di Francesca Fiorletta (qui)

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

Le placente gemelle in un secchio, residuo di materia da seppellire in giardino, dove nasceranno le rose.
Questa è la descrizione della nascita di Hilde e Helga Hinner, figlie gemelle del giornalista Hans Hinner e di Maria Zemmgrund, donna meravigliosa, che prepara un ottimo strudel con le mele. Siamo a Bockburg, cittadina bavarese, e siamo soprattutto nel 1933, negli anni ossessionanti del Terzo Reich.
Diciamo subito che il nazismo è il chiaro sostrato di cui si nutre la materia del libro, eppure sembra magistralmente non trattato dall’autore, o trattato in maniera del tutto trascendentale, quasi ipotetica nella sua debordante spazialità, di luoghi e situazioni lavorative e contesti economici, specialmente. Dobbiamo arrivare infatti a pagina 153, per leggere a chiare lettere:

La parola H I T L E R è una marcia, il movimento attraversa le lettere da sinistra a destra, la L è lo stivale pronto alla spinta, la R si dirige soddisfatta e panciuta verso il bordo destro, il petto in fuori, per uscire dall’immagine e rientrare ancora una volta nella H, salda unione del bordo sinistro.
E già solo in queste poche righe Giorgio Falco sembra riuscire a condensare tutta l’enormità della potenza distruttrice di quello che ha significato davvero il nazismo, per l’umanità intera. Molto interessante è la prospettiva apparentemente duplice con la quale vengono raccontati quegli anni: da un lato c’è la narrazione estesa e pressoché perfetta di una famiglia, fotografata appunto attraverso l’intimità epistolare della coppia e la candida tenerezza dei sapori culinari semplici, l’insindacabile sofferenza di una brutta malattia ma anche gli assolati innamoramenti mediterranei; dall’altro canto, lo spettro della crescita e/o decrescita economica, la speculazione edilizia, i ribaltamenti di carriera, la pretesa ostentazione di un placido benessere merceologico, egregiamente esemplificato dalla figura fantasmatica dell’Uomo di Lenhart.
Questa è una particolare inserzione, una sorta di piccolo romanzo nel romanzo: Falco s’immerge nella pretesa vita quotidiana di quest’essere essenzialmente pubblicitario, ritratto e plastificato su un enorme cartellone che funge contemporaneamente sia da quadro gnomico conchiuso in se stesso, che da macroscopica parabola impiegatizia, per una feroce allegoria della società contemporanea. Leggiamo, infatti:

Nonostante il fervore, il mondo di Lenhart è la vittoria della staticità sul movimento, non esiste altra possibilità al di fuori di questa narrazione che azzera tempo e luogo, solo un presente pubblicitario.
La merce è dunque, da Benjamin a Bianciardi, il monocolo, neppure troppo sotteso, invero, con cui Falco ci racconta un periodo storico e politico che potremmo forse solo eufemisticamente definire complesso. E contemporaneamente ci racconta, altresì, degli equilibri sempre pericolanti e delle relazioni affettive e viscerali di tutta una famiglia.
È difficile rendersi conto fino in fondo se e quanto l’ambiente decisamente più intimo sia funzionale alla comprensione del contesto sociale più ampio, o viceversa. Certamente, nella scrittura di Falco, il tema familiare è sempre un elemento preponderante: la minuziosa analisi dei rapporti prende corpo sulla pagina attraverso i ricordi più fisici e istintuali, per l’appunto, come dicevo all’inizio, tanto del sapore di uno strudel con le mele, quanto della carezza bagnata su un corpo ormai livido, esanime.
A questo assurdo giogo del tempo, ravvisato e procrastinato con elegante finezza stilistica, non tutti sono in grado, infatti, di sopravvivere.
Quale e soprattutto che cosa sarà, perciò, la Gemella H? Quella «salda unione del bordo sinistro», che è insita e connaturata nel gerarca più crudele e potente che l’umanità abbia mai avuto il disonore di conoscere, così come nel cognome dell’omuncolo pubblicitario, simbolo perfetto della definitiva mercificazione del sistema, è infine in grado di rovesciare il suo incredibile anatema sull’intera famiglia Hinner, e quindi, per estensione, su tutti noi.

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Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

La foto in copertina, di Sabrina Ragucci, mostra tre mele appoggiate su un piano. Non sono freschissime; una anzi – la prima da sinistra – mostra pronunciati i segni del tempo. Ma il modo in cui sono riprese – il bianco e nero, lo sfumato dei contorni, l’ombra incerta sul piano – è proprio da una collocazione precisa nel tempo che le allontana.

