Questa settimana sul Fuoribordo con pagina99 in edicola, un racconto sul nuovo groviglio autostradale lombardo, di Giorgio Falco. Ne discute in questa chiacchierata radiofonica con il curatore dell’inserto Alessandro Leogrande
http://www.pagina99.it/2016/05/06/su-fuoribordo-per-un-casello/

Palazzo Ducale/Genova

Venerdì 13 novembre, ore 18.30

Il sogno obbligatorio

Giorgio Falco e Nicola Lagioia,

conduce Andrea Cortellessa

 

La letteratura italiana di oggi nasce dalle rovine di un mondo al capolinea?

 

I bambini degli anni ‘70 sono i dirigenti, i politici, gli intellettuali, gli uomini di oggi. La loro fu la prima generazione a cui venne insegnato che una vita migliore non doveva passare per forza dalla lotta politica, dal conflitto generazionale, dall’affermazione dell’uguaglianza. Glielo spiegarono con le stragi di Stato, diffondendo eroina nelle strade, riempiendo le loro case con la plastica e coi sorrisi della tv commerciale. In quell’epoca di fermento, l’ideale del benessere venne incarnato da uno spauracchio inventato ad hoc per l’occasione, la piccola borghesia italiana. La recente crisi economica ne ha svelato la natura, mettendo fine a questa illusione collettiva. Quali conseguenze ha prodotto in quella generazione questo trauma comune? Quanto il rancore, la rabbia per coloro che ne hanno manipolato il destino, guida le loro scelte? Gli scrittori italiani di oggi, ragazzi di allora, che influenza hanno subito da questa esperienza?

Letture di:
Marta Antonucci e Matteo Alfonso

 

 

267697-thumb-rrtv-postoche060715okokGiorgio Falco, Repubblica Tv

http://video.repubblica.it/rubriche/posto-che/reptv-news-falco-la-bellezza-resistente-di-milano-nel-sottofondo-italiano/206257/205363

