Giorgio Falco, microfisica dell’impotenza

Narratori italiani. Emblematica storia della famiglia Hinner, un romanzo a cavallo del Novecento, dove domina l’ostinazione dello sguardo e la lingua battente è al passo con il disordine
Pdf recensione di Giorgio Vasta a La gemella H

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

Nella scrittura di Giorgio Falco c’è qualcosa di fisiologicamente perturbante. Un senso di compressione esercitato dalla scrittura stessa sul nostro sguardo, un incedere della frase che non ha nulla di neutro ma esiste come un vero e proprio contrapporsi allo sguardo medesimo. Quello che Falco, una riga dopo l’altra, riesce a far accadere è una particolare (rarissima) esperienza: in ogni sua pagina il tempo è pressione, percussione, tam­buro battente. Fin da Pausa caffè, il suo esordio del 2004 con Sironi (una raccolta di racconti dilagante e autoptica, splendida intuizione editoriale di Giulio Mozzi ai tempi di una collana indispensabile come fu Indicativo Presente), e passando per L’ubicazione del bene, pubblicato nel 2009 da Einaudi Stile Libero (un libro in cui le case sono le declinazioni concrete di un’allucinazione di salvezza), si ha la sensazione che Giorgio Falco sia dominato da una duplice ossessione: da un lato dal bisogno di ricomporre per via letteraria una genesi del contemporaneo, vale a dire di quella cosa che chiamiamo presente; dall’altro dal desiderio di rendere conto nella lingua di ogni microfenomeno umanamente percepibile gli infrasuoni, l’ultravioletto, le più minuscole increspature dell’esistente.
La combinazione di queste due ossessioni genera una scrittura famelica, un impulso linguistico di continuo all’inseguimento delle cose, della loro forma, della materia che le costituisce, di come il tempo in modo naturale le disgrega.
La gemella H, pubblicato di nuovo da Einaudi Stile Libero (pp. 360, euro 18. 50) è un romanzo dominato per intero dalla persistenza dello sguardo. Dalla sua ostinazione percettiva che ininterrottamente, svelato il mondo nella lingua, si trasforma in trauma e in incanto.
A partire da una curiosità semiotica simile a quella che spinse Victor Klemperer ad annotare e a esaminare in tempo reale la progressiva nazificazione delle infrastrutture socioculturali tedesche usando come cartina di tornasole le trasformazioni del linguaggio quotidiano, Falco racconta la storia della famiglia Hinner attraverso e oltre il Novecento, dalla cittadina immaginaria di Bockburg, in Baviera, dove le gemelle Hilde e Helga nascono nel 1933 – quaranta giorni dopo la nomina a Cancelliere del Reich di Adolf Hitler –, al trasferimento a Merano, a Milano e poi a Milano Marittima, dove Hans, il padre delle gemelle, perduta la moglie, da giornalista che era si reinventa albergatore, o meglio ancora imprenditore della vacanza, gestore del divertimento estivo («la somma delle esi­stenze altrui è la nuova vita di Hans Hinner»).
Raccontando come l’ordinario reitera se stesso attraverso la coscienza di ciò che si possiede («Abbiamo il frigorifero elettrico, il refrigerante è al freon […]Abbiamo l’aspirapolvere, risucchiamo briciole, capelli, insetti […]Abbiamo il ferro da stiro a vapore, l’asciugacapelli che mi sorprende ancora […] Abbiamo la lavatrice e la lavastoviglie, il tostapane automatico») e nella certezza di ciò che non si diviene (magnifica l’invenzione letteraria dell’Uomo di Lenhart e della sua modestissima infelicità da scapolo quando appena pagato l’affitto «si sente sprofondare in tutto ciò che non è ancora diventato, e forse mai sarà»), La gemella H collauda un’ipotesi stupefacente: ciò che siamo, le forme del nostro pensiero, il modo in cui viviamo è filiazione diretta delle logiche totalitarie.
Quando terminata la Seconda guerra mondiale la famiglia Hinner muove verso l’Adriatico e l’Europa si ricompone trasformando la lesione del conflitto in una regola talmente intessuta nelle cose da non venire più percepita come tale, ecco ciò di cui si è consapevoli: «Milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose. Ridimensionata la visibilità dell’ideologia – ora diluita sotto ogni traccia – resta la volontà di vivere secondo quelle stesse dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorativi e familiari». Nel passaggio dalla Germania all’Italia, dal giornalismo all’imprenditoria, Hans Hinner sperimenta la felicità gelida del capitale, quella sua straordinaria euforia assiderata che incessantemente trapela – in ognuno con una diversa intensità – come una delle nervature del contemporaneo. Il transito dalla guerra alla pace permette un’ulteriore consapevolezza: la messa in torsione dell’etica, il suo sfiguramento proprio del conflitto bellico, non è qualcosa che termina con la fine della guerra ma prosegue in forme più attenuate e diluite, socialmente compatibili. La miseria – lo chiarisce il comportamento di Helga quando vuole che il suo fidanzato venga assunto come cuoco presso l’hotel di famiglia – è legittima, integrabile e integrata, democraticamente disponibile: è il famigerato mezzo giustificato dal fine.
È una folgorazione: non siamo altro che un processo di adattamento che necessita, per conservarsi, di una serie di travestimenti retorici funzionali a contenere l’incontenibile; al sicuro dalle incandescenze permaniamo in una tiepida vita di penombra che riusciamo persino a immaginare come un rasserenante tepore luminoso. Facendo slittare lo sgomento in eccitazione viviamo in un’inesauribile legittima difesa.
Leg­gendo La gemella H ci si rende conto che Giorgio Falco ha compreso qualcosa di midollare – superficie e abisso insieme, epoca e istante, strutture socioeconomiche e fisiologia, la microfisica del potere e dell’impotenza (di quella sperimentata proprio malgrado e di quella complice), il millenario tragicomico accumulo del respiro nei petti, l’immenso equivoco su cui tutto si sostiene – e che questa sua comprensione plastica delle cose è prima di tutto istinto, intelligenza viscerale, e solo un attimo dopo cognizione, cultura, pensiero boreale. Attraverso il modo in cui Falco fa esistere la realtà sensibile comprendiamo che l’immagine dello scrittore-microscopio – colui il quale bloccato il fenomeno sotto il vetrino della lingua lo esplora nelle sue componenti più minute – conosce un’ulteriore evoluzione. Come se sotto al microscopio fosse montato un piccolo tapis roulant su cui senza sosta scorre la metamorfosi della materia umana (corpo, spa­zio, pen­siero, pia­cere, rab­bia, imma­gi­na­zione, bio­lo­gia), all’attitudine verso lo stu­dio dell’impercettibile Falco unisce una straordinaria capacità balistica: il fenomeno è mobile, spudoratamente cangiante, e dunque per dargli esistenza la lingua deve compiere un movimento al contempo verticale e orizzontale, inabissarsi divagando, deve pedinare il disordine: deve, letteralmente, stare al passo.
«Le voci della sabbia s’intersecano, piccole porzioni di mondo contengono tutto ciò che serve: la ditta va benissimo, ha dieci persone sotto di sé, prendi una sigaretta delle mie, è un capo, è nata la figlia, inizia a perdere i denti, la moglie gli vuole bene, è morta la nonna, i soldi non sono importanti, è diventato prete per fame, ho il serbatoio pieno, quella lì è bella di faccia, chiudo gli occhi per finta».
La scrittura di Falco è un presente battente. Un recettore che capta, stenografa, elenca, preda, restituisce. Pur lavorando con una cronistoria paratatticamente ordinata, Falco lascia evaporare il cronos estraendo da ciò che appare come tempo logico l’assurdo natu­rale, la discrepanza, l’anomalia: il trauma e l’incanto del kairos.
Con La gemella H – con Hilde «ribelle conformista», con Helga per la quale «la scrittura è ancora il momento delle scuole elementari» – riceviamo non solo uno strumento di decifrazione del ventesimo secolo, dunque una semiotica culturale di qualità inestimabile, ma soprattutto un racconto al calor bianco della nostra origine: un romanzo persecutorio che stringe d’assedio l’umano, lo stana e lo perquisisce.