Di nuovo delle mele sono chiamate in causa dalla prima frase che si legge (un refrain che tornerà, in seguito, con quieta ma tenace insistenza): «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima». È la frase che canticchia fra sé la protagonista e (per lunghi tratti) voce narrante del nuovo romanzo di Giorgio Falco (il secondo, dopo l’esordio con Pausa caffè – scoperto da Giulio Mozzi nel 2004 – e dopo i magnifici racconti de L’ubicazione del bene nel 2009), La gemella H. Cioè Hilde Hinner: che misteriosamente sin dalla nascita – nel 1933 – si mostra in grado di descrivere la vita propria e della sorella Helga, nata pochi istanti prima di lei.

Le loro vite, dopo un tentativo di Hilde di rendersi autonoma nel mondo del lavoro (commessa alla Rinascente, a Milano, in una Ricostruzione brutale quasi quanto la guerra cui era seguita), procederanno in parallelo sino alla fine, quasi. Tanto simili nell’aspetto esteriore quanto divise fra loro, dentro, da una linea sottile e quasi invisibile – ma che, nondimeno, c’è. L’intero romanzo, in effetti, altro non è che il tentativo insistente, pacato quanto sofferto, di dare una consistenza – se non un nome – a quella sottile linea grigia.

Grigio è il colore-chiave – sin dall’immagine di copertina – della Gemella H. E grigia, con scelta precisa quanto coraggiosa, si è fatta per l’occasione pure la scrittura di Falco. Il quale ci aveva abituato a colori metallici, ritmi martellanti, accelerazioni improvvise (che qui riserva solo a brevi parentesi lampeggianti, come la descrizione virtuosistica d’una corsa al galoppo – non al trotto… – all’ippodromo di Merano). La sua lingua ora è invece avvolgente, indugiante, quasi appiccicosa.

Se nei libri precedenti aveva fornito l’immagine più efficace di un presente accelerato (il futuro più imminente e minaccioso, che gli ha insegnato a ritrarre James G. Ballard), ora suo partito preso è quello di restituire l’immagine, almeno altrettanto eloquente, di un passato ritardato: un passato che non cessa mai di passare e che del presente, proprio per questo, è in grado di scavare le radici più segrete. Una tinta dominante, questo «grigio piombo» – a un certo punto associato alla «dote etica dell’Adriatico» che ci «ricorda, ogni tanto, chi siamo» – che può ricordare quella di un film altrettanto inquietante di qualche anno fa, Il nastro bianco di Michael Haneke; o quella dei celebri ritratti fotografici di August Sander: il quale sin dagli anni Venti s’era messo in testa di realizzare, attraverso migliaia di immagini di «uomini comuni del XX secolo», un esaustivo Atlante della nazione tedesca suddiviso per categorie (sotto l’occhio impassibile di Sander, che perderà un figlio nel Lager, scorrono tanto i giovani nazisti che le vittime designate, i loro coetanei zingari od omosessuali).

Concludeva un suo celebre saggio del 1931, Walter Benjamin, dicendo che quei lavori di Sander «da un momento all’altro […] potrebbero assumere un’imprevista attualità». Appunto nel ’33, giusto assieme alle gemelle H, nasce il regime nazista: che quel corpo sociale, e quel sistema di coordinate prossemiche e fisiognomiche, trascinerà a un immenso e catastrofico Come-volevasi-dimostrare. Anche Hilde Hinner, dopo un fuggevole flirt con un ragazzo di Monaco che vorrebbe proseguire appunto il lavoro di Sander, progetta forse qualcosa del genere: prende di continuo appunti che vorrebbe un bel giorno sistemare, dando voce per iscritto a parole che non le è consentito pronunciare («Non parlavamo mai di Hitler quando c’era Hitler e vivevamo nella nazione di Hitler: vogliamo parlare di Hitler adesso, al mare?»; «finora ho solo finto, con mio padre, mia sorella, con tutti, mi chiedono una vita normale, parlano solo del presente e della costruzione del futuro, tacciono del passato, da dove veniamo»); per il momento si dedica a sua volta alla fotografia – con la Polaroid scatta ritratti dei clienti, in gran maggioranza tedeschi, della modesta ma fruttuosa pensione che il padre Hans, all’indomani della guerra, ha aperto sulla riviera romagnola. Dopo le prime foto con «sorriso turistico» d’ordinanza, i volti dei clienti ricadono nel lattescente grigiore della loro vita reale. Protestano, «noi non siamo così»; ma Hilde consegna loro la prima foto, quella “giusta” – e «tiene il resto per sé, da archiviare». Come in un casellario giudiziario personale.