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

di Marcello Benfante

La Storia e il romanzo. L’acquario plausibile entro il quale i pesciolini personaggi d’invenzione sguazzano impauriti e sconfitti o vittoriosi e incolumi insieme ai grandi, provvisori pescecani della Storia. Il tentativo di sopravvivere, di essere ossessionati per riconoscere – durante le varie fasi della vita – le visioni, le domande accatastate nel deposito pazzo che è l’infanzia. Ovvero: un pomeriggio qualsiasi, bambino in spiaggia, sulla riviera romagnola. La consapevolezza storica diventa qualcosa di più grande, essere presenti a se stessi è anche la consapevolezza di essere estranei a se stessi, risvegliarsi lontano dai giocattoli, ricordare come cade la luce sugli ombrelloni aperti e inclinati quel tanto che basta per creare sui corpi un po’ di ombra allungata peraltro rifuggita dalla maggioranza sdraiata al sole, su asciugamani colorati o su lettini con i nomi degli stabilimenti balneari, gli occhi chiusi schermati secondo la moda del momento da lenti a specchio, lì dentro i vicini riflessi diventano insetti semoventi. Domandarsi il significato delle parole della maestra: sono passati trent’anni dalla fine della guerra, il cinquantenne del ’75 – uno che in questo istante avrebbe 89 anni – ha vent’anni nel 1945. Trent’anni sono pochi o sono molti? Ma chi è quest’uomo italiano che qui assume solo le sembianze del bagnante, del villeggiante, del turista senza colpa, è soltanto un po’ di pelle da abbronzare, tutta superficie, tutto presente? Proprio come il turista tedesco occidentale soddisfatto di sé, che mangia la mia stessa pizza di stasera, che rimuove tutto per conquistare le settimane di ferie e l’automobile con l’adesivo D accanto alla targa Munchen? La continua interrogazione per non arrivare mai a una risposta. Mi interessa la scrittura quando cerca lo slittamento e diventa allucinazione precisa dell’epica dei minori. Sottrarre la scrittura al Tempo per proiettarla nel tempo parallelo di se stessa narrazione, che privilegia i momenti qualsiasi, opachi ma attraversati da improvvisi fasci di luce, che desiderano, ogni tanto, l’anonimato di un piccolo svelamento. Non mi interessano i momenti decisivi, eclatanti. Chi scrive: da quell’istante sono diventato questo o quello, da quell’istante tutto è cambiato, segue, nella migliore delle ipotesi una scorciatoia, un trucchetto, mentre nella peggiore delle ipotesi offre un’impostura. Certo, infiocchettare l’evento è un’impostura che piace, è confortevole identificarsi e coccolarsi nel comune ricordo compiaciuto, dare coordinate precise, la data, perfino l’orario, il momento in cui si è accesa la scintilla narrativa, e nulla, secondo l’autore, è stato più come prima. Tutti insieme amorevolmente, scrittore e lettore, lettore e scrittore: ti ricordi, ti ricordi, tra suggestioni nostalgiche o ciniche distanze. Così si dimentica la silenziosa sedimentazione, il processo di attraversamento necessario per arrivare alla reliquia di una data, che invece per me dovrebbe essere proprio scarto, visione, e non la cuccia sulla quale si edifica il presente, il patteggiamento del futuro. Già, il presente. Per esempio, ho scritto La gemella H solo al presente, il presente merceologico degli anni ’30 del Novecento, che si è riverberato fino a noi; per quanto possiamo essere tristi dopo, la merce del tempo presente, il presente del desiderio, non ci inganna. Il fiabesco refrain è invece all’imperfetto, scandisce proprio quel ritornello congelato in un passato che continua a svolgersi, ma solo dentro il ritornello prigioniero, grazie al quale possiamo scandagliare non tanto il passato, quanto il presente, al quale la memoria è incatenata. Questa condizione crea frizione, formicolio. Certo, poi ogni libro può essere diverso. Con L’ubicazione del bene volevo invece ridimensionare la Storia. Il luogo in cui è ambientato il libro, Cortesforza, è senza peculiarità, il plastico di un geometra, di un agente immobiliare, suburbio simile a tanti altri. Cortesforza, la s minuscola della nobile famiglia Sforza, ridotta all’assemblaggio, comunità posticcia che fagocitava se stessa e tutto, tanto da non poter diventare un romanzo. Ho preso una decisione letteraria, politica, topografica. Cortesforza era un prodotto qualsiasi. Nickname. Assenza di Storia.

Maggio, 2014

Giorgio Falco, microfisica dell’impotenza

Narratori italiani. Emblematica storia della famiglia Hinner, un romanzo a cavallo del Novecento, dove domina l’ostinazione dello sguardo e la lingua battente è al passo con il disordine
Pdf recensione di Giorgio Vasta a La gemella H