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Giorgio Falco ha scritto con La gemella H uno dei libri più belli dei nostri anni.
Con un unico movimento narrativo, ha inanellato la storia della famiglia Hinner, originaria della Baviera hitleriana, a quella dell’Italia postbellica, sino alle soglie degli anni ’90 (Einaudi, 352 pp, 18,50 euro). Un unico campo sequenza corrispondente al discorso indiretto libero, per cui si passa dai pensieri dei protagonisti ai loro discorsi lungo una sola apparente tonalità narrativa, ma anche alternando alla voce principale di Hilde quella degli altri personaggi, tra cui il suo rovescio, la gemella Helga. Si parte dall’avvento di Hitler per arrivare a una pensione a Milano Marittima. E in mezzo c’è l’ascesa di Hans Hinner, figlio di un fabbro, diventato direttore del giornale nell’immaginaria cittadina di Bockburg, il trasferimento della moglie e delle gemelle a Merano, poi la caduta della Germania, la fuga in Italia di Hans e la nuova vita grazie al denaro ottenuto rivedendo la casa dei vicini ebrei. Il punto culminante del racconto, laddove le uova del drago si schiudono, è nella parte italiana, con la progressiva divaricazione delle gemelle. Falco parla del Male senza concessioni al sensazionalismo, sciogliendo la sua storia terribile come una pastiglia dentro il bicchiere d’acqua d’ogni giorno. Le frasi che lo scrittore pone sulla pagina sono bollicine che salgono dal fondo ed esplodono impercettibili. La gemella H coniuga il racconto ad affresco con un linguaggio sottile e poetico. Utilizzando anacronismi, illuminazioni e invenzioni, questo romanzo ci fa sentire il Male come un fatto quotidiano, che si insinua, non visto né udito, nelle pieghe della vita di ciascuno.