Noi mangiavamo le mele nello strudel, prima. Ma cos’è successo, in quel prima di cui dopo non si può parlare? Che cosa, prima, ha reso possibile la quiete, il benessere senza domande di dopo? E qual è la linea, innominabile, che discrimina il prima dal dopo? Sono queste le domande cui Hilde vorrebbe dare una risposta. Da dove viene, quella H confitta – come le lettere della Verità sulla fronte del Golem – nel suo destino? In fondo coll’altro Golem – quello che così chiamerà Aleksandr Sokurov, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

Noi mangiavamo le mele nello strudel, prima. Ma cos’è successo, in quel prima di cui dopo non si può parlare? Che cosa, prima, ha reso possibile la quiete, il benessere senza domande di dopo? E qual è la linea, innominabile, che discrimina il prima dal dopo? Sono queste le domande cui Hilde vorrebbe dare una risposta. Da dove viene, quella H confitta – come le lettere della Verità sulla fronte del Golem – nel suo destino? In fondo coll’altro Golem – quello che così chiamerà Aleksandr Sokurov, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

Mentre la madre si ammala e deve portare con sé le figlie in climi più miti, prima a Merano poi appunto a Milano Marittima, Hans Hinner compie tutti i passi che ne fanno un tipico esponente di quella piccola borghesia piena di insoddisfazioni, e violenza repressa, che costituì il blocco di manovra del movimento nazista. Scribacchino presso una gazzetta locale, nel quieto paesello bavarese di Bockburg (nel quale tutto pare filare a dovere, come nel villaggio di primo Novecento nel film di Haneke), accompagna l’ascesa travolgente del nuovo partito facendo di «Mutter» (Germania, pallida madre…), il suo modesto giornale di provincia, un fanatico foglio di propaganda. Dal quale trae autorevolezza, nella comunità, e soprattutto congrui vantaggi economici.

La banca presso la quale ha acceso il mutuo è d’improvviso costretta a condonarglielo (si chiama Blumenstein); i vicini di casa – che hanno una casa più bella, un’automobile più spaziosa, persino un pastore tedesco dal pelo più lucido – d’improvviso si vedono espropriati, sono costretti a svendergli tutto (si chiamano Kaumann). Lo sguardo che dalla scena distoglie Hilde, che continua a trastullarsi in giardino coi suoi balocchi, può ricordare per contrasto quello, altrettanto distante ma fisso nell’orrore, col quale nella scena più traumatica del Pianista di Polanski assistiamo al vecchio in sedia a rotelle gettato dalla finestra dalle SS che rastrellano il Ghetto di Varsavia. Nessuno, a Blockburg, parla di ebrei – men che meno di Soluzione finale. Ma è con quei beni sottratti che, al precipitare della catastrofe, Hans Hinner riesce a riparare in Italia – e rifarsi una vita.
o, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

Mentre la madre si ammala e deve portare con sé le figlie in climi più miti, prima a Merano poi appunto a Milano Marittima, Hans Hinner compie tutti i passi che ne fanno un tipico esponente di quella piccola borghesia piena di insoddisfazioni, e violenza repressa, che costituì il blocco di manovra del movimento nazista. Scribacchino presso una gazzetta locale, nel quieto paesello bavarese di Blockburg (nel quale tutto pare filare a dovere, come nel villaggio di primo Novecento nel film di Haneke), accompagna l’ascesa travolgente del nuovo partito facendo di «Mutter» (Germania, pallida madre…), il suo modesto giornale di provincia, un fanatico foglio di propaganda. Dal quale trae autorevolezza, nella comunità, e soprattutto congrui vantaggi economici.

La banca presso la quale ha acceso il mutuo è d’improvviso costretta a condonarglielo (si chiama Blumenstein); i vicini di casa – che hanno una casa più bella, un’automobile più spaziosa, persino un pastore tedesco dal pelo più lucido – d’improvviso si vedono espropriati, sono costretti a svendergli tutto (si chiamano Kaumann). Lo sguardo che dalla scena distoglie Hilde, che continua a trastullarsi in giardino coi suoi balocchi, può ricordare per contrasto quello, altrettanto distante ma fisso nell’orrore, col quale nella scena più traumatica del Pianista di Polanski assistiamo al vecchio in sedia a rotelle gettato dalla finestra dalle SS che rastrellano il Ghetto di Varsavia. Nessuno, a Blockburg, parla di ebrei – men che meno di Soluzione finale. Ma è con quei beni sottratti che, al precipitare della catastrofe, Hans Hinner riesce a riparare in Italia – e rifarsi una vita.

Papà Hinner resterà in silenzio sino alla fine. Constatando soddisfatto che, ad onta delle apparenze, è «il nostro mondo […] quello che ha vinto». Un mondo sprofondato nel grigiore del quotidiano come «una forma ottusa di rimozione», come fattiva quanto inconsapevole collaborazione con chi lo domina del «soccombente»: il «popolo» che «vuole divertirsi, diventare gente» e «assecondare il flusso di eventi travestiti da soldi», soldi su cui nessuno fa domande, «soldi ripuliti dall’espiazione del lavoro stagionale […], basta attendere un po’ d’acqua salata per cancellare segni, ricominciare». Ma nella discendenza di Hans, profonda quanto sottile, s’insinua la linea grigia di una differenza. Mentre Hilde non riesce a dar voce alla sua inquietudine, Helga segue in tutto e per tutto la logica paterna, facendosi a sua volta imprenditrice turistica.

Se anzi il turismo, come ha insegnato proprio Ballard (e prima di lui Ernst Jünger), è una forma di guerra a bassa intensità, la resistibile ascesa degli Hinner ci fa capire come, più sottilmente, il consumismo piccoloborghese della “villeggiatura” sia un regime totalitario a bassa intensità. Con le stesse ambiguità, le stesse complicità, gli stessi silenzi. Solo una spia, ma decisiva. Helga vuole far assumere dal padre, come cuoco, un fascistello che ha rimorchiato in spiaggia; ma c’è il problema della brava cuoca in servizio alla pensione, una rustica signora romagnola. Allora Helga di soppiatto infila nella borsa della signora Margherita tre mele, e la denuncia come ladra. Una delle mele cade a terra, lasciando senza parole la signora Margherita. La raccoglie Hilde, quella mela. Hilde, che tutto ha visto ma anche stavolta tace. E che quella mela scruta come se in quell’oggetto divinatorio fosse possibile «scorgere nella traccia del passato la predizione del futuro». Fuori dalla rassicurante cosmesi consumistica dello strudel è questo, in effetti, il frutto del Bene e del Male. E in questo specchio opaco, d’improvviso, Hilde si vede appartenere alla Zona Grigia.

Col coraggio delle sue scelte, Giorgio Falco ha compiuto un miracolo che pareva impossibile. Un libro assai discutibile come Le benevole di Jonathan Littell è stato osannato per aver capovolto finalmente quello che Daniele Giglioli, nel suo Critica della vittima, ha definito «paradigma vittimario» (cioè l’identificazione autoassolutoria con le vittime della storia); ma in effetti adottare il punto di vista di un carnefice coi connotati iperbolici del Maximilian Aue di Littell non fa che ribadire il paradigma capovolto: noi non siamo così, non somigliamo certo a quel mostro! Nessuno, invece, aveva avuto sinora il coraggio di far proprio il punto di vista della Zona Grigia: di quell’area sdrucciolevole che non comprende solo la complicità delle vittime, come ci ha mostrato Primo Levi, ma anche il silenzio dei testimoni, il mutismo che li rende a loro volta complici.

È questo lo specchio ustorio che ci brucia gli occhi: come forse – dopo che Hilde s’è consegnata alla sua verità – impara a fare, alla fine, persino Helga. In questi momenti «è come se il mondo si sdoppiasse, si smarcasse da se stesso, per rivelare ciò che effettivamente è». Quell’immagine allo specchio, dolorosissima, ci trafigge da parte a parte. Prova ardua: come dev’essere stata quella, per chi lo ha scritto, di porre la parola fine a un libro simile. Ma è solo affrontando prove come questa che potremo, forse, finalmente rivelarci a noi stessi.

Questo articolo è apparso il 16 marzo su Doppiozero qui
Una versione più breve di questo articolo è apparsa oggi su «Tuttolibri» de «La Stampa»

recensione Cortellessa Tuttolibri

La Gemella H
Dalla Baviera all’Adriatico passando per Merano e Milano. Un romanzo italiano racconta le origini, i lasciti del nazismo e il ’900 attraverso le vite di due gemelle tedesche.

di Cesare Alemanni

Giorgio Falco è l’autore di una raccolta di racconti, L’ubicazione del bene, che mi aveva colpito molto anni fa per il modo secco – qualcuno l’aveva definito minimalista – con cui raccontava il suburbio padano in età post-benessere e ispezionava le esistenze atrofizzate di un gruppo di abitanti di Cortesforza, una cittadina immaginaria dell’hinterland milanese «a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest, un centro in piena espansione commerciale e residenziale». Sposini che “falsificano” a posteriori le foto all’aperto del matrimonio funestato dal diluvio, piccoli imprenditori che faticano a far fiorire un’attività di derattizzazione, cani pulciosi comprati per sopperire all’impossibilità di un figlio, case da sogno che rivelano solo dopo il rogito la presenza di piccoli sgradevoli ospiti: in nove racconti (curiosamente lo stesso numero dei racconti di Carver scelti da Altman per America Oggi o, se preferite, dei gironi infernali) Falco posava uno sguardo impassibile su un’umanità disintegrata dai tragitti pendolari, dalle code in rotatoria, dall’uniformità delle villette a schiera, dalle luci fredde dei centri commerciali, dalla bulimia di desideri destinati a rimanere tali, dall’ideologia tutta, eretta negli anni ’80 sopra un fragile benessere economico, che soggiace a qualunque Cortesforza del mondo occidentale.
Per padronanza stilistica e forza espressiva ritengo L’ubicazione del bene il libro italiano più potente che ho letto negli ultimi anni. Per queste ragioni, non appena ho saputo dell’uscita di un romanzo di Falco per Einaudi ho fatto il possibile per recuperarlo, ulteriormente incuriosito dalle anticipazioni della trama. La Gemella H, questo è il titolo, tratta infatti di una materia non troppo comune nella nostra letteratura. Tratta del nazismo – nel senso “proprio” di nazionalsocialismo tedesco – delle sue origini e dei suoi lasciti “spirituali”.
Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata della prima parte del racconto.

Come ne L’ubicazione del bene, Falco fa cominciare il suo racconto in un’altra piccola cittadina immaginaria poco distante da una grande metropoli. L’epoca però non è la nostra ma quella immediatamente successiva alla fine della Prima guerra mondiale e il luogo non si chiama Cortesforza ma Bockburg, un paese dell’hinterland di Monaco di Baviera prima che hinterland tracimasse dall’urbanistica al linguaggio di tutti. Nel 1918 a Bockburg ritorna Michael Zemmgrund: in trincea ha perso una gamba, è mutilato nel corpo e nell’orgoglio. È marito di Christa Wissens e padre di Maria Zemmgrund, la quale da adolescente si innamora di Hans Hinner, aspirante giornalista figlio di una solida dinastia di fabbri. I due si sposano e hanno due gemelle Helga e Hilde, le cui voci si mescolano a quella dell’autore per tutto il percorso del romanzo. Voci che diventano una sola: la gemella H appunto.
Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata dell’incipit del racconto. La si respira in ogni pagina l’aria di questa cittadina in principio riempita soltanto da invalidi di guerra in cerca di riscatto o oblio, dall’industriosità a capo chino delle giornate bavaresi, dalla severità delle invidie di paese, dalla solennità degli oggetti del primo ’900, dal sentimentalismo tedesco tardo ottocentesco. A Bockburg l’elettricità arriva nel 1921 ma è solo con l’arrivo del Nazismo che arriva davvero il futuro. E Hans Hinner è lì pronto ad accoglierlo. In breve tempo il giovane giornalista diventa direttore del giornale locale “Mutter”, stringe legami con il nuovo mondo politico monegasco, si fa strumento di propaganda, scrive corsivi e discorsi per politici locali. E così inizia a guadagnare sempre meglio. Il simbolo della sua ascesa sociale è una Mercedes-Benz 500K Autobahnkurier acquistata per un niente da un vicino, un ebreo costretto a cambiare aria. Con essa Hinner è finalmente libero di sfrecciare ai centosessanta sulla nuova autostrada, l’autobahn costruita dal Reich. Due case, due gemelli, due macchine, una moglie, un cane, un frigorifero, le merci, il potere d’acquisto: sono questi gli autentici nutrienti dell’adesione di Hinner, della sua famiglia, di quasi tutti gli abitanti di Bockburg, al nazismo. L’ideologia non è politica, è economica. L’ideologia è il nuovo improvviso benessere. L’ideologia politica, il mito ariano, la gloria del Reich, i proclami di Hitler, il Lebensraum sono cosmesi sul volto di tanti piccoli frantumati egoismi che connivono per calcolo, proiettati in un interminabile, inconsapevole desiderio di futuro.
Molti anni dopo gli esordi del nazismo a Bockburg, Hans Hinner ripensa a ciò che sarebbe dovuto essere e non è stato.
«Era nato a Bockburg, lì si era sposato con una donna nata nello stesso posto, a Bockburg erano nate le gemelle, la vita sembrava un accrescimento continuo, lineare, in nome della comunità, dei riti. I genitori sarebbero morti di vecchiaia nei loro letti. Hans Hinner avrebbe ascoltato la predica del parroco giocherellando con la fede nuziale. A Bockburg avrebbero vissuto per sempre, acquistando la casa più bella della cittadina e due case alle gemelle, che sarebbero diventate grandi, rendendo lui e Maria nonni. Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia. La quotidianità era fagocitata da qualcosa di totalizzante, che azzerava tutto e svuotava il senso stesso dei luoghi. Non poteva durare troppo a lungo. Hans Hinner – all’altezza di Parma, mentre sorpassa un camion che trasporta suini al macello – ripete a se stesso, sono stato solo questo, una piccola rotella dell’infinita manovalanza, che vive errori e giorni come un compito a cui obbedire, e dopo ogni fine si ricicla, ed è bene, se vogliamo proseguire, se proprio la vita deve continuare.»
“Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia”

E la vita da scampati di Hinner e delle sue gemelle continua in Italia. Hans guida il suo Maggiolino Volkswagen da Milano a Milano Marittima. Sta andando a comprare un albergo sulla riviera adriatica, le trattative immobiliari lo vivificano, un nuovo tipo di benessere borghese lo attrae come un magnete. Sono gli anni ’50. La guerra si è messa di traverso, ha fratturato la sua ascesa nella provincia bavarese riducendo la sua adesione al nazismo a un distante lumicino. La Mercedes 500 K è rimasta su un ciglio della strada per l’Italia; il resto del percorso lo ha compiuto a piedi. La moglie è morta di malattia. La famiglia Hinner vive a Milano negli anni della ricostruzione. La Rinascente è il simbolo spensierato della rinascita. Altre merci alimentano nuovi desideri. È l’alba del turismo di massa, dell’era degli esodi di agosto. Gli Hinner si mimetizzano con l’ingenua perfidia dei nostri connazionali, ne traggono un profitto senza catarsi mentre, accompagnati dalla voce corale di Falco – mimetica anch’essa con gli stati d’animo della Storia, noi attraversiamo i decenni dell’accidentale sviluppo del nostro paese fino all’oggi, e intanto il sentimento della provincia bavarese anni ’30 si stempera nell’Adriatico, si immerge nel Naviglio Grande. «Ci aiuta l’insorgenza di un anomalo disturbo della memoria. Il motto collettivo è qualcosa di simile a dimenticate in memoria di me. Le nostre azioni passate svaniscono seppellite dagli stereotipi. Il Grande Male. La Belva Umana. Il Criminale Assoluto. Milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose. Ridimensiona la visibilità dell’ideologia – ora diluita sotto ogni traccia – resta la volontà di vivere secondo quelle stesse dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorati e familiari».
Come ha scritto Roberto Saviano nella sua recensione de La Gemella H: «Se mi avessero detto che questo romanzo racconta come il nazismo nel suo cuore sia stato anche una sorta di esperimento di una entità sovrumana che continua a scorrazzare, una “alba dei grandi magazzini”, l’involucro tremendo in cui facevano le loro prime prove mondiali e di larghissimo respiro i riti della merce di massa e del consumo a un tempo di massa e individuale, le tecniche novecentesche del desiderio e dell’accrescimento infinito, avrei forse pensato a un nuovo episodio della serie: il Reich immortale e simili fantasie». Qualcosa del genere l’avevo temuto anche io prima di cominciare la lettura, ma Giorgio Falco è bravo abbastanza da correre un simile rischio e uscirne scrittore indenne. Il che non si può dire di quasi nessuno di quelli che prima di lui hanno provato a raccontare il nazismo, in Italia.

Adriatico