Antonio Tricomi recensisce La gemella H – Lo Straniero

luglio 20, 2014

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

Non c’è storia
di Antonio Tricomi

La gemella H di Giorgio Falco (Einaudi) è a parer mio il miglior romanzo italiano dai tempi di Troppi paradisi, pubblicato da Walter Siti poco meno di un decennio fa. O è ad ogni modo questa l’impressione di uno spettatore saltuario e idiosincratico dell’odierna scena letteraria nazionale, la cui complessiva modestia non spinge il critico a sospettare di aver perso chissà quali perle sottraendosi al vaglio sistematico delle più rilevanti novità editoriali. Così, per provare a chiarire le ragioni che mi suggeriscono di considerare eccezionale il libro di Falco, tenterò di spiegare quelle due o tre cose che, ai miei occhi, esso è ma al contempo non è: la pur rapida analisi di questo suo costitutivo e ambivalente polimorfismo confermerà, spero, l’indubitabile pregio narrativo e culturale del volume.
Anzitutto, La gemella H non è, per quanto sembri, un romanzo familiare, con ciò intendendo sia una rivisitazione letteraria delle vicissitudini occorse nel tempo a più generazioni di individui che discendano da avi comuni, sia – in senso freudiano – la ricognizione delle fantasie sui propri genitori elaborate da un bambino che anche in età adulta subisca l’influenza di tali sue elucubrazioni. Capiamo fin dalle prime battute che il testo vuol giocare con questa possibile, e già di per sé plurivoca, maschera identitaria. Pare infatti esserci il ricordo della celebre massima affidata da Tolstoj alle pagine di Anna Karenina – «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo» – nelle parole con cui la voce narrante iscrive il proprio resoconto nella tradizione letteraria alla quale appartengono, per esempio, I Buddenbrook di Thomas Mann, cioè il modello che la quarta di copertina troppo precipitosamente azzarda essere quello riformulato da Falco: «Ogni famiglia rinchiude il passato dentro frasi significative, ritornano un paio di volte all’anno, pesano come un canto malinconico, a cui si dà voce con un duplice intento: la speranza che nella frase qualcosa possa mutare; la certezza che, anche per questa volta, nulla cambierà». E d’altro canto, parole simili possono ugualmente suonare come quelle di una donna non più giovane – perché, iniziamo a convincercene quasi subito, dovremmo trovarci al cospetto di una narratrice – che promette appunto di offrirci non necessariamente una cronaca familiare, e invece, con ogni probabilità, una sorta di scivolamento di quest’ultima in una costruzione fantasmatica individuale. Tuttavia, che La gemella H abbia soltanto l’involucro della canonica, e senza dubbio negativa, epopea dinastica o dell’interiorizzata, e verosimilmente autodistruttiva, mitografia familiare siamo costretti a intenderlo appena ci chiediamo, dopo essere andati avanti con la lettura: ma a chi è realmente assegnata, nel testo, la responsabilità del racconto?
All’inizio, diremmo che a ripercorrere per noi le vicende della famiglia Hinner – dai primi decenni del Novecento fino ai giorni nostri, da un’indemoniata Germania nichilista, nella quale prendono corpo, in rapida sequenza, la Repubblica di Weimar e il regime nazista, a una gattopardesca Italia strapaesana, consegnatasi in principio a Mussolini, poi freneticamente dedita alla ricostruzione, quindi ammaliata dal boom economico, poco dopo nuovamente in crisi, in seguito sfacciatamente triviale, oggi inqualificabile – sia Hilde Hinner, nata nel 1933, morta suicida ottanta anni più tardi. Presto però ci accorgiamo che la voce di costei diventa anche quella di un anonimo, algido e onnisciente narratore che, nel muovere i fili del racconto, sembra avere la lucida imparzialità di chi professionalmente dissezioni una storia ridottasi, per l’appunto, a cadavere da fare in pezzi nel tentativo di comprendere e studiare la malattia che un tale decesso ha determinato. E, ancora, ci rendiamo altresì conto che a parlarci, dal testo, è anche Helga, la gemella di Hilde. Né l’attitudine ventriloqua del racconto si esaurisce qui, giacché, a un certo punto, si radica in noi l’idea, assolutamente corretta, che esso in verità sia la risultante, giocoforza impersonale, di un muto coro dalla violenta o ipnotica capacità costrittiva: quello generato dai divieti e dai feticci, dai castighi e dalle illusioni di autodeterminazione individuale, dai godimenti e dalle frustrazioni, dalle paure e dal conformismo che, senza soluzione di continuità, i totalitarismi e i successivi sistemi democratici, nello scorso secolo e ancora oggi, hanno saputo e parimenti sanno sia costruire sia imporre ai cittadini non solo occidentali. D’altra parte, l’ipotesi interpretativa sulla quale si fonda l’intero libro di Falco è la seguente: «Succede nelle dittature e nelle democrazie, la quotidianità prende il sopravvento come una forma ottusa di rimozione, di difesa, e suggerisce la vita». Una vita che uomini e donne degradati a più o meno consapevoli automi possono immaginare di rendere piena, felice, libera solo accettando la pigra introiezione dei cliché, dedicandosi alla fruizione incondizionata delle «montagne di merci» offerte loro e impegnandosi di volta in volta a dimenticare qualsivoglia turpe passato, sì da ridimensionare, trascorsa ad esempio l’epoca delle dittature esplicite, «la visibilità dell’ideologia» e da applicare immancabilmente «ai rapporti lavorativi e familiari» le medesime «dinamiche totalitarie» coniate dai regimi novecenteschi.
