Alessandro Beretta: Come mai hai deciso di raccontare la tua storia attraverso il lavoro, anzi i lavori, che hai toccato? (È un tuo tema fin da Pausa Caffè, ma la situazione è cambiata in peggio e qui sei in prima persona) (dei tanti che racconti, quale è stato il più assurdo)

Giorgio Falco: Volevo scrivere un libro sull’Italia. Il lavoro mi pare da sempre un buon punto di osservazione, per poi allargare lo sguardo ad altro: i luoghi, la loro trasformazione. Il lavoro più assurdo che ho fatto è stato scrivere finte lettere di risposta ai reclami dei clienti. L’ho fatto per qualche tempo, poi mi sono rifiutato, come Bartleby di Melville: così ho passato diciotto mesi chiuso dentro uno sgabuzzino. Ma, nonostante la fine, Bartleby non fallisce nel progetto di essere se stesso, e allora mi sono aggrappato alla sua storia per salvarmi.

Alessandro Beretta: La figura di tuo padre è fondamentale nel libro, anche se decidi e dichiari di dedicargli solo un capitolo: è stato faticoso ricostruirla, ovvero dare corpo alla differenza tra le sue certezze, come dipendente ATM, e le tue incertezze?

Giorgio Falco: Gli dedico solo il primo capitolo, ma sono cinquantasei pagine! Non è stato difficile ricostruire la storia di mio padre, la conservavo dentro di me da quasi mezzo secolo. Quando ho iniziato a scrivere davvero, ho trovato subito il tono giusto e pensato che potevo arrivare a cinquecento pagine, ma per il libro che volevo scrivere bastavano quelle che sono nel romanzo. In una scena, mentre siamo entrambi sull’autobus ATM alle otto di sera, le nostre spalle quasi si saldano, e io mi addormento: lì c’è il passaggio di testimone tra due uomini, due epoche, l’impossibilità, per me, di essere come lui.

Alessandro Beretta:Come ha trovato spazio la scrittura nella tua vita e, in questo, quanto ha contato non sentirsi al centro degli eventi? (È un tema su cui torni spesso, come se la scrittura avesse dato corpo a una tua posizione)

Giorgio Falco: La scrittura ha trovato spazio lentamente nella mia vita, anche se, per paradosso, da subito. Sono una specie di fantasma, riappaio per un po’ quando pubblico un libro. La mia condizione ideale è essere in incognito. Nel romanzo, a diciassette anni, sono ai margini della folla che riempie il piazzale antistante San Siro, la sera del concerto di Springsteen, nel 1985. “Essere ai margini da un lato ti mette in una condizione favorevole per vedere, dall’altro ti rende sensibile alla diserzione”; queste due condizioni sono l’equilibrio ideale per lo scrittore.

Alessandro Beretta: L’hinterland di Milano è il teatro delle tue prime delusioni, un’area per eccellenza dove il lavoro è considerato tutto, e su cui si è scritto anche in passato (Pagliarani e il suo canto-critica) vorrei capire se in un certo senso consideri il territorio un personaggio, più che un semplice ambiente.

Giorgio Falco: L’hinterland sud di Milano è il luogo in cui sono nato e cresciuto. Bernardo Secchi diceva che era una delle zone più belle del mondo. E aveva ragione. Alla fine scrivo quasi sempre di luoghi, di come le persone, gli animali, le piante e le cose stiano dentro lo spazio, di come lo patiscano, di come lo vivano con improvvisi moti di gioia.

Alessandro Beretta: In diversi momenti sei attento alla retorica con cui si racconta il lavoro, alla sua ambiguità, allo sfruttamento travestito da sorriso: quanto capirne il linguaggio sarebbe utile anche a livello politico?

Giorgio Falco: Scrivere anche i più impercettibili movimenti, le posture, il sorriso (nel precedente romanzo, La gemella H, ho dedicato quattro pagine soltanto al sorriso delle commesse de La Rinascente) serve a farne qualcosa che non sia una denuncia, ma un’intima condizione umana adattabile a chiunque. Ovviamente a chi voglia mettersi in comunione con i personaggi. Perché è inutile negarlo: il lettore medio preferisce altri temi, eppure una narrazione che parta dal lavoro per parlare di spazi, luoghi, desideri dovrebbe riguardare tutti, anche la politica.

