Epica e fotografia

settembre 16, 2015

Epica e fotografia
Giorgio Falco con Sabrina Ragucci
di Andrea Cortellessa

È in uscita da DeriveApprodi il volume Etica e fotografia. Potere, ideologia, violenza dell’immagine fotografica, a cura di Raffaella Perna e Ilaria Schiaffini, che raccoglie gli atti del convegno omonimo tenutosi lo scorso novembre all’Università di Roma «La Sapienza» e comprende interventi di Andrea Cortellessa, Antonello Frongia, Adolfo Mignemi, Lucia Miodini, Federica Muzzarelli, Raffaella Perna, Antonello Ricci, Ilaria Schiaffini e Michele Smargiassi. Anticipiamo qui il saggio di Andrea Cortellessa sul lavoro di Giorgio Falco e Sabrina Ragucci.

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Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

La foto in copertina, di Sabrina Ragucci, mostra tre mele appoggiate su un piano. Non sono freschissime; una anzi – la prima da sinistra – mostra pronunciati i segni del tempo. Ma il modo in cui sono riprese – il bianco e nero, lo sfumato dei contorni, l’ombra incerta sul piano – è proprio da una collocazione precisa nel tempo che le allontana.

Di nuovo delle mele sono chiamate in causa dalla prima frase che si legge (un refrain che tornerà, in seguito, con quieta ma tenace insistenza): «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima». È la frase che canticchia fra sé la protagonista e (per lunghi tratti) voce narrante del nuovo romanzo di Giorgio Falco (il secondo, dopo l’esordio con Pausa caffè – scoperto da Giulio Mozzi nel 2004 – e dopo i magnifici racconti de L’ubicazione del bene nel 2009), La gemella H. Cioè Hilde Hinner: che misteriosamente sin dalla nascita – nel 1933 – si mostra in grado di descrivere la vita propria e della sorella Helga, nata pochi istanti prima di lei.

Le loro vite, dopo un tentativo di Hilde di rendersi autonoma nel mondo del lavoro (commessa alla Rinascente, a Milano, in una Ricostruzione brutale quasi quanto la guerra cui era seguita), procederanno in parallelo sino alla fine, quasi. Tanto simili nell’aspetto esteriore quanto divise fra loro, dentro, da una linea sottile e quasi invisibile – ma che, nondimeno, c’è. L’intero romanzo, in effetti, altro non è che il tentativo insistente, pacato quanto sofferto, di dare una consistenza – se non un nome – a quella sottile linea grigia.

Grigio è il colore-chiave – sin dall’immagine di copertina – della Gemella H. E grigia, con scelta precisa quanto coraggiosa, si è fatta per l’occasione pure la scrittura di Falco. Il quale ci aveva abituato a colori metallici, ritmi martellanti, accelerazioni improvvise (che qui riserva solo a brevi parentesi lampeggianti, come la descrizione virtuosistica d’una corsa al galoppo – non al trotto… – all’ippodromo di Merano). La sua lingua ora è invece avvolgente, indugiante, quasi appiccicosa.

Se nei libri precedenti aveva fornito l’immagine più efficace di un presente accelerato (il futuro più imminente e minaccioso, che gli ha insegnato a ritrarre James G. Ballard), ora suo partito preso è quello di restituire l’immagine, almeno altrettanto eloquente, di un passato ritardato: un passato che non cessa mai di passare e che del presente, proprio per questo, è in grado di scavare le radici più segrete. Una tinta dominante, questo «grigio piombo» – a un certo punto associato alla «dote etica dell’Adriatico» che ci «ricorda, ogni tanto, chi siamo» – che può ricordare quella di un film altrettanto inquietante di qualche anno fa, Il nastro bianco di Michael Haneke; o quella dei celebri ritratti fotografici di August Sander: il quale sin dagli anni Venti s’era messo in testa di realizzare, attraverso migliaia di immagini di «uomini comuni del XX secolo», un esaustivo Atlante della nazione tedesca suddiviso per categorie (sotto l’occhio impassibile di Sander, che perderà un figlio nel Lager, scorrono tanto i giovani nazisti che le vittime designate, i loro coetanei zingari od omosessuali).