di Francesca Fiorletta (qui)

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

Le placente gemelle in un secchio, residuo di materia da seppellire in giardino, dove nasceranno le rose.
Questa è la descrizione della nascita di Hilde e Helga Hinner, figlie gemelle del giornalista Hans Hinner e di Maria Zemmgrund, donna meravigliosa, che prepara un ottimo strudel con le mele. Siamo a Bockburg, cittadina bavarese, e siamo soprattutto nel 1933, negli anni ossessionanti del Terzo Reich.
Diciamo subito che il nazismo è il chiaro sostrato di cui si nutre la materia del libro, eppure sembra magistralmente non trattato dall’autore, o trattato in maniera del tutto trascendentale, quasi ipotetica nella sua debordante spazialità, di luoghi e situazioni lavorative e contesti economici, specialmente. Dobbiamo arrivare infatti a pagina 153, per leggere a chiare lettere:

La parola H I T L E R è una marcia, il movimento attraversa le lettere da sinistra a destra, la L è lo stivale pronto alla spinta, la R si dirige soddisfatta e panciuta verso il bordo destro, il petto in fuori, per uscire dall’immagine e rientrare ancora una volta nella H, salda unione del bordo sinistro.
E già solo in queste poche righe Giorgio Falco sembra riuscire a condensare tutta l’enormità della potenza distruttrice di quello che ha significato davvero il nazismo, per l’umanità intera. Molto interessante è la prospettiva apparentemente duplice con la quale vengono raccontati quegli anni: da un lato c’è la narrazione estesa e pressoché perfetta di una famiglia, fotografata appunto attraverso l’intimità epistolare della coppia e la candida tenerezza dei sapori culinari semplici, l’insindacabile sofferenza di una brutta malattia ma anche gli assolati innamoramenti mediterranei; dall’altro canto, lo spettro della crescita e/o decrescita economica, la speculazione edilizia, i ribaltamenti di carriera, la pretesa ostentazione di un placido benessere merceologico, egregiamente esemplificato dalla figura fantasmatica dell’Uomo di Lenhart.
Questa è una particolare inserzione, una sorta di piccolo romanzo nel romanzo: Falco s’immerge nella pretesa vita quotidiana di quest’essere essenzialmente pubblicitario, ritratto e plastificato su un enorme cartellone che funge contemporaneamente sia da quadro gnomico conchiuso in se stesso, che da macroscopica parabola impiegatizia, per una feroce allegoria della società contemporanea. Leggiamo, infatti:

Nonostante il fervore, il mondo di Lenhart è la vittoria della staticità sul movimento, non esiste altra possibilità al di fuori di questa narrazione che azzera tempo e luogo, solo un presente pubblicitario.
La merce è dunque, da Benjamin a Bianciardi, il monocolo, neppure troppo sotteso, invero, con cui Falco ci racconta un periodo storico e politico che potremmo forse solo eufemisticamente definire complesso. E contemporaneamente ci racconta, altresì, degli equilibri sempre pericolanti e delle relazioni affettive e viscerali di tutta una famiglia.
È difficile rendersi conto fino in fondo se e quanto l’ambiente decisamente più intimo sia funzionale alla comprensione del contesto sociale più ampio, o viceversa. Certamente, nella scrittura di Falco, il tema familiare è sempre un elemento preponderante: la minuziosa analisi dei rapporti prende corpo sulla pagina attraverso i ricordi più fisici e istintuali, per l’appunto, come dicevo all’inizio, tanto del sapore di uno strudel con le mele, quanto della carezza bagnata su un corpo ormai livido, esanime.
A questo assurdo giogo del tempo, ravvisato e procrastinato con elegante finezza stilistica, non tutti sono in grado, infatti, di sopravvivere.
Quale e soprattutto che cosa sarà, perciò, la Gemella H? Quella «salda unione del bordo sinistro», che è insita e connaturata nel gerarca più crudele e potente che l’umanità abbia mai avuto il disonore di conoscere, così come nel cognome dell’omuncolo pubblicitario, simbolo perfetto della definitiva mercificazione del sistema, è infine in grado di rovesciare il suo incredibile anatema sull’intera famiglia Hinner, e quindi, per estensione, su tutti noi.

