Uno spazio di seduzione di Flavio De Marco

luglio 17, 2015

Condominio Oltremare, oltre ad essere un titolo bellissimo, non soltanto per un libro, ma per un nucleo significante che, attraverso l’accostamento dei questi due termini, suggerisce l’idea di uno spazio aperto e chiuso allo stesso tempo, Condominio Oltremare, dicevo, è uno di quegli oggetti che ossigenano le differenti discipline artistiche nel momento in cui sono fortificate in una felice convivenza. Nel caso specidfico mi riferisco alla parola e all’immagine, o meglio all’arte letteraria e a quella fotografica, che in questo libro si accostano illuminandosi a vicenda, vorrei dire ad un farsi luce che mantiene sempre una necessaria indipendenza nella fonte originaria.

Le pagine che allineano la scrittura di Giorgio Falco e le immagini di Sabrina Ragucci presentano fin dall’inizio un triplo ritmo: quello della narrazione, quello del catalogo di immagini e quello del testo con immagini. Ma si tratta in fondo di un effetto apparente poiché non vi è in sostanza che un solo ritmo, quello sincopato che si genera dall’incidente del fuori registro tra ciò che vediamo e ciò che leggiamo. Si tratta in sostanza di una asimmetria che non garantisce uno scorrimento lineare della lettura, perché la sponda immagine-testo apre di continuo dei buchi semantici, riempiti in modo alternato dal visivo e dal narrativo. Mi spiego: il libro potrebbe sembrare un’unica narrazione, in cui l’immagine confina ed espande il tempo del racconto, così come la narrazione collega e reinquadra lo spazio non fotografato tra un luogo e un altro, tra una saracinesca e un albero per esempio. Però mi sembra che queste due direzioni di senso non scorrano in modo lineare, che non siano parallele, che l’una non nasca dove finisce l’altra, ma che, mi sia concessa la forzatura, semplicemente si corteggino, si desiderino, senza mai veramente toccarsi. In questo corteggiamento definiscono uno spazio di seduzione in cui il lettore vede i due linguaggi muoversi l’uno verso l’altro, vede la punteggiatura della parola sull’immagine, e i segni che l’immagine riflette sulla parola, senza alcuna unione finale, ma piuttosto come due parti di un motore spazio-temporale che accelera e rallenta in circuito senza traguardo.

Condominio Oltremare è in sostanza un’indicazione su come sia possibile spingere la propria specifica ricerca artistica, osservando quello che accade in un altro linguaggio con la coscienza di precisi confini dell’azione espressiva. Intendo dire, osservando questi due autori, che uno scrittore può forzare il piano narrativo guardando fissa un’immagine senza cadere nella trappola della didascalia, con una scrittura che si limita ad evocare tutto quello che l’immagine non svela. Così la forzatura accade più per tradimento che per fedeltà all’immagine, tradimento però che implica sempre un atto d’amore precedente. Intendo dire che la vera visione, la visone che è propria del visionario, si genera da una precisa presa di coscienza dei confini linguistici, è che lo sfondamento del visibile, la rottura espressiva, si genera da questi confini verso l’interno, e non viceversa. Ma quello che permette tale rottura, tale affondo linguistico inteso come necessità di scavo in direzione di quello che ancora non si è rivelato, è proprio la possibilità di guardare al di fuori di questi confini, appropriandosi temporaneamente di altri strumenti di visione, di altri segni, per poi tradurli e reinserirli necessariamente nel proprio limitato campo espressivo.

Condominio Oltremare mi appare in sostanza come la possibilità di fotografare sulla traccia di una proiezione visiva che si genera da uno specifico ordine di parole, da un loro punteggiare lo spazio negando, come nel caso di Falco, qualsiasi ammiccamento realista, ma piuttosto servendosi della realtà oggettiva come indicatore di una sospensione del reale, di qualcosa che è lì e allo stesso tempo non è più lì, di una fantasmagoria che si genera a partire dai punti più banali della percezione. Viceversa, il libro mi appare anche come la possibilità di scrivere guardando attraverso finestre da cui il paesaggio esterno è una sequenza di piani da riorganizzare nella profondità dello spazio, che nelle immagini di Ragucci si manifesta sempre in negativo, come marginalità da cui muoversi per andare a vedere quello che realmente bisognerebbe vedere, ovvero il luogo di cui queste fotografie sembrano essere il riflesso, accorgendosi poi che non esiste, al di qua del piano, alcun reale modello.

Condominio Oltremare è la realizzazione di un turismo rovesciato, dove dal nulla da vedere si genera la vita oscura e segreta di un’eccezionalità che non ha nulla di appariscente, di una monumentalità in negativo in cui la scala di grandezza non è più tridimensionale, ma piuttosto unidimensionale, fatta di tanti piccoli buchi da cui si accede senza alcuna spettacolarità ad una nuova fenomenologia del paesaggio, in cui le cose non sono semplicemente gli oggetti che guardiamo, ma ripetuti orizzonti di sconfinamento, gabbie apparenti rotte dalla pupilla che tende all’oltre, oltremare non più cromatico ma essenzialmente emotivo, che tende a fissare la mobilità della linea che ridisegna di continuo la separazione tra terra e acqua nell’umidità cangiante del bagnasciuga.

 

Nota: La parola “condominio” sempre essere il vero spazio da cui si può vedere “oltremare”, nel senso di uno sguardo rivolto dal mare verso la terra e non viceversa. La prospettiva opposta infatti, quella comune, dovrebbe mostrare il mare all’orizzonte, ma il mare qui si limita una sola apparizione, nei 59 scatti raccolti nel libro, una piccola striscia azzurra sul bordo alto dell’immagine in cui figurano come protagonisti tre campi da beach volley abitati dai fantasmi marini dell’inverno.

 

(Questo pezzo è uscito su Exibart cartaceo)

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