Concludeva un suo celebre saggio del 1931, Walter Benjamin, dicendo che quei lavori di Sander «da un momento all’altro […] potrebbero assumere un’imprevista attualità». Appunto nel ’33, giusto assieme alle gemelle H, nasce il regime nazista: che quel corpo sociale, e quel sistema di coordinate prossemiche e fisiognomiche, trascinerà a un immenso e catastrofico Come-volevasi-dimostrare. Anche Hilde Hinner, dopo un fuggevole flirt con un ragazzo di Monaco che vorrebbe proseguire appunto il lavoro di Sander, progetta forse qualcosa del genere: prende di continuo appunti che vorrebbe un bel giorno sistemare, dando voce per iscritto a parole che non le è consentito pronunciare («Non parlavamo mai di Hitler quando c’era Hitler e vivevamo nella nazione di Hitler: vogliamo parlare di Hitler adesso, al mare?»; «finora ho solo finto, con mio padre, mia sorella, con tutti, mi chiedono una vita normale, parlano solo del presente e della costruzione del futuro, tacciono del passato, da dove veniamo»); per il momento si dedica a sua volta alla fotografia – con la Polaroid scatta ritratti dei clienti, in gran maggioranza tedeschi, della modesta ma fruttuosa pensione che il padre Hans, all’indomani della guerra, ha aperto sulla riviera romagnola. Dopo le prime foto con «sorriso turistico» d’ordinanza, i volti dei clienti ricadono nel lattescente grigiore della loro vita reale. Protestano, «noi non siamo così»; ma Hilde consegna loro la prima foto, quella “giusta” – e «tiene il resto per sé, da archiviare». Come in un casellario giudiziario personale.

Noi mangiavamo le mele nello strudel, prima. Ma cos’è successo, in quel prima di cui dopo non si può parlare? Che cosa, prima, ha reso possibile la quiete, il benessere senza domande di dopo? E qual è la linea, innominabile, che discrimina il prima dal dopo? Sono queste le domande cui Hilde vorrebbe dare una risposta. Da dove viene, quella H confitta – come le lettere della Verità sulla fronte del Golem – nel suo destino? In fondo coll’altro Golem – quello che così chiamerà Aleksandr Sokurov, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

Noi mangiavamo le mele nello strudel, prima. Ma cos’è successo, in quel prima di cui dopo non si può parlare? Che cosa, prima, ha reso possibile la quiete, il benessere senza domande di dopo? E qual è la linea, innominabile, che discrimina il prima dal dopo? Sono queste le domande cui Hilde vorrebbe dare una risposta. Da dove viene, quella H confitta – come le lettere della Verità sulla fronte del Golem – nel suo destino? In fondo coll’altro Golem – quello che così chiamerà Aleksandr Sokurov, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

Mentre la madre si ammala e deve portare con sé le figlie in climi più miti, prima a Merano poi appunto a Milano Marittima, Hans Hinner compie tutti i passi che ne fanno un tipico esponente di quella piccola borghesia piena di insoddisfazioni, e violenza repressa, che costituì il blocco di manovra del movimento nazista. Scribacchino presso una gazzetta locale, nel quieto paesello bavarese di Bockburg (nel quale tutto pare filare a dovere, come nel villaggio di primo Novecento nel film di Haneke), accompagna l’ascesa travolgente del nuovo partito facendo di «Mutter» (Germania, pallida madre…), il suo modesto giornale di provincia, un fanatico foglio di propaganda. Dal quale trae autorevolezza, nella comunità, e soprattutto congrui vantaggi economici.

La banca presso la quale ha acceso il mutuo è d’improvviso costretta a condonarglielo (si chiama Blumenstein); i vicini di casa – che hanno una casa più bella, un’automobile più spaziosa, persino un pastore tedesco dal pelo più lucido – d’improvviso si vedono espropriati, sono costretti a svendergli tutto (si chiamano Kaumann). Lo sguardo che dalla scena distoglie Hilde, che continua a trastullarsi in giardino coi suoi balocchi, può ricordare per contrasto quello, altrettanto distante ma fisso nell’orrore, col quale nella scena più traumatica del Pianista di Polanski assistiamo al vecchio in sedia a rotelle gettato dalla finestra dalle SS che rastrellano il Ghetto di Varsavia. Nessuno, a Blockburg, parla di ebrei – men che meno di Soluzione finale. Ma è con quei beni sottratti che, al precipitare della catastrofe, Hans Hinner riesce a riparare in Italia – e rifarsi una vita.
o, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

Mentre la madre si ammala e deve portare con sé le figlie in climi più miti, prima a Merano poi appunto a Milano Marittima, Hans Hinner compie tutti i passi che ne fanno un tipico esponente di quella piccola borghesia piena di insoddisfazioni, e violenza repressa, che costituì il blocco di manovra del movimento nazista. Scribacchino presso una gazzetta locale, nel quieto paesello bavarese di Blockburg (nel quale tutto pare filare a dovere, come nel villaggio di primo Novecento nel film di Haneke), accompagna l’ascesa travolgente del nuovo partito facendo di «Mutter» (Germania, pallida madre…), il suo modesto giornale di provincia, un fanatico foglio di propaganda. Dal quale trae autorevolezza, nella comunità, e soprattutto congrui vantaggi economici.