Ecco, se l’andamento paratattico che caratterizza la prosa della Gemella H si scioglie costantemente in nude elencazioni – alla Don DeLillo, verrebbe da dire, pensando anche semplicemente all’incipit di un romanzo quale Rumore bianco – di oggetti, pensieri, persone, stati d’animo, dati, fatti, è appunto perché Falco, nelle pagine del libro, cede metaforicamente la parola, con raggelato sguardo da anatomopatologo, al meccanismo di dominio che, a parer suo, impera in Occidente da più di un secolo e per intero coincide, persino quando si camuffa da discorso culturale, con la cinica e asettica supremazia di una pura «sfera economica, finanziaria», capace di reificare ogni esistenza, riducendo tutto – individui, sentimenti, saperi – a mero calcolo combinatorio della trionfante e astratta logica capitalistica. Alla quale, sembra ancora suggerirci lo scrittore, riesce l’orrido gioco di prestigio di rigettare gli esseri umani in un niente affatto edenico e, per estremo paradosso, totalmente artificiale stato di natura in cui essi – bestie addomesticate al guinzaglio di un mefistofelico idolo chiamato denaro – indifesi giacciono, vittime del loro stesso zelo di servi del soldo e non altrettanto capaci di mantenersi fedeli a un proprio istinto di sopravvivenza di quanto ad esempio si rivelino gli animali o, più in genere, le pur stuprate esistenze non antropomorfe. Se già nei racconti compresi nell’Ubicazione del bene – volume a suo modo impeccabile, ma che forse non lasciava presagire quell’incredibile salto in avanti rappresentato dalla Gemella H – Falco ritraeva le donne e gli uomini del nostro tempo come i disillusi e però irriducibili anelli deboli di un mondo desertificato da una culturalmente degna presenza attiva degli individui e nei fatti dominato, oltre che dagli inanimati ingranaggi disumanizzanti del sistema sociale, da topi, scarafaggi, piccioni, zecche, cani, gatti, formiche bianche, ora egli assegna a un muto personaggio, che sotto certi aspetti è quello realmente emblematico del libro, il compito di ribadire questa stessa analisi della macchina produttiva di ieri, di oggi.
Nel 1938 la famiglia Hinner accoglie infatti un nuovo membro, ossia una cagna che, in omaggio a quella di Hitler, viene chiamata Blondi. Per tutto il romanzo, dunque per più di settant’anni di storia familiare, sia accanto a Hilde sia al fianco di Helga troviamo quest’amata “sorella minore”: com’è possibile? Nella Nota dell’Autore che chiude il volume, non a caso leggiamo: «Sebbene all’interno del libro pare esista un unico personaggio Blondi, che attraversa il Novecento e arriva fino a noi, in realtà le generazioni canine sono sei». In altri termini, la famiglia Hinner dà sempre lo stesso nome alle cagne che, di volta in volta, sono scelte per rimpiazzare la prima. Cartina di tornasole della tessitura allegorica tutta cucita dal testo, quel personaggio sempre condannato a morire e ad essere richiamato in vita, che è Blondi, incarna perciò i significati principali del libro: è un testimone, o meglio una vittima nominale, della continuità esistente, nell’ottica di Falco, tra regimi totalitari novecenteschi e sistemi democratici odierni, tra un passato mai davvero trascorso e un presente mai realmente nato; con la sua pur solo fittizia longevità, conferma che, per quanto soggiogate e stravolte dagli uomini e dagli esperimenti ingegneristici di costoro, le diverse forze animali, o in senso proprio naturali e in ogni caso non umane, potrebbero divenire, finanche nelle forme non più canoniche o persino semiartificiali che esse sono obbligate incessantemente ad assumere in risposta agli attacchi subiti, le sovrane effettive dello scenario tendenzialmente apocalittico prodotto dalla civiltà contemporanea. Convincimento, questo appena riassunto, che ispirava già, ad esempio, le pagine dell’ultimo Volponi: anzitutto quello del Pianeta irritabile, ma, per certi versi, anche quello delle Mosche del capitale.