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

La foto in copertina, di Sabrina Ragucci, mostra tre mele appoggiate su un piano. Non sono freschissime; una anzi – la prima da sinistra – mostra pronunciati i segni del tempo. Ma il modo in cui sono riprese – il bianco e nero, lo sfumato dei contorni, l’ombra incerta sul piano – è proprio da una collocazione precisa nel tempo che le allontana.

Di nuovo delle mele sono chiamate in causa dalla prima frase che si legge (un refrain che tornerà, in seguito, con quieta ma tenace insistenza): «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima». È la frase che canticchia fra sé la protagonista e (per lunghi tratti) voce narrante del nuovo romanzo di Giorgio Falco (il secondo, dopo l’esordio con Pausa caffè – scoperto da Giulio Mozzi nel 2004 – e dopo i magnifici racconti de L’ubicazione del bene nel 2009), La gemella H. Cioè Hilde Hinner: che misteriosamente sin dalla nascita – nel 1933 – si mostra in grado di descrivere la vita propria e della sorella Helga, nata pochi istanti prima di lei.

Le loro vite, dopo un tentativo di Hilde di rendersi autonoma nel mondo del lavoro (commessa alla Rinascente, a Milano, in una Ricostruzione brutale quasi quanto la guerra cui era seguita), procederanno in parallelo sino alla fine, quasi. Tanto simili nell’aspetto esteriore quanto divise fra loro, dentro, da una linea sottile e quasi invisibile – ma che, nondimeno, c’è. L’intero romanzo, in effetti, altro non è che il tentativo insistente, pacato quanto sofferto, di dare una consistenza – se non un nome – a quella sottile linea grigia.

Grigio è il colore-chiave – sin dall’immagine di copertina – della Gemella H. E grigia, con scelta precisa quanto coraggiosa, si è fatta per l’occasione pure la scrittura di Falco. Il quale ci aveva abituato a colori metallici, ritmi martellanti, accelerazioni improvvise (che qui riserva solo a brevi parentesi lampeggianti, come la descrizione virtuosistica d’una corsa al galoppo – non al trotto… – all’ippodromo di Merano). La sua lingua ora è invece avvolgente, indugiante, quasi appiccicosa.

Se nei libri precedenti aveva fornito l’immagine più efficace di un presente accelerato (il futuro più imminente e minaccioso, che gli ha insegnato a ritrarre James G. Ballard), ora suo partito preso è quello di restituire l’immagine, almeno altrettanto eloquente, di un passato ritardato: un passato che non cessa mai di passare e che del presente, proprio per questo, è in grado di scavare le radici più segrete. Una tinta dominante, questo «grigio piombo» – a un certo punto associato alla «dote etica dell’Adriatico» che ci «ricorda, ogni tanto, chi siamo» – che può ricordare quella di un film altrettanto inquietante di qualche anno fa, Il nastro bianco di Michael Haneke; o quella dei celebri ritratti fotografici di August Sander: il quale sin dagli anni Venti s’era messo in testa di realizzare, attraverso migliaia di immagini di «uomini comuni del XX secolo», un esaustivo Atlante della nazione tedesca suddiviso per categorie (sotto l’occhio impassibile di Sander, che perderà un figlio nel Lager, scorrono tanto i giovani nazisti che le vittime designate, i loro coetanei zingari od omosessuali).

