L’INTERVISTA/Corriere della Sera/Bergamo

Giorgio Falco, il refuso e l’ignoto

Terzo appuntamento con i finalisti del Premio Bergamo: un romanzo sul cambiamento del Paese e sulla condizione di lavoratore precario e scrittore

di Daniela Morandi

Si legge d’un fiato «Ipotesi di una sconfitta» di Giorgio Falco. La scrittura è incalzante, come il galoppo dei cavalli citati nel libro, quando l’autore parla di scommesse sportive. Per la terza volta tra i finalisti del Premio nazionale narrativa Bergamo, Falco ripercorre la metamorfosi economica, sociale e culturale italiana, dal secondo dopo guerra a oggi. Intreccia la storia personale a quella pubblica per raccontare il cambiamento del Paese: il passaggio dal posto fisso dei padri alla precarietà dei figli, il cambio di status symbol culturali e sociali.


Di quale ipotesi di sconfitta stiamo parlando? 
«È un romanzo su più piani. La lettura immediata è di un libro che parte da mio padre, dal suo lavoro di autista in Atm. Poi il romanzo attraversa alcuni dei miei lavori precari sino alla mia condizione di scrittore. Ma i temi sono anche altri: il paesaggio, la trasformazione dei luoghi antropizzati in base alle esigenze produttive, la percezione dei luoghi, la fotografia, la scrittura, la gestione del tempo, i rapporti di potere, il cambiamento della lingua, dell’Italia. È un’opera sulla transizione dal Novecento al nostro contemporaneo. La sconfitta è la fine di un’epoca, il tempo che è passato. L’ipotesi è data dal fatto che è letteratura, che implica uno scarto, una distanza-vicinanza, creatrice di dubbi, domande. Non è un’autobiografia. La materia è autobiografica, ma il romanzo non è un’autobiografia e nemmeno autofiction. Ho trasformato me stesso in un documento, a cominciare dall’immagine di copertina».

Uno dei colleghi di suo padre, Nino, chiedendole se lavorasse, dice con tono di disgrazia: «Eh, ho saputo dei libri». È diventato scrittore passando attraverso un «percorso accidentato». Cosa significa essere scrittore, di mestiere?
«Il “percorso accidentato” è quello che desideravo e scelto. Dopo il liceo, non avrei avuto difficoltà a finire l’università, avere un lavoro migliore di quello di mio padre o intraprendere una carriera accademica. Ho scelto un’altra direzione. A un certo punto del romanzo cito Simone Weil e la sua decisione di lavorare, ma lei era lì per un’indagine filosofica, a tempo. Io invece “vivevo l’apprendistato per diventare qualcosa di ignoto”. È la condizione di ogni essere vivente, anche dell’artista, dello scrittore: l’ignoto della prossima opera, della pagina bianca. Essere scrittore significa vivere l’apprendistato per diventare qualcosa di ignoto. L’apprendista è chi impara. Nel romanzo cito un fatto accaduto anni fa: mi guardo allo specchio di un bagno aziendale nella periferia di Milano, “riconoscendomi come il refuso di un altro”. Essere uno scrittore significa che sei un altro e, al tempo stesso, sei ancora tu e devi scandagliare quel refuso, quello sbaglio, farlo tuo».

Per anni ha fatto lavoretti e ne ha rifiutati alcuni. Puntualizza che il mondo del lavoro non è qualcosa di altro dal vivere. La sensazione è che nella partita con la vita sia vincente, non ha subito una «sconfitta»: voleva scrivere e ci è riuscito.
«Non mi interessa l’atteggiamento picaresco dello scrittore che attraversa varie peripezie ma alla fine ce la fa, gode dell’essersi tolto dalla mischia e trasuda autocompiacimento nell’affermazione di sé. Non mi interessa la figura dello scrittore in carriera, che gli editori programmano. Mi interessa riuscire a scrivere le opere che voglio scrivere, rimanendo defilato. Vivo la mia vita e condizione di scrittore dai margini, che fanno parte di una superficie, solo un po’ decentrati. Questa condizione esistenziale aderisce allo sguardo, allo stile usato quando scrivo e deriva dalla fotografia, ed è ciò che mi permette di essere questo tipo di scrittore, di essere un uomo che guarda il mondo in questo modo».

Prende a riferimento la figura paterna. Cosa rappresentava per lei?
«È stato l’esempio. Ha avuto una vita, in apparenza, diversa dalla mia. Lui è stato il Novecento, è morto anni fa per una questione clinica, ma anche perché non riusciva più a vivere in questa epoca. “Sta diventando una cosa impossibile”, era la sua frase. Negli ultimi anni della sua vita ha smesso di ripeterla, come se il corpo malato avesse accettato la frase, la condizione di impossibilità alla sopravvivenza».

A cosa sta lavorando ora?
«A un libro che uscirà per Einaudi nel 2020. Non è un romanzo né un saggio, ma un’opera che, partendo da un fatto di cronaca, dialoga con le immagini dell’artista Sabrina Ragucci».19 marzo 2019 | 12:14© RIPRODUZIONE RISERVATA

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