Così, non mi viene in mente, da un lato, un romanzo, quantomeno italiano, altrettanto radicale della Gemella H nell’assumere, allorché si tratti di interpretare sia il Novecento sia il nostro tempo, il punto di vista del Günther Anders dell’Uomo è antiquato e del Guy Debord della Società dello spettacolo. Persuaso, il primo, che l’Occidente si sia affrancato da quel nazismo nel quale «nichilismo di massa» e «annichilazione di massa» coincidevano, dentro un sistema totalitario che reperiva nel sovrano assoluto il proprio garante, per consegnarsi a democrazie di ectoplasmi, ricalcate sul modello della società americana, in cui la sfera dei consumi, della comunicazione e della produttività ci governa e ci spreme nella maniera più dispotica immaginabile, tanto che «il mondo degli apparecchi ci omologa in modo più dittatoriale, irresistibile e irreversibile di quanto il terrore – o la visione del mondo sottomesso al terrore di un dittatore – potrebbe fare mai, mai ha potuto fare». Convinto, il secondo, che già il dopoguerra abbia sancito l’avvicendamento tra due diverse forme «del potere spettacolare»: da quella «concentrata», che, «mettendo in risalto l’ideologia riassunta intorno a una personalità dittatoriale, aveva accompagnato la controrivoluzione totalitaria, sia nazista sia stalinista», a quella «diffusa», la quale, «incitando i salariati a effettuare liberamente le loro scelte tra una grande varietà di merci nuove in competizione, aveva costituito quell’americanizzazione del mondo che per certi aspetti spaventava, ma soprattutto affascinava i Paesi in cui le condizioni delle democrazie borghesi di tipo tradizionale avevano potuto mantenersi più a lungo».
E però, dall’altro lato, proprio le affinità culturali fin qui intraviste, sommate a ulteriori sintonie che urgerà precisare, mi confermano nell’idea che La gemella H non sia, benché indubbiamente lo sembri, un romanzo storico. Intendo anzitutto dire che in merito al libro di Falco – autore almeno all’apparenza disposto, magari sulla scia di Hegel, a considerare la storia intera un «banco da mattatoio», o comunque verosimilmente incline, come Kurt Vonnegut, a ritenere il Novecento un osceno «mattatoio» – sarebbe forse lecito affermare qualcosa di simile a ciò che si è autorizzati a sostenere a proposito dei Sonnambuli di Hermann Broch, il capolavoro al cui impianto non già formale, ma concettuale può essere accostata – al di là del differente valore delle due opere – la poetica al fondo antistoricistica che ispira La gemella H. Si ricorderà, infatti, che i romanzi di cui consta la trilogia costruita dall’autore viennese – Pasenow o il romanticismo, Esch o l’anarchia, Huguenau o il realismo –, benché dichiarino sin dai sottotitoli – 1888, 1903, 1918 – di volersi presentare anche come spaccati dei diversi momenti che segnano l’inizio, l’apogeo e la fine dell’impero guglielmino, nonché il trionfo, la crisi e la dissoluzione della grande civiltà borghese europea, in verità sfuggono al desiderio, costante per esempio nel succitato Thomas Mann, di offrire al lettore un rigoroso affresco storico. Essi sono cioè disinteressati – ha notato Milan Kundera – a «una storia reale, che (per caso) ha avuto luogo», avvertono piuttosto il fascino dell’energia «sotterranea, invisibile, che plasma le persone e i loro pensieri», sicché tratteggiano caratteri che si rivelano «ipnotizzati da forze sotterranee e agiscono (come sonnambuli) senza poter spiegare razionalmente perché fanno ciò che fanno, perché dicono ciò che dicono», così mostrandoci non già tre tappe successive di un catastrofico divenire della struttura sociale, ma «tre possibilità storiche dell’esistenza europea» obbligate a convivere, fuori dal tempo, in un invariabile, eterno presente che sancisce la fine della storia. Al posto della quale, con la piena modernità novecentesca e a un passo dalla costituzione del regime hitleriano, ovunque in Occidente governa – apprendiamo da Huguenau o il realismo – la «pura astrazione», che «pervade la logica di ogni opera determinata dal valore» e, dopo averla resa «spoglia di contenuto», la spinge non soltanto a vietare «qualunque deviazione dalla forma funzionale, sia essa quella del costruire o quella di un’altra attività», ma anche a radicalizzare le «singole sfere» così ottenute sino al punto che, «abbandonate a se stesse e spinte all’assoluto», queste «si separano le une dalle altre, muovono su vie parallele e, incapaci di formare un sistema comune di valori», guadagnano una coatta «parità» meramente strumentale, del tutto priva di senso.