Concludeva un suo celebre saggio del 1931, Walter Benjamin, dicendo che quei lavori di Sander «da un momento all’altro […] potrebbero assumere un’imprevista attualità». Appunto nel ’33, giusto assieme alle gemelle H, nasce il regime nazista: che quel corpo sociale, e quel sistema di coordinate prossemiche e fisiognomiche, trascinerà a un immenso e catastrofico Come-volevasi-dimostrare. Anche Hilde Hinner, dopo un fuggevole flirt con un ragazzo di Monaco che vorrebbe proseguire appunto il lavoro di Sander, progetta forse qualcosa del genere: prende di continuo appunti che vorrebbe un bel giorno sistemare, dando voce per iscritto a parole che non le è consentito pronunciare («Non parlavamo mai di Hitler quando c’era Hitler e vivevamo nella nazione di Hitler: vogliamo parlare di Hitler adesso, al mare?»; «finora ho solo finto, con mio padre, mia sorella, con tutti, mi chiedono una vita normale, parlano solo del presente e della costruzione del futuro, tacciono del passato, da dove veniamo»); per il momento si dedica a sua volta alla fotografia – con la Polaroid scatta ritratti dei clienti, in gran maggioranza tedeschi, della modesta ma fruttuosa pensione che il padre Hans, all’indomani della guerra, ha aperto sulla riviera romagnola. Dopo le prime foto con «sorriso turistico» d’ordinanza, i volti dei clienti ricadono nel lattescente grigiore della loro vita reale. Protestano, «noi non siamo così»; ma Hilde consegna loro la prima foto, quella “giusta” – e «tiene il resto per sé, da archiviare». Come in un casellario giudiziario personale.

Noi mangiavamo le mele nello strudel, prima. Ma cos’è successo, in quel prima di cui dopo non si può parlare? Che cosa, prima, ha reso possibile la quiete, il benessere senza domande di dopo? E qual è la linea, innominabile, che discrimina il prima dal dopo? Sono queste le domande cui Hilde vorrebbe dare una risposta. Da dove viene, quella H confitta – come le lettere della Verità sulla fronte del Golem – nel suo destino? In fondo coll’altro Golem – quello che così chiamerà Aleksandr Sokurov, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

Noi mangiavamo le mele nello strudel, prima. Ma cos’è successo, in quel prima di cui dopo non si può parlare? Che cosa, prima, ha reso possibile la quiete, il benessere senza domande di dopo? E qual è la linea, innominabile, che discrimina il prima dal dopo? Sono queste le domande cui Hilde vorrebbe dare una risposta. Da dove viene, quella H confitta – come le lettere della Verità sulla fronte del Golem – nel suo destino? In fondo coll’altro Golem – quello che così chiamerà Aleksandr Sokurov, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

Mentre la madre si ammala e deve portare con sé le figlie in climi più miti, prima a Merano poi appunto a Milano Marittima, Hans Hinner compie tutti i passi che ne fanno un tipico esponente di quella piccola borghesia piena di insoddisfazioni, e violenza repressa, che costituì il blocco di manovra del movimento nazista. Scribacchino presso una gazzetta locale, nel quieto paesello bavarese di Bockburg (nel quale tutto pare filare a dovere, come nel villaggio di primo Novecento nel film di Haneke), accompagna l’ascesa travolgente del nuovo partito facendo di «Mutter» (Germania, pallida madre…), il suo modesto giornale di provincia, un fanatico foglio di propaganda. Dal quale trae autorevolezza, nella comunità, e soprattutto congrui vantaggi economici.

La banca presso la quale ha acceso il mutuo è d’improvviso costretta a condonarglielo (si chiama Blumenstein); i vicini di casa – che hanno una casa più bella, un’automobile più spaziosa, persino un pastore tedesco dal pelo più lucido – d’improvviso si vedono espropriati, sono costretti a svendergli tutto (si chiamano Kaumann). Lo sguardo che dalla scena distoglie Hilde, che continua a trastullarsi in giardino coi suoi balocchi, può ricordare per contrasto quello, altrettanto distante ma fisso nell’orrore, col quale nella scena più traumatica del Pianista di Polanski assistiamo al vecchio in sedia a rotelle gettato dalla finestra dalle SS che rastrellano il Ghetto di Varsavia. Nessuno, a Blockburg, parla di ebrei – men che meno di Soluzione finale. Ma è con quei beni sottratti che, al precipitare della catastrofe, Hans Hinner riesce a riparare in Italia – e rifarsi una vita.
o, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

Mentre la madre si ammala e deve portare con sé le figlie in climi più miti, prima a Merano poi appunto a Milano Marittima, Hans Hinner compie tutti i passi che ne fanno un tipico esponente di quella piccola borghesia piena di insoddisfazioni, e violenza repressa, che costituì il blocco di manovra del movimento nazista. Scribacchino presso una gazzetta locale, nel quieto paesello bavarese di Blockburg (nel quale tutto pare filare a dovere, come nel villaggio di primo Novecento nel film di Haneke), accompagna l’ascesa travolgente del nuovo partito facendo di «Mutter» (Germania, pallida madre…), il suo modesto giornale di provincia, un fanatico foglio di propaganda. Dal quale trae autorevolezza, nella comunità, e soprattutto congrui vantaggi economici.