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

Nella scrittura di Giorgio Falco c’è qualcosa di fisiologicamente perturbante. Un senso di compressione esercitato dalla scrittura stessa sul nostro sguardo, un incedere della frase che non ha nulla di neutro ma esiste come un vero e proprio contrapporsi allo sguardo medesimo. Quello che Falco, una riga dopo l’altra, riesce a far accadere è una particolare (rarissima) esperienza: in ogni sua pagina il tempo è pressione, percussione, tam­buro battente. Fin da Pausa caffè, il suo esordio del 2004 con Sironi (una raccolta di racconti dilagante e autoptica, splendida intuizione editoriale di Giulio Mozzi ai tempi di una collana indispensabile come fu Indicativo Presente), e passando per L’ubicazione del bene, pubblicato nel 2009 da Einaudi Stile Libero (un libro in cui le case sono le declinazioni concrete di un’allucinazione di salvezza), si ha la sensazione che Giorgio Falco sia dominato da una duplice ossessione: da un lato dal bisogno di ricomporre per via letteraria una genesi del contemporaneo, vale a dire di quella cosa che chiamiamo presente; dall’altro dal desiderio di rendere conto nella lingua di ogni microfenomeno umanamente percepibile gli infrasuoni, l’ultravioletto, le più minuscole increspature dell’esistente.
La combinazione di queste due ossessioni genera una scrittura famelica, un impulso linguistico di continuo all’inseguimento delle cose, della loro forma, della materia che le costituisce, di come il tempo in modo naturale le disgrega.
La gemella H, pubblicato di nuovo da Einaudi Stile Libero (pp. 360, euro 18. 50) è un romanzo dominato per intero dalla persistenza dello sguardo. Dalla sua ostinazione percettiva che ininterrottamente, svelato il mondo nella lingua, si trasforma in trauma e in incanto.
A partire da una curiosità semiotica simile a quella che spinse Victor Klemperer ad annotare e a esaminare in tempo reale la progressiva nazificazione delle infrastrutture socioculturali tedesche usando come cartina di tornasole le trasformazioni del linguaggio quotidiano, Falco racconta la storia della famiglia Hinner attraverso e oltre il Novecento, dalla cittadina immaginaria di Bockburg, in Baviera, dove le gemelle Hilde e Helga nascono nel 1933 – quaranta giorni dopo la nomina a Cancelliere del Reich di Adolf Hitler –, al trasferimento a Merano, a Milano e poi a Milano Marittima, dove Hans, il padre delle gemelle, perduta la moglie, da giornalista che era si reinventa albergatore, o meglio ancora imprenditore della vacanza, gestore del divertimento estivo («la somma delle esi­stenze altrui è la nuova vita di Hans Hinner»).
Raccontando come l’ordinario reitera se stesso attraverso la coscienza di ciò che si possiede («Abbiamo il frigorifero elettrico, il refrigerante è al freon […]Abbiamo l’aspirapolvere, risucchiamo briciole, capelli, insetti […]Abbiamo il ferro da stiro a vapore, l’asciugacapelli che mi sorprende ancora […] Abbiamo la lavatrice e la lavastoviglie, il tostapane automatico») e nella certezza di ciò che non si diviene (magnifica l’invenzione letteraria dell’Uomo di Lenhart e della sua modestissima infelicità da scapolo quando appena pagato l’affitto «si sente sprofondare in tutto ciò che non è ancora diventato, e forse mai sarà»), La gemella H collauda un’ipotesi stupefacente: ciò che siamo, le forme del nostro pensiero, il modo in cui viviamo è filiazione diretta delle logiche totalitarie.
Quando terminata la Seconda guerra mondiale la famiglia Hinner muove verso l’Adriatico e l’Europa si ricompone trasformando la lesione del conflitto in una regola talmente intessuta nelle cose da non venire più percepita come tale, ecco ciò di cui si è consapevoli: «Milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose. Ridimensionata la visibilità dell’ideologia – ora diluita sotto ogni traccia – resta la volontà di vivere secondo quelle stesse dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorativi e familiari». Nel passaggio dalla Germania all’Italia, dal giornalismo all’imprenditoria, Hans Hinner sperimenta la felicità gelida del capitale, quella sua straordinaria euforia assiderata che incessantemente trapela – in ognuno con una diversa intensità – come una delle nervature del contemporaneo. Il transito dalla guerra alla pace permette un’ulteriore consapevolezza: la messa in torsione dell’etica, il suo sfiguramento proprio del conflitto bellico, non è qualcosa che termina con la fine della guerra ma prosegue in forme più attenuate e diluite, socialmente compatibili. La miseria – lo chiarisce il comportamento di Helga quando vuole che il suo fidanzato venga assunto come cuoco presso l’hotel di famiglia – è legittima, integrabile e integrata, democraticamente disponibile: è il famigerato mezzo giustificato dal fine.
È una folgorazione: non siamo altro che un processo di adattamento che necessita, per conservarsi, di una serie di travestimenti retorici funzionali a contenere l’incontenibile; al sicuro dalle incandescenze permaniamo in una tiepida vita di penombra che riusciamo persino a immaginare come un rasserenante tepore luminoso. Facendo slittare lo sgomento in eccitazione viviamo in un’inesauribile legittima difesa.
Leg­gendo La gemella H ci si rende conto che Giorgio Falco ha compreso qualcosa di midollare – superficie e abisso insieme, epoca e istante, strutture socioeconomiche e fisiologia, la microfisica del potere e dell’impotenza (di quella sperimentata proprio malgrado e di quella complice), il millenario tragicomico accumulo del respiro nei petti, l’immenso equivoco su cui tutto si sostiene – e che questa sua comprensione plastica delle cose è prima di tutto istinto, intelligenza viscerale, e solo un attimo dopo cognizione, cultura, pensiero boreale. Attraverso il modo in cui Falco fa esistere la realtà sensibile comprendiamo che l’immagine dello scrittore-microscopio – colui il quale bloccato il fenomeno sotto il vetrino della lingua lo esplora nelle sue componenti più minute – conosce un’ulteriore evoluzione. Come se sotto al microscopio fosse montato un piccolo tapis roulant su cui senza sosta scorre la metamorfosi della materia umana (corpo, spa­zio, pen­siero, pia­cere, rab­bia, imma­gi­na­zione, bio­lo­gia), all’attitudine verso lo stu­dio dell’impercettibile Falco unisce una straordinaria capacità balistica: il fenomeno è mobile, spudoratamente cangiante, e dunque per dargli esistenza la lingua deve compiere un movimento al contempo verticale e orizzontale, inabissarsi divagando, deve pedinare il disordine: deve, letteralmente, stare al passo.
«Le voci della sabbia s’intersecano, piccole porzioni di mondo contengono tutto ciò che serve: la ditta va benissimo, ha dieci persone sotto di sé, prendi una sigaretta delle mie, è un capo, è nata la figlia, inizia a perdere i denti, la moglie gli vuole bene, è morta la nonna, i soldi non sono importanti, è diventato prete per fame, ho il serbatoio pieno, quella lì è bella di faccia, chiudo gli occhi per finta».
La scrittura di Falco è un presente battente. Un recettore che capta, stenografa, elenca, preda, restituisce. Pur lavorando con una cronistoria paratatticamente ordinata, Falco lascia evaporare il cronos estraendo da ciò che appare come tempo logico l’assurdo natu­rale, la discrepanza, l’anomalia: il trauma e l’incanto del kairos.
Con La gemella H – con Hilde «ribelle conformista», con Helga per la quale «la scrittura è ancora il momento delle scuole elementari» – riceviamo non solo uno strumento di decifrazione del ventesimo secolo, dunque una semiotica culturale di qualità inestimabile, ma soprattutto un racconto al calor bianco della nostra origine: un romanzo persecutorio che stringe d’assedio l’umano, lo stana e lo perquisisce.

La Gemella H
Dalla Baviera all’Adriatico passando per Merano e Milano. Un romanzo italiano racconta le origini, i lasciti del nazismo e il ’900 attraverso le vite di due gemelle tedesche.

di Cesare Alemanni

Giorgio Falco è l’autore di una raccolta di racconti, L’ubicazione del bene, che mi aveva colpito molto anni fa per il modo secco – qualcuno l’aveva definito minimalista – con cui raccontava il suburbio padano in età post-benessere e ispezionava le esistenze atrofizzate di un gruppo di abitanti di Cortesforza, una cittadina immaginaria dell’hinterland milanese «a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest, un centro in piena espansione commerciale e residenziale». Sposini che “falsificano” a posteriori le foto all’aperto del matrimonio funestato dal diluvio, piccoli imprenditori che faticano a far fiorire un’attività di derattizzazione, cani pulciosi comprati per sopperire all’impossibilità di un figlio, case da sogno che rivelano solo dopo il rogito la presenza di piccoli sgradevoli ospiti: in nove racconti (curiosamente lo stesso numero dei racconti di Carver scelti da Altman per America Oggi o, se preferite, dei gironi infernali) Falco posava uno sguardo impassibile su un’umanità disintegrata dai tragitti pendolari, dalle code in rotatoria, dall’uniformità delle villette a schiera, dalle luci fredde dei centri commerciali, dalla bulimia di desideri destinati a rimanere tali, dall’ideologia tutta, eretta negli anni ’80 sopra un fragile benessere economico, che soggiace a qualunque Cortesforza del mondo occidentale.
Per padronanza stilistica e forza espressiva ritengo L’ubicazione del bene il libro italiano più potente che ho letto negli ultimi anni. Per queste ragioni, non appena ho saputo dell’uscita di un romanzo di Falco per Einaudi ho fatto il possibile per recuperarlo, ulteriormente incuriosito dalle anticipazioni della trama. La Gemella H, questo è il titolo, tratta infatti di una materia non troppo comune nella nostra letteratura. Tratta del nazismo – nel senso “proprio” di nazionalsocialismo tedesco – delle sue origini e dei suoi lasciti “spirituali”.
Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata della prima parte del racconto.

Come ne L’ubicazione del bene, Falco fa cominciare il suo racconto in un’altra piccola cittadina immaginaria poco distante da una grande metropoli. L’epoca però non è la nostra ma quella immediatamente successiva alla fine della Prima guerra mondiale e il luogo non si chiama Cortesforza ma Bockburg, un paese dell’hinterland di Monaco di Baviera prima che hinterland tracimasse dall’urbanistica al linguaggio di tutti. Nel 1918 a Bockburg ritorna Michael Zemmgrund: in trincea ha perso una gamba, è mutilato nel corpo e nell’orgoglio. È marito di Christa Wissens e padre di Maria Zemmgrund, la quale da adolescente si innamora di Hans Hinner, aspirante giornalista figlio di una solida dinastia di fabbri. I due si sposano e hanno due gemelle Helga e Hilde, le cui voci si mescolano a quella dell’autore per tutto il percorso del romanzo. Voci che diventano una sola: la gemella H appunto.
Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata dell’incipit del racconto. La si respira in ogni pagina l’aria di questa cittadina in principio riempita soltanto da invalidi di guerra in cerca di riscatto o oblio, dall’industriosità a capo chino delle giornate bavaresi, dalla severità delle invidie di paese, dalla solennità degli oggetti del primo ’900, dal sentimentalismo tedesco tardo ottocentesco. A Bockburg l’elettricità arriva nel 1921 ma è solo con l’arrivo del Nazismo che arriva davvero il futuro. E Hans Hinner è lì pronto ad accoglierlo. In breve tempo il giovane giornalista diventa direttore del giornale locale “Mutter”, stringe legami con il nuovo mondo politico monegasco, si fa strumento di propaganda, scrive corsivi e discorsi per politici locali. E così inizia a guadagnare sempre meglio. Il simbolo della sua ascesa sociale è una Mercedes-Benz 500K Autobahnkurier acquistata per un niente da un vicino, un ebreo costretto a cambiare aria. Con essa Hinner è finalmente libero di sfrecciare ai centosessanta sulla nuova autostrada, l’autobahn costruita dal Reich. Due case, due gemelli, due macchine, una moglie, un cane, un frigorifero, le merci, il potere d’acquisto: sono questi gli autentici nutrienti dell’adesione di Hinner, della sua famiglia, di quasi tutti gli abitanti di Bockburg, al nazismo. L’ideologia non è politica, è economica. L’ideologia è il nuovo improvviso benessere. L’ideologia politica, il mito ariano, la gloria del Reich, i proclami di Hitler, il Lebensraum sono cosmesi sul volto di tanti piccoli frantumati egoismi che connivono per calcolo, proiettati in un interminabile, inconsapevole desiderio di futuro.
Molti anni dopo gli esordi del nazismo a Bockburg, Hans Hinner ripensa a ciò che sarebbe dovuto essere e non è stato.
«Era nato a Bockburg, lì si era sposato con una donna nata nello stesso posto, a Bockburg erano nate le gemelle, la vita sembrava un accrescimento continuo, lineare, in nome della comunità, dei riti. I genitori sarebbero morti di vecchiaia nei loro letti. Hans Hinner avrebbe ascoltato la predica del parroco giocherellando con la fede nuziale. A Bockburg avrebbero vissuto per sempre, acquistando la casa più bella della cittadina e due case alle gemelle, che sarebbero diventate grandi, rendendo lui e Maria nonni. Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia. La quotidianità era fagocitata da qualcosa di totalizzante, che azzerava tutto e svuotava il senso stesso dei luoghi. Non poteva durare troppo a lungo. Hans Hinner – all’altezza di Parma, mentre sorpassa un camion che trasporta suini al macello – ripete a se stesso, sono stato solo questo, una piccola rotella dell’infinita manovalanza, che vive errori e giorni come un compito a cui obbedire, e dopo ogni fine si ricicla, ed è bene, se vogliamo proseguire, se proprio la vita deve continuare.»
“Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia”