Ebbene, Falco riconosce espressamente nel denaro – da produrre, cumulare, investire, scialacquare senza tregua – il motore, l’esito ultimo e addirittura l’essenza stessa di siffatto principio autoreferenziale di superamento della storia e di rinnegamento dei diversi aspetti e dei vari significati dell’esistente. Ne scaturisce, per individui a loro volta svuotati di sé e resi evanescenti, l’obbligo di vivere in un «mondo astratto di regole e numeri distanti dalla realtà, astrazione che tuttavia la compone nel suo fondamento». E dunque non si vuol suggerire né che La gemella H proietti artificiosamente il presente sul passato, né che, al contrario, Falco interpreti lo scenario odierno prolungando indebitamente su di esso l’ombra di un’età trascorsa, in un caso come nell’altro finendo comunque col regalarci una sorta di ricognizione in maschera e in costume sia del tempo andato, sia della nostra epoca. Ché anzi lo scrittore è assai accorto nell’individuare, con sagace attitudine genealogica, continuità, trasformazioni e rotture tra “il mondo di ieri” – per dirla col titolo del capolavoro di Stefan Zweig, altro autore alla cui riflessione sulla modernità e sul Novecento Falco parrebbe essere sensibile – e quello di oggi. Per esempio, narrandoci – in pagine che sembrerebbero avere più di un debito con taluni romanzi e con certe cronache di Joseph Roth – l’attività giornalistica di Hans Hinner, padre di Helga e di Hilde, nella Germania degli anni Venti e Trenta, e rimarcando il crescente rilievo sociale che in quel periodo presero ad avere la radio, il cinema e le celebrità costruite da quest’ultimo, egli intende sì rammentarci che l’industria culturale e la civiltà dello spettacolo ormai sovrane iniziano allora a formarsi per come adesso le conosciamo, ma non esita a sottolineare le differenze tra una bolla massmediologica chiamata un tempo a cementare, non solo nel Reich, svariate ideologie nazionalistiche, tutte comunque inclini a considerare il benessere di una comunità esclusivamente figlio dell’espansione territoriale di essa, e oggi invece richiesta di imporre un’universale concezione del progresso quale semplice frutto dei godimenti individuali.
Né sarebbe lecito affermare che il ritratto dell’individuo fascista – o dell’«Uomo di Lenhart», come viene ribattezzato dal testo – propostoci da Falco risulti troppo schiacciato su quello dell’attuale italiano medio che si potrebbe abbozzare, poiché l’ignavia etica, il ritardo culturale e il conformismo del primo sono in ogni caso ricondotti al bisogno psicologico di sottomettersi a «qualcuno di più potente» – si tratti del «partito», della «burocrazia», dei «baffi dell’addetto dietro lo sportello», dei magnati o dei diktat «dell’industria», di ipocriti «intellettuali amanti delle canzonette» e «dell’istupidimento popolare di massa» basato su di esse –, mentre i medesimi vizi, nel secondo, pur ascritti all’identico atteggiamento e a un analogo desiderio di subalternità a miti e interlocutori dominanti, sono comunque interpretati quali indegne tare antropologiche di colpo sdoganate da imperativi consumistici tesi a esaltare arrampicatori sociali e idolatri dei simulacri o delle merci estetizzate messe in circolo dal sistema. E neppure si dovrà credere che un presunto conservatorismo, in verità irrintracciabile nel testo, spinga Falco ad anticipare ingiustificatamente agli anni Sessanta quel culto del rampantismo e del corpo che solo un ventennio più tardi avrebbe gettato le basi per tradursi in ciò che ormai da tempo è divenuto: la nostra unica religione civile. Giacché invece, esaminando la mentalità affaristica diffusa negli anni della ricostruzione e poi del primo benessere di massa, come pