesa nella provincia bavarese riducendo la sua adesione al nazismo a un distante lumicino. La Mercedes 500 K è rimasta su un ciglio della strada per l’Italia; il resto del percorso lo ha compiuto a piedi. La moglie è morta di malattia. La famiglia Hinner vive a Milano negli anni della ricostruzione. La Rinascente è il simbolo spensierato della rinascita. Altre merci alimentano nuovi desideri. È l’alba del turismo di massa, dell’era degli esodi di agosto. Gli Hinner si mimetizzano con l’ingenua perfidia dei nostri connazionali, ne traggono un profitto senza catarsi mentre, accompagnati dalla voce corale di Falco – mimetica anch’essa con gli stati d’animo della Storia, noi attraversiamo i decenni dell’accidentale sviluppo del nostro paese fino all’oggi, e intanto il sentimento della provincia bavarese anni ’30 si stempera nell’Adriatico, si immerge nel Naviglio Grande. «Ci aiuta l’insorgenza di un anomalo disturbo della memoria. Il motto collettivo è qualcosa di simile a dimenticate in memoria di me. Le nostre azioni passate svaniscono seppellite dagli stereotipi. Il Grande Male. La Belva Umana. Il Criminale Assoluto. Milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose. Ridimensiona la visibilità dell’ideologia – ora diluita sotto ogni traccia – resta la volontà di vivere secondo quelle stesse dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorati e familiari».
Come ha scritto Roberto Saviano nella sua recensione de La Gemella H: «Se mi avessero detto che questo romanzo racconta come il nazismo nel suo cuore sia stato anche una sorta di esperimento di una entità sovrumana che continua a scorrazzare, una “alba dei grandi magazzini”, l’involucro tremendo in cui facevano le loro prime prove mondiali e di larghissimo respiro i riti della merce di massa e del consumo a un tempo di massa e individuale, le tecniche novecentesche del desiderio e dell’accrescimento infinito, avrei forse pensato a un nuovo episodio della serie: il Reich immortale e simili fantasie». Qualcosa del genere l’avevo temuto anche io prima di cominciare la lettura, ma Giorgio Falco è bravo abbastanza da correre un simile rischio e uscirne scrittore indenne. Il che non si può dire di quasi nessuno di quelli che prima di lui hanno provato a raccontare il nazismo, in Italia.

Adriatico

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Speciale Einaudi su La gemella H

I pensieri principali di Maria Zemmgrund sono i pannolini, una carrozzina a due posti, il doppio corredo da neonato, i giochi per bambini. Succede nelle dittature e nelle democrazie, la quotidianità prende il sopravvento come una forma ottusa di rimozione, di difesa, e suggerisce la vita. La merce ci salverà anche nel 1933: attende sugli scaffali, ripulita, asettica, scende dai porti, come un corteo funebre lungo le ferrovie, attraversa i campi, le autostrade di nuova costruzione assieme ai camion militari, alle lucide berline nere di proprietà dei funzionari di partito, alle auto degli agenti di commercio; viaggia sui camion, scatoloni di mezzo quintale caricati e scaricati a braccia nei magazzini, da giovani che lavorano con le sigarette tra le labbra, ignorano anestetizzati il bruciore delle cicche che scalfisce appena i loro respiri, nelle brevi pause parlano di politica e calcio, birra e ragazze, concordano su ogni aspetto della vita, la forza giovanile dei loro corpi rivela un ottundimento intimo, un meccanismo che li occupa e li riempie, spingono scatoloni in fondo ai camion e gareggiano, il premio è la consapevolezza provvisoria dei muscoli, qualcosa che tenga insieme nervi, tendini, ossa, retorica sentimentale; i ragazzi innalzano montagne di merce dentro i cassoni muti dei camion, ogni scatolone li azzittisce, persi dentro immagini e frammenti dimenticano il contenuto di ciò che sollevano, potrebbe essere un battaglione di carne in scatola o pigiami per neonati, i loro corpi diventano inconsistenti, immemori: che belle gemelline, cosa desidera, signora Hinner?
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Dopo il coro unanime di lodi per L’ubicazione del bene (Einaudi Stile Libero, 2009), l’attesa per il nuovo romanzo di Giorgio Falco si scioglie nella sicurezza di una promessa mantenuta. Non a caso le prime prestigiose recensioni trasudano entusiasmo: La gemella H è un romanzo con cui, sempre stando alle recensioni uscite su Repubblica e Corriere, gli scrittori che verranno dopo dovranno fare i conti.
La gemella H parte da lontano, si traveste da romanzo storico sul nazismo, ambientato in una cittadina bavarese inventata, ma dopo qualche pagina si capisce che non è così, e la vicenda si sposta sempre più vicino a noi, da Merano a Milano, fino a Milano Marittima. Il primo ad averlo intuito è stato Roberto Saviano su Repubblica (leggete la recensione completa qui):
«Le gemelle H nella loro verità narrativa siamo noi, noi italiani nascosti e rivelati sotto lo sguardo di una bambina e donna tedesca, e la creatura mostruosa e infantile e festosa che allora ha fatto le fusa continua a farle altrove nel mondo. La trasformazione del padre nazista in oculato e immemore amministratore di un albergo per tedeschi a Milano Marittima, in preda al puro demone dei numeri e del profitto e della speculazione immobiliare, e la ribellione acquiescente di una figlia accoppiata all’impeto un po’ ribaldo dell’altra sembrano identificare da vicino un aspetto miserabile del nostro carattere nazionale. Non abbiamo mai voluto vedere fino in fondo, prenderci, banalmente, le nostre responsabilità. Ed è oggi questo romanzo a ricordarcelo».
Emanuele Trevi sul Corriere della sera (la recensione completa la trovate qui) rincara la dose:
«La diagnosi di Falco è agghiacciante, nel suo suggerirci che è questa l’essenza del nazismo: l’acquisto di una casa a un prezzo da rapina, la calunnia che colpisce una povera donna incapace di difendersi. Fatti che nessun processo potrà mai condannare, talmente prossimi al ronzio insignificante della vita quotidiana da confinare con l’inesistenza. Niente croci uncinate e fosche nostalgie, ma l’orrore a bassa intensità di un mondo dove il mito della villeggiatura trasforma tutto in merce, compreso il tempo (“più che i fatti e i giorni, sembra che solo gli oggetti accadano, le loro brillanti esistenze nascondono le storie opache di ognuno”). Ma tutto questo risulta credibile perché non è raccontato da un’intelligenza estranea, capace di giudicare, bensì da Hilde, l’altra gemella, l’anello più debole, incapace sia di aderire al suo destino, sia di riscattarsene. Sono proprio l’inquietudine e l’ambiguità di Hilde a fare del suo punto di vista l’unico adatto a sostenere il peso della storia che ci viene raccontata. Falco, nel compiere la scelta decisiva nella costruzione del suo romanzo, ha ragionato da vero artista: proprio perché non è affidabile, la testimonianza di Hilde è vera, è lei che dobbiamo ascoltare. L’invenzione letteraria coincide senza residui con la visione morale, e sta a noi decifrare l’una e l’altra. Sono pregi rarissimi nella scrittura contemporanea, e meritano di essere apprezzati con la massima attenzione. Se può avere un senso un pronostico del genere, La gemella H è un libro che resterà».
Insomma, La gemella H fa quello che dovrebbe fare la letteratura: risponde alle domande difficili. Se ne è accorta Elena Stancanelli su D di Repubblica (leggete la recensione completa qui):
«Quando, come e dove iniziano gli italiani? Nel sogno piccolo borghese de La Rinascente, nella vacanza al mare, o in quel confine, Merano, in quella terra di mezzo dove non c’è neanche una lingua, tutti sono stranieri. Tutti sono stati fascisti e non si parla di politica a tavola. Forse gli italiani che siamo nascono da quell’impasto di rimozione e ambizione, denaro di provenienza indicibile, sabbia, sole e tortellini. E finiscono sepolti nella villetta a schiera».
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Su Pinterest c’è un board dedicato a La gemella H.

Un nazista piccolo piccolo dal Terzo Reich a Rimini
“La gemella H”, il romanzo di Giorgio Falco: una famiglia in fuga dopo la caduta della Germania hitleriana che porta in sé i semi della distruzione. Come il Male diventa banale

di ROBERTO SAVIANO

Ogni lettore lo sa, c’è una sola parola per definire un libro, il suo tono costante, l’emozione che ti dà, la vibrazione di fondo: la sua musica. E quella parola arriva, o non arriva. E questo imponente La gemella H del quarantenne Giorgio Falco? Da giorni è sul mio tavolo, con la sua copertina sommessa, sui toni del grigio, dove una natura morta di tre mele, una delle quali ancora più morta, sembra suggellare un titolo quasi da referto medico, da obitorio, da catalogo apparentemente anaffettivo di merci, da cartellino, misterioso: La gemella H, appunto. Ma le gemelle, non si chiamavano sempre in coppia? Leggo questo romanzo e finalmente la parola si accende in testa, in contrasto forte con quel grigio sommesso. La parola è semplice, assoluta. Arriva precisa, a dare un nome a ciò che di più mi avvince in questa lettura. E insieme prende forma, pagina dopo pagina, una ignota creatura barbarica selvaggia e paurosa, anch’essa a un passo dai peggiori incubi del poeta Yeats, se non del narratore Lovecraft. Emerge da subito come isola d’inchiostro da queste frasi l’unica cosa che realmente riusciamo a conoscere in questa vita, che ci segna il corpo e l’anima, che ci trasforma da due gemelle in una sola creatura, la cosa capace di tutte le meraviglie e i tremori, quell’unica cosa che, scriverebbe Falco, mai ci ha tradito: la merce. Tutto il resto tradisce, la merce no. Con la merce, con le cose da consumare, il mondo inizia ogni volta, nella magia dell’attesa. Che cosa sta per arrivare? Che cosa voglio consumare, che desiderio mi si accende oggi? Forse il desiderio per la villetta del mio vicino, così uguale alla mia. E il mio vicino ebreo possiede una Mercedes Autobahnkurier, che io non posso nemmeno sognare di permettermi. Nuova, nuovissima. Chissà come può permettersela. Chissà come è bello correre con quel gioiello di pelle sontuosa e tecnologia verso il futuro che ci attende nel mondo, in questa nuovissima Germania di questi anni Trenta. Correre sulla Autobahn, sulla nuova autostrada appena inaugurata dal Reich, così nuova che non ci corre ancora quasi nessuno, e gli uccelli ancora nemmeno hanno imparato le nuove traiettorie, per salvarsi.

Ma fermiamoci un momento, per capire come lavora il romanzo, con le parole di Falco: “Hans Hinner adora quella macchina, a cominciare dal nome, Autobahnkurier. Ama la carrozzeria nera della Mercedes, vorrebbe guidarla, immagina la campagna lungo l’autostrada, le fattorie contadine viste dal parabrezza, e come appare il cielo, nel tettuccio apribile”. Sì, siamo in pieno nazismo. Ma lo vediamo come non l’avessimo visto mai. Con gli occhi e la memoria della gemella H, la Hilde figlia di Maria in inscindibile ma conflittuale simbiosi con la madre (ma appunto con la Mutter, la madre, e non con la Mutti, la mamma, come è per la più accomodante gemella Helga): figlia destinata quindi a vivere tutta la vita all’ombra di Helga, la gemella non deviante, non ribelle, nata un battito di ciglia prima di lei. Hilde, voce narrante da grande romanzo ottocentesco e contemporaneo, che sa annettersi passato e futuro in un eterno presente narrativo e totalitario che unisce ogni epica del passato ai trasalimenti, alle illuminazioni, alle bugie e ai bagliori della vita quotidiana.

E passa così quasi un secolo di storia di una famiglia. Dal giorno lontano in cui il fondatore della famiglia, reduce zoppicante e astioso ritorna, quasi nemmeno riconosciuto, dal fronte della Prima guerra mondiale, ai giorni di oggi in Italia: il Paese semigemello ma inferiore del Terzo Reich tedesco dove le gemelle H (sta per il cognome del padre, Hinner, oltre che per le iniziali dei loro nomi) si sono trasferite prima che la guerra distruggesse, forse, il nazismo. Sempre fingendo di non sapere, il padre in testa, che portavano il Male con sé, non l’hanno mai dismesso, mai davvero se ne sono pentiti, anzi forse era questa la missione vera, portarlo con sé ovunque.

Giorgio Falco ambienta tutto in una città immaginaria sedimentata dall’immaginazione di tutte le cittadine tedesche: Bockburg, culla dell’intero libro. E culla della famiglia Zemmgrund, da cui nasce la madre delle gemelle H, e degli Hinner, da cui nasce il padre, Hans, deciso a sostituire al martello, al ferro e alla austera tradizione di suo padre, fabbro che non simpatizza con il nazismo, il ben più redditizio, ed efficace, martello della menzogna, della parola pervertita e del giornalismo di regime – pagine, queste sul giornalismo come arma contundente, davvero da declinare al presente, nella mente del lettore. Forse, fa capire la voce narrante, davvero tutto è cominciato da lì? Dalla perversione delle parole in menzogna?

Questo, intanto, è il ritorno del capostipite a Bockburg nella memoria illimitata di Hilde. “Maria Zemmgrund, mia madre, nasce a Bockburg, Baviera, Germania, nel 1909. Figlia di Michael Zemmgrund e di Christa Wissens. Michael combatte la Prima guerra mondiale come soldato di fanteria. Torna a Bockburg nel 1918, il volto è invecchiato di quattro anni, ma le mani sono più curate che alla partenza, quando lasciano la fabbrica. La gamba destra invece è zoppa”.

Nell’infanzia povera, “sdraiata nel letto, accanto a suo fratello Peter, la bambina Maria Zemmgrund sogna un’altra vita”. Conosce Hans. Condivide, debolmente, i sogni di lui. Lo sposa e lo segue nella sua carriera nazista. Cambiano casa. Cominciano a vivere nel benessere. Ed è a questo punto che possono nascere le gemelle. Siamo nel 1933, e nella sua memoria illimitata Hilde può ben dire, raccontando il giorno del parto: “Noi siamo le nuove cose necessarie”. Non figlie, non bambine. Le nuove cose necessarie, destinate ad “assecondare il flusso di eventi travestiti da soldi”, non sotto un banale e classico cielo stellato ma in un altro luogo, dove “il mondo è un soffitto di soldi, le banconote sono le ultime stelle disponibili cadenti”. Intorno a loro il nazismo fa sempre più presa e se ad alcuni appare come “un passatempo ginnico domenicale, un divertimento da ragazzi, la banda, l’intervento di oratori e l’attesa del tramonto, quando agli ultimi raggi nel cielo si uniscono le lingue di fuoco e fumo fino ai primi piani delle case”, per il padre delle gemelle è una occasione da accogliere. L’occasione che i più non sanno vedere, privi di visione, destinati a rimanere semplici parti dell’ingranaggio, privi di vero desiderio e di festosa comunione con la merce, con l’avvenire radioso. “Funzionari statali, impiegati pubblici, operai, ferrovieri, reduci della Prima guerra mondiale, commercianti, commessi, fattorini, artigiani, agricoltori, braccianti: tutti sostano con gli abiti delle loro precedenti occupazioni, compongono le lunghe file di disoccupati, che diventano un’unica massa, chi con divise operaie, chi con cappotti e soprabiti grigi, che lasciano intuire un passato in qualche azienda, ex contabili o capireparto o venditori sconfitti al termine di una competizione aziendale in un grande magazzino, in un’azienda farmaceutica o automobilistica, in una fabbrica la cui dirigenza è scontenta per la lieve flessione dei ricavi, e ora i cappotti e i soprabiti manifestano il decadimento dei soldi e degli uomini”.

Indimenticabile Bockburg, cittadina ridente della Baviera, pochi chilometri da Monaco, più facili ora in Mercedes, il mare più vicino è la riviera romagnola, dove il romanzo avrà il suo esito, cittadina esattissima in tutto, calco forse di Merano, Italia. Ci ricorda qualcosa?

Lascio al lettore scoprire il seguito. Se mi avessero detto che questo romanzo racconta come il nazismo nel suo cuore sia stato anche una sorta di esperimento di una entità sovrumana che continua a scorrazzare, una “alba dei grandi magazzini”, l’involucro tremendo in cui facevano le loro prime prove mondiali e di larghissimo respiro i riti della merce di massa e del consumo a un tempo di massa e individuale, le tecniche novecentesche del desiderio e dell’accrescimento infinito, avrei forse pensato a un nuovo episodio della serie: il Reich immortale e simili fantasie. Ma le gemelle H nella loro verità narrativa siamo noi, noi italiani nascosti e rivelati sotto lo sguardo di una bambina e donna tedesca, e la creatura mostruosa e infantile e festosa che allora ha fatto le fusa continua a farle altrove nel mondo. La trasformazione del padre nazista in oculato e immemore amministratore di un albergo per tedeschi a Milano Marittima, in preda al puro demone dei numeri e del profitto e della speculazione immobiliare, e la ribellione acquiescente di una figlia accoppiata all’impeto un po’ ribaldo dell’altra sembrano identificare da vicino un aspetto miserabile del nostro carattere nazionale. Non abbiamo mai voluto vedere fino in fondo, prenderci, banalmente, le nostre responsabilità. Ed è oggi questo romanzo a ricordarcelo.

La gemella H
di Giorgio Falco
(Einaudi Stile libero
pagg. 360 – euro 18,50)

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

Recensione di Saviano a La gemella H di Giorgio Falco