E la vita da scampati di Hinner e delle sue gemelle continua in Italia. Hans guida il suo Maggiolino Volkswagen da Milano a Milano Marittima. Sta andando a comprare un albergo sulla riviera adriatica, le trattative immobiliari lo vivificano, un nuovo tipo di benessere borghese lo attrae come un magnete. Sono gli anni ’50. La guerra si è messa di traverso, ha fratturato la sua ascesa nella provincia bavarese riducendo la sua adesione al nazismo a un distante lumicino. La Mercedes 500 K è rimasta su un ciglio della strada per l’Italia; il resto del percorso lo ha compiuto a piedi. La moglie è morta di malattia. La famiglia Hinner vive a Milano negli anni della ricostruzione. La Rinascente è il simbolo spensierato della rinascita. Altre merci alimentano nuovi desideri. È l’alba del turismo di massa, dell’era degli esodi di agosto. Gli Hinner si mimetizzano con l’ingenua perfidia dei nostri connazionali, ne traggono un profitto senza catarsi mentre, accompagnati dalla voce corale di Falco – mimetica anch’essa con gli stati d’animo della Storia, noi attraversiamo i decenni dell’accidentale sviluppo del nostro paese fino all’oggi, e intanto il sentimento della provincia bavarese anni ’30 si stempera nell’Adriatico, si immerge nel Naviglio Grande. «Ci aiuta l’insorgenza di un anomalo disturbo della memoria. Il motto collettivo è qualcosa di simile a dimenticate in memoria di me. Le nostre azioni passate svaniscono seppellite dagli stereotipi. Il Grande Male. La Belva Umana. Il Criminale Assoluto. Milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose. Ridimensiona la visibilità dell’ideologia – ora diluita sotto ogni traccia – resta la volontà di vivere secondo quelle stesse dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorati e familiari».
Come ha scritto Roberto Saviano nella sua recensione de La Gemella H: «Se mi avessero detto che questo romanzo racconta come il nazismo nel suo cuore sia stato anche una sorta di esperimento di una entità sovrumana che continua a scorrazzare, una “alba dei grandi magazzini”, l’involucro tremendo in cui facevano le loro prime prove mondiali e di larghissimo respiro i riti della merce di massa e del consumo a un tempo di massa e individuale, le tecniche novecentesche del desiderio e dell’accrescimento infinito, avrei forse pensato a un nuovo episodio della serie: il Reich immortale e simili fantasie». Qualcosa del genere l’avevo temuto anche io prima di cominciare la lettura, ma Giorgio Falco è bravo abbastanza da correre un simile rischio e uscirne scrittore indenne. Il che non si può dire di quasi nessuno di quelli che prima di lui hanno provato a raccontare il nazismo, in Italia.

Adriatico

L'ubicazione del bene

Sabrina Ragucci. The Collared Dove Sound (2004-2012).

Sabrina Ragucci. The Collared Dove Sound (2004-2012).

Giovedì 13 Maggio 2010 alle ore 15.00
Corso di fotografia
incontro con gli autori:

Giorgio Falco e Sabrina Ragucci

Accademia delle Belle Arti di Brera – Brera 2 aula 207
Viale Marche 71 Milano

L’incontro è aperto a tutti