La banca presso la quale ha acceso il mutuo è d’improvviso costretta a condonarglielo (si chiama Blumenstein); i vicini di casa – che hanno una casa più bella, un’automobile più spaziosa, persino un pastore tedesco dal pelo più lucido – d’improvviso si vedono espropriati, sono costretti a svendergli tutto (si chiamano Kaumann). Lo sguardo che dalla scena distoglie Hilde, che continua a trastullarsi in giardino coi suoi balocchi, può ricordare per contrasto quello, altrettanto distante ma fisso nell’orrore, col quale nella scena più traumatica del Pianista di Polanski assistiamo al vecchio in sedia a rotelle gettato dalla finestra dalle SS che rastrellano il Ghetto di Varsavia. Nessuno, a Blockburg, parla di ebrei – men che meno di Soluzione finale. Ma è con quei beni sottratti che, al precipitare della catastrofe, Hans Hinner riesce a riparare in Italia – e rifarsi una vita.

Papà Hinner resterà in silenzio sino alla fine. Constatando soddisfatto che, ad onta delle apparenze, è «il nostro mondo […] quello che ha vinto». Un mondo sprofondato nel grigiore del quotidiano come «una forma ottusa di rimozione», come fattiva quanto inconsapevole collaborazione con chi lo domina del «soccombente»: il «popolo» che «vuole divertirsi, diventare gente» e «assecondare il flusso di eventi travestiti da soldi», soldi su cui nessuno fa domande, «soldi ripuliti dall’espiazione del lavoro stagionale […], basta attendere un po’ d’acqua salata per cancellare segni, ricominciare». Ma nella discendenza di Hans, profonda quanto sottile, s’insinua la linea grigia di una differenza. Mentre Hilde non riesce a dar voce alla sua inquietudine, Helga segue in tutto e per tutto la logica paterna, facendosi a sua volta imprenditrice turistica.

Se anzi il turismo, come ha insegnato proprio Ballard (e prima di lui Ernst Jünger), è una forma di guerra a bassa intensità, la resistibile ascesa degli Hinner ci fa capire come, più sottilmente, il consumismo piccoloborghese della “villeggiatura” sia un regime totalitario a bassa intensità. Con le stesse ambiguità, le stesse complicità, gli stessi silenzi. Solo una spia, ma decisiva. Helga vuole far assumere dal padre, come cuoco, un fascistello che ha rimorchiato in spiaggia; ma c’è il problema della brava cuoca in servizio alla pensione, una rustica signora romagnola. Allora Helga di soppiatto infila nella borsa della signora Margherita tre mele, e la denuncia come ladra. Una delle mele cade a terra, lasciando senza parole la signora Margherita. La raccoglie Hilde, quella mela. Hilde, che tutto ha visto ma anche stavolta tace. E che quella mela scruta come se in quell’oggetto divinatorio fosse possibile «scorgere nella traccia del passato la predizione del futuro». Fuori dalla rassicurante cosmesi consumistica dello strudel è questo, in effetti, il frutto del Bene e del Male. E in questo specchio opaco, d’improvviso, Hilde si vede appartenere alla Zona Grigia.

Col coraggio delle sue scelte, Giorgio Falco ha compiuto un miracolo che pareva impossibile. Un libro assai discutibile come Le benevole di Jonathan Littell è stato osannato per aver capovolto finalmente quello che Daniele Giglioli, nel suo Critica della vittima, ha definito «paradigma vittimario» (cioè l’identificazione autoassolutoria con le vittime della storia); ma in effetti adottare il punto di vista di un carnefice coi connotati iperbolici del Maximilian Aue di Littell non fa che ribadire il paradigma capovolto: noi non siamo così, non somigliamo certo a quel mostro! Nessuno, invece, aveva avuto sinora il coraggio di far proprio il punto di vista della Zona Grigia: di quell’area sdrucciolevole che non comprende solo la complicità delle vittime, come ci ha mostrato Primo Levi, ma anche il silenzio dei testimoni, il mutismo che li rende a loro volta complici.

È questo lo specchio ustorio che ci brucia gli occhi: come forse – dopo che Hilde s’è consegnata alla sua verità – impara a fare, alla fine, persino Helga. In questi momenti «è come se il mondo si sdoppiasse, si smarcasse da se stesso, per rivelare ciò che effettivamente è». Quell’immagine allo specchio, dolorosissima, ci trafigge da parte a parte. Prova ardua: come dev’essere stata quella, per chi lo ha scritto, di porre la parola fine a un libro simile. Ma è solo affrontando prove come questa che potremo, forse, finalmente rivelarci a noi stessi.

Questo articolo è apparso il 16 marzo su Doppiozero qui
Una versione più breve di questo articolo è apparsa oggi su «Tuttolibri» de «La Stampa»

recensione Cortellessa Tuttolibri

La Gemella H
Dalla Baviera all’Adriatico passando per Merano e Milano. Un romanzo italiano racconta le origini, i lasciti del nazismo e il ’900 attraverso le vite di due gemelle tedesche.

di Cesare Alemanni

Giorgio Falco è l’autore di una raccolta di racconti, L’ubicazione del bene, che mi aveva colpito molto anni fa per il modo secco – qualcuno l’aveva definito minimalista – con cui raccontava il suburbio padano in età post-benessere e ispezionava le esistenze atrofizzate di un gruppo di abitanti di Cortesforza, una cittadina immaginaria dell’hinterland milanese «a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest, un centro in piena espansione commerciale e residenziale». Sposini che “falsificano” a posteriori le foto all’aperto del matrimonio funestato dal diluvio, piccoli imprenditori che faticano a far fiorire un’attività di derattizzazione, cani pulciosi comprati per sopperire all’impossibilità di un figlio, case da sogno che rivelano solo dopo il rogito la presenza di piccoli sgradevoli ospiti: in nove racconti (curiosamente lo stesso numero dei racconti di Carver scelti da Altman per America Oggi o, se preferite, dei gironi infernali) Falco posava uno sguardo impassibile su un’umanità disintegrata dai tragitti pendolari, dalle code in rotatoria, dall’uniformità delle villette a schiera, dalle luci fredde dei centri commerciali, dalla bulimia di desideri destinati a rimanere tali, dall’ideologia tutta, eretta negli anni ’80 sopra un fragile benessere economico, che soggiace a qualunque Cortesforza del mondo occidentale.
Per padronanza stilistica e forza espressiva ritengo L’ubicazione del bene il libro italiano più potente che ho letto negli ultimi anni. Per queste ragioni, non appena ho saputo dell’uscita di un romanzo di Falco per Einaudi ho fatto il possibile per recuperarlo, ulteriormente incuriosito dalle anticipazioni della trama. La Gemella H, questo è il titolo, tratta infatti di una materia non troppo comune nella nostra letteratura. Tratta del nazismo – nel senso “proprio” di nazionalsocialismo tedesco – delle sue origini e dei suoi lasciti “spirituali”.
Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata della prima parte del racconto.

Come ne L’ubicazione del bene, Falco fa cominciare il suo racconto in un’altra piccola cittadina immaginaria poco distante da una grande metropoli. L’epoca però non è la nostra ma quella immediatamente successiva alla fine della Prima guerra mondiale e il luogo non si chiama Cortesforza ma Bockburg, un paese dell’hinterland di Monaco di Baviera prima che hinterland tracimasse dall’urbanistica al linguaggio di tutti. Nel 1918 a Bockburg ritorna Michael Zemmgrund: in trincea ha perso una gamba, è mutilato nel corpo e nell’orgoglio. È marito di Christa Wissens e padre di Maria Zemmgrund, la quale da adolescente si innamora di Hans Hinner, aspirante giornalista figlio di una solida dinastia di fabbri. I due si sposano e hanno due gemelle Helga e Hilde, le cui voci si mescolano a quella dell’autore per tutto il percorso del romanzo. Voci che diventano una sola: la gemella H appunto.
Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata dell’incipit del racconto. La si respira in ogni pagina l’aria di questa cittadina in principio riempita soltanto da invalidi di guerra in cerca di riscatto o oblio, dall’industriosità a capo chino delle giornate bavaresi, dalla severità delle invidie di paese, dalla solennità degli oggetti del primo ’900, dal sentimentalismo tedesco tardo ottocentesco. A Bockburg l’elettricità arriva nel 1921 ma è solo con l’arrivo del Nazismo che arriva davvero il futuro. E Hans Hinner è lì pronto ad accoglierlo. In breve tempo il giovane giornalista diventa direttore del giornale locale “Mutter”, stringe legami con il nuovo mondo politico monegasco, si fa strumento di propaganda, scrive corsivi e discorsi per politici locali. E così inizia a guadagnare sempre meglio. Il simbolo della sua ascesa sociale è una Mercedes-Benz 500K Autobahnkurier acquistata per un niente da un vicino, un ebreo costretto a cambiare aria. Con essa Hinner è finalmente libero di sfrecciare ai centosessanta sulla nuova autostrada, l’autobahn costruita dal Reich. Due case, due gemelli, due macchine, una moglie, un cane, un frigorifero, le merci, il potere d’acquisto: sono questi gli autentici nutrienti dell’adesione di Hinner, della sua famiglia, di quasi tutti gli abitanti di Bockburg, al nazismo. L’ideologia non è politica, è economica. L’ideologia è il nuovo improvviso benessere. L’ideologia politica, il mito ariano, la gloria del Reich, i proclami di Hitler, il Lebensraum sono cosmesi sul volto di tanti piccoli frantumati egoismi che connivono per calcolo, proiettati in un interminabile, inconsapevole desiderio di futuro.
Molti anni dopo gli esordi del nazismo a Bockburg, Hans Hinner ripensa a ciò che sarebbe dovuto essere e non è stato.
«Era nato a Bockburg, lì si era sposato con una donna nata nello stesso posto, a Bockburg erano nate le gemelle, la vita sembrava un accrescimento continuo, lineare, in nome della comunità, dei riti. I genitori sarebbero morti di vecchiaia nei loro letti. Hans Hinner avrebbe ascoltato la predica del parroco giocherellando con la fede nuziale. A Bockburg avrebbero vissuto per sempre, acquistando la casa più bella della cittadina e due case alle gemelle, che sarebbero diventate grandi, rendendo lui e Maria nonni. Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia. La quotidianità era fagocitata da qualcosa di totalizzante, che azzerava tutto e svuotava il senso stesso dei luoghi. Non poteva durare troppo a lungo. Hans Hinner – all’altezza di Parma, mentre sorpassa un camion che trasporta suini al macello – ripete a se stesso, sono stato solo questo, una piccola rotella dell’infinita manovalanza, che vive errori e giorni come un compito a cui obbedire, e dopo ogni fine si ricicla, ed è bene, se vogliamo proseguire, se proprio la vita deve continuare.»
“Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia”