La banca presso la quale ha acceso il mutuo è d’improvviso costretta a condonarglielo (si chiama Blumenstein); i vicini di casa – che hanno una casa più bella, un’automobile più spaziosa, persino un pastore tedesco dal pelo più lucido – d’improvviso si vedono espropriati, sono costretti a svendergli tutto (si chiamano Kaumann). Lo sguardo che dalla scena distoglie Hilde, che continua a trastullarsi in giardino coi suoi balocchi, può ricordare per contrasto quello, altrettanto distante ma fisso nell’orrore, col quale nella scena più traumatica del Pianista di Polanski assistiamo al vecchio in sedia a rotelle gettato dalla finestra dalle SS che rastrellano il Ghetto di Varsavia. Nessuno, a Blockburg, parla di ebrei – men che meno di Soluzione finale. Ma è con quei beni sottratti che, al precipitare della catastrofe, Hans Hinner riesce a riparare in Italia – e rifarsi una vita.

Papà Hinner resterà in silenzio sino alla fine. Constatando soddisfatto che, ad onta delle apparenze, è «il nostro mondo […] quello che ha vinto». Un mondo sprofondato nel grigiore del quotidiano come «una forma ottusa di rimozione», come fattiva quanto inconsapevole collaborazione con chi lo domina del «soccombente»: il «popolo» che «vuole divertirsi, diventare gente» e «assecondare il flusso di eventi travestiti da soldi», soldi su cui nessuno fa domande, «soldi ripuliti dall’espiazione del lavoro stagionale […], basta attendere un po’ d’acqua salata per cancellare segni, ricominciare». Ma nella discendenza di Hans, profonda quanto sottile, s’insinua la linea grigia di una differenza. Mentre Hilde non riesce a dar voce alla sua inquietudine, Helga segue in tutto e per tutto la logica paterna, facendosi a sua volta imprenditrice turistica.

Se anzi il turismo, come ha insegnato proprio Ballard (e prima di lui Ernst Jünger), è una forma di guerra a bassa intensità, la resistibile ascesa degli Hinner ci fa capire come, più sottilmente, il consumismo piccoloborghese della “villeggiatura” sia un regime totalitario a bassa intensità. Con le stesse ambiguità, le stesse complicità, gli stessi silenzi. Solo una spia, ma decisiva. Helga vuole far assumere dal padre, come cuoco, un fascistello che ha rimorchiato in spiaggia; ma c’è il problema della brava cuoca in servizio alla pensione, una rustica signora romagnola. Allora Helga di soppiatto infila nella borsa della signora Margherita tre mele, e la denuncia come ladra. Una delle mele cade a terra, lasciando senza parole la signora Margherita. La raccoglie Hilde, quella mela. Hilde, che tutto ha visto ma anche stavolta tace. E che quella mela scruta come se in quell’oggetto divinatorio fosse possibile «scorgere nella traccia del passato la predizione del futuro». Fuori dalla rassicurante cosmesi consumistica dello strudel è questo, in effetti, il frutto del Bene e del Male. E in questo specchio opaco, d’improvviso, Hilde si vede appartenere alla Zona Grigia.

Col coraggio delle sue scelte, Giorgio Falco ha compiuto un miracolo che pareva impossibile. Un libro assai discutibile come Le benevole di Jonathan Littell è stato osannato per aver capovolto finalmente quello che Daniele Giglioli, nel suo Critica della vittima, ha definito «paradigma vittimario» (cioè l’identificazione autoassolutoria con le vittime della storia); ma in effetti adottare il punto di vista di un carnefice coi connotati iperbolici del Maximilian Aue di Littell non fa che ribadire il paradigma capovolto: noi non siamo così, non somigliamo certo a quel mostro! Nessuno, invece, aveva avuto sinora il coraggio di far proprio il punto di vista della Zona Grigia: di quell’area sdrucciolevole che non comprende solo la complicità delle vittime, come ci ha mostrato Primo Levi, ma anche il silenzio dei testimoni, il mutismo che li rende a loro volta complici.

È questo lo specchio ustorio che ci brucia gli occhi: come forse – dopo che Hilde s’è consegnata alla sua verità – impara a fare, alla fine, persino Helga. In questi momenti «è come se il mondo si sdoppiasse, si smarcasse da se stesso, per rivelare ciò che effettivamente è». Quell’immagine allo specchio, dolorosissima, ci trafigge da parte a parte. Prova ardua: come dev’essere stata quella, per chi lo ha scritto, di porre la parola fine a un libro simile. Ma è solo affrontando prove come questa che potremo, forse, finalmente rivelarci a noi stessi.

Questo articolo è apparso il 16 marzo su Doppiozero qui
Una versione più breve di questo articolo è apparsa oggi su «Tuttolibri» de «La Stampa»

recensione Cortellessa Tuttolibri

fotografia di Sabrina Ragucci. C-Print, 2010

fotografia di Sabrina Ragucci. C-Print, 2010

Svalutazione competitiva
Giorgio Falco

Siamo al campetto, in un pomeriggio del 1992, giochiamo a pallacanestro, tre contro tre, l’altro canestro è occupato da altri sei giocatori, giocano la loro partita, e l’intero campo, al posto di contenere dieci giocatori per un solo incontro, ne ha due in più, sei da un lato, sei dall’altro, due micro partite, risparmiamo sugli spazi sacrificando l’unità narrativa e di intenti, ogni gruppo preso dalla propria storia, lo Stato italiano quasi fallisce, i Titoli di Stato offrono rendimenti superiori al 12,5% per attirare gli investitori stranieri e diminuire il deficit, il debito pubblico al 105% del Pil, il governo preleva il 6 per mille dal mio conto corrente, la retina del canestro è strappata, vorrei giocare dal lato opposto, quello con il canestro intatto e vero, dove ancora si sente ciuff a ogni centro, ma quella parte mi è preclusa, è sempre occupata dagli altri. Finita la partitella, alcuni ritornano a casa, a me piace rimanere a palleggiare e provare nuovi tiri, è la svalutazione competitiva, che produce canestri senza che ve ne sia bisogno, è come se stampassi più moneta, il valore di ogni lira diminuisce ma c’è più denaro in Italia e ho l’illusione che vi sia anche nel campetto, sebbene questa manovra economica finanziaria – così come la mia insistenza – sia una specie di garbage time fuori tempo massimo.

Il tempo spazzatura – garbage time – è la definizione coniata dal radiocronista americano Chick Hearn ed è usata soprattutto nel basket. Il tempo spazzatura comincia a pochi minuti dalla fine di un incontro ormai deciso, irreversibile, gli allenatori schierano le riserve, coloro che mai giocherebbero con la partita in equilibrio. I titolari siedono in panchina, gli inservienti posano asciugamani sponsorizzati sulle spalle dei titolari, i preparatori atletici li preservano da infortuni, l’allenatore della squadra sconfitta lancia ai propri giocatori un avvertimento: la panchina potrebbe essere il vostro futuro prossimo.

Uno spettatore distratto può pensare che durante il tempo spazzatura la qualità del gioco cali, in verità è come se la moneta fresca appena immessa luccicasse di qualcosa di contraffatto, svelasse tutta l’impalcatura menzognera non solo di se stessa, ma dell’intero sistema. Lo Stato diventa una sorta di falsario, stampa soldi quasi veri. I ritmi del tempo spazzatura sono accelerati, i giocatori obbediscono all’ordine di far scorrere il tempo fagocitando più azioni possibili, più tiri, per un vertiginoso falso aumento di produzione, che genera solo l’incremento dei rifiuti.

Anche il calcio vive il tempo spazzatura ma lo chiama melina, e si basa sul processo inverso: un rallentamento esasperato dell’azione. In entrambi i casi, il risultato è il medesimo: giocare fuori ritmo svela la parte più oscura e oscena, rimanda a un’altra circostanza la fabbrica di cose ed eventi, in modo da avvalorare e rendere indimenticabile il prossimo prodotto, la prossima moneta, quella ritenuta più vera, dimenticando come le stesse azioni considerate eccellenti possano diventare, la settimana seguente, titoli tossici, titoli spazzatura.

Siamo sul campetto, io e Dollaro, un pomeriggio dell’estate 1992. Dollaro ha dieci anni più di me, è alto 1,90, magro, il volto scavato, viveva a Londra alla fine degli anni ’70, il suo taglio di capelli conserva qualcosa del periodo, un leggero ciuffo biondo ricopre la fronte sinistra. Palleggiamo e ci passiamo la palla, facciamo un tiro per uno. Dollaro – chissà poi perché qualcuno ha iniziato a chiamarlo così, sebbene abbia vissuto in Inghilterra, e non in America – è disoccupato, gira nel quartiere sempre in tuta e scarpe alte da basket anche per andare in posta, ma nel 1985, poco dopo il suo ritorno dall’Inghilterra, si era abituato in fretta al nuovo mondo italiano, diceva di guadagnare 4.000.000 di lire al mese vendendo cravatte, solo al lunedì pomeriggio.

Palleggio oltre la soglia pitturata di giallo stinto sul catrame, l’arco del tiro da 3 punti, a 6 metri e 25 centimetri dal canestro. Nel 2013 è mezzo metro più in là, a 6,75, una sorta di aumento dell’età pensionabile. L’introduzione del tiro da 3 punti, nel basket europeo, risale al 1984. Tra le varie forme di ossessione che ho avuto nella vita, una delle più significative è proprio il tiro da 3 punti. Se riesci ad avere il 40% nel tiro da 3 punti, su 10 tiri tentati, hai un bottino di 12 punti. Per avere 12 punti, con il tiro da 2 punti, devi fare 6 tiri su 10, il 60%. Se su 20 tiri da 3 mantieni il 40%, fai 8 su 20, 24 punti, che con i tiri da 2 sarebbero 12 su 20. Non è mai semplice, né in un caso né nell’altro, però è facile farsi ingolosire dal tiro da 3 punti: e se facessi 12 su 20 da 3 punti? Mi sposto appena oltre la soglia dei 6,25 sulla sinistra del campo, infilo il primo tiro.

Dollaro, appostato sotto il ferro, prende la palla e me la passa; tiro senza perdere tempo, faccio un altro canestro; Dollaro prende la palla e me la passa, tiro senza perdere tempo, faccio un altro centro, ogni cosa pare al proprio posto nel mondo, non esistono guerre, carestie, ingiustizie, anche se sono dalla parte della retina strappata, posso sopportare tutto; Dollaro mi passa la palla, faccio un altro canestro, potrei continuare in eterno, se tirassi un satellite entrerebbe anche quello, ho la sfrontatezza di dichiarare, al quinto tentativo, mentre la palla è ancora in volo: metto anche questo! Lo so, è davvero inelegante riportare un proprio successo personale, se non fosse che per me fare 5 su 5 da 3 punti non è un trionfo, è una bizzarria irripetibile, un’impostura che mi inquieta. Dollaro prende la palla, l’appoggia tra il fianco e l’ascella, mi fissa immobile, adesso non ha niente del cinema indipendente inglese anti Thatcher, sembra lo smilzo bambino trentacinquenne di uno spaghetti western scaraventato alla periferia di Milano: scommetto una margherita e una media chiara, se fai altri 5 tiri li sbagli tutti. Penso, mi basta 1 su 5, un 20%, roba da Titoli di Stato dell’infanzia, anche se con l’interruzione Dollaro mi ha tolto dal ritmo, riportandomi nel solito vissuto spazio tempo: si è rotto l’incantesimo, siamo entrambi di nuovo consapevoli delle mie scarse qualità di tiratore.

Appena rilascio la palla dalla mano, Dollaro fissa la parabola, lui è sotto l’anello. Sbaglio. Mi sono distratto, divertito nel seguire la faccia di Dollaro e non la traiettoria. Figuriamoci se non metto almeno un tiro, ho appena fatto 5 su 5, dài, non scherziamo. Secondo tiro. Queste piccole sequenze somigliano alle barzellette, quando tra un passaggio e l’altro ci aspettiamo invano un piccolo evento, che tuttavia, non accade mai, eppure ci avvicina al baratro della risata. Sbaglio. Dollaro rimane in un silenzio scaramantico, non vorrebbe rompere l’equilibrio negativo, credo stia aspettando di provocarmi, per distruggermi psicologicamente negli ultimi tiri.

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