Alessandro Beretta: C’è spesso risentimento nei narratori dei romanzi sul lavoro, penso agli ormai troppi romanzi sul precariato, nel tuo caso il tono sembra diverso, come di delusione, o come lo definiresti?

Giorgio Falco: Ipotesi di una sconfitta è un romanzo sul collasso di una parte di mondo, l’Occidente, e di come le persone vivano la trasformazione. Ho attraversato con il mio corpo questi decenni. Sono stato una cavia, come ha scritto Daniele Giglioli su la Lettura. Concordo con lui: cavia, e non “burattino di me stesso”. Non provo delusione né esaltazione. Ho restituito un tono sommesso ma implacabile, senza essere indulgente o compiaciuto per essere diventato uno scrittore (“L’avvenire inesistente di me stesso”). Per me non esiste una vita prima o dopo la scrittura. Quando piegavo jeans avevo già deciso di essere uno scrittore. Ero lì per quello, ed era il massimo che potesse capitarmi: sentire senza essere visto realmente.

Alessandro Beretta: L’esito della volatilizzazione del lavoro, da scrittore quale sei diventato, ti vede alle prese con le scommesse sportive. Bukowski sarebbe fiero di te, ma tu come ti senti?

Giorgio Falco: Bukowski andava all’ippodromo, scommetteva sui cavalli. Mai scommettere sui cavalli, anche perché un cavallo è vittima dello sfruttamento, invece un essere umano potrebbe uscire dal meccanismo, volendo. La pazzia umana è più affidabile dei cavalli! Ma nel romanzo le scommesse sono molto distanti dal Novecento di Bukowski. Le piccole vincite sono una fonte di reddito, i soldi rendono ogni cosa simile all’altra, la più diffusa forma di evoluzione dal lavoro al non lavoro, un monumento alla labilità, alla decadenza.

Versione integrale (Corriere della sera, 24/10/2017)

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Ci sono scrittori per i quali, di qualsiasi cosa parlino, fa premio comunque su tutto il ribaldo, avventuroso, amorale piacere di esprimersi. Falco è troppo onesto per questo. Tra cosa e stile la fusione è assoluta. La bellezza, la verità di questo libro, il lettore se le deve guadagnare a sue spese. Dentro, ma anche fuori dal libro. (Daniele Giglioli, la Lettura #307)

Giglioli_laLettura

(…) un lungo, oscillante apprendistato che non prevede nessuna evoluzione. (Giorgio Vasta, Robinson Repubblica)

Vasta_Robinson

Giorgio Falco sapeva di voler fare lo scrittore.
Diventando una specie di Bartleby: riottoso, pronto a resistere fin dove è possibile.
Leggendo Ipotesi di una sconfitta si ha l’impressione di trovarsi in un tempo a lato di quello che conosciamo, dove convivono David Foster Wallace e Paolo Volponi, il mondo virtuale e la Punto. (Elena Stancanelli su D Repubblica)

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Palazzo Ducale/Genova

Venerdì 13 novembre, ore 18.30

Il sogno obbligatorio

Giorgio Falco e Nicola Lagioia,

conduce Andrea Cortellessa

 

La letteratura italiana di oggi nasce dalle rovine di un mondo al capolinea?

 

I bambini degli anni ‘70 sono i dirigenti, i politici, gli intellettuali, gli uomini di oggi. La loro fu la prima generazione a cui venne insegnato che una vita migliore non doveva passare per forza dalla lotta politica, dal conflitto generazionale, dall’affermazione dell’uguaglianza. Glielo spiegarono con le stragi di Stato, diffondendo eroina nelle strade, riempiendo le loro case con la plastica e coi sorrisi della tv commerciale. In quell’epoca di fermento, l’ideale del benessere venne incarnato da uno spauracchio inventato ad hoc per l’occasione, la piccola borghesia italiana. La recente crisi economica ne ha svelato la natura, mettendo fine a questa illusione collettiva. Quali conseguenze ha prodotto in quella generazione questo trauma comune? Quanto il rancore, la rabbia per coloro che ne hanno manipolato il destino, guida le loro scelte? Gli scrittori italiani di oggi, ragazzi di allora, che influenza hanno subito da questa esperienza?

Letture di:
Marta Antonucci e Matteo Alfonso

 

 

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http://video.repubblica.it/rubriche/posto-che/reptv-news-falco-la-bellezza-resistente-di-milano-nel-sottofondo-italiano/206257/205363