E la vita da scampati di Hinner e delle sue gemelle continua in Italia. Hans guida il suo Maggiolino Volkswagen da Milano a Milano Marittima. Sta andando a comprare un albergo sulla riviera adriatica, le trattative immobiliari lo vivificano, un nuovo tipo di benessere borghese lo attrae come un magnete. Sono gli anni ’50. La guerra si è messa di traverso, ha fratturato la sua ascesa nella provincia bavarese riducendo la sua adesione al nazismo a un distante lumicino. La Mercedes 500 K è rimasta su un ciglio della strada per l’Italia; il resto del percorso lo ha compiuto a piedi. La moglie è morta di malattia. La famiglia Hinner vive a Milano negli anni della ricostruzione. La Rinascente è il simbolo spensierato della rinascita. Altre merci alimentano nuovi desideri. È l’alba del turismo di massa, dell’era degli esodi di agosto. Gli Hinner si mimetizzano con l’ingenua perfidia dei nostri connazionali, ne traggono un profitto senza catarsi mentre, accompagnati dalla voce corale di Falco – mimetica anch’essa con gli stati d’animo della Storia, noi attraversiamo i decenni dell’accidentale sviluppo del nostro paese fino all’oggi, e intanto il sentimento della provincia bavarese anni ’30 si stempera nell’Adriatico, si immerge nel Naviglio Grande. «Ci aiuta l’insorgenza di un anomalo disturbo della memoria. Il motto collettivo è qualcosa di simile a dimenticate in memoria di me. Le nostre azioni passate svaniscono seppellite dagli stereotipi. Il Grande Male. La Belva Umana. Il Criminale Assoluto. Milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose. Ridimensiona la visibilità dell’ideologia – ora diluita sotto ogni traccia – resta la volontà di vivere secondo quelle stesse dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorati e familiari».
Come ha scritto Roberto Saviano nella sua recensione de La Gemella H: «Se mi avessero detto che questo romanzo racconta come il nazismo nel suo cuore sia stato anche una sorta di esperimento di una entità sovrumana che continua a scorrazzare, una “alba dei grandi magazzini”, l’involucro tremendo in cui facevano le loro prime prove mondiali e di larghissimo respiro i riti della merce di massa e del consumo a un tempo di massa e individuale, le tecniche novecentesche del desiderio e dell’accrescimento infinito, avrei forse pensato a un nuovo episodio della serie: il Reich immortale e simili fantasie». Qualcosa del genere l’avevo temuto anche io prima di cominciare la lettura, ma Giorgio Falco è bravo abbastanza da correre un simile rischio e uscirne scrittore indenne. Il che non si può dire di quasi nessuno di quelli che prima di lui hanno provato a raccontare il nazismo, in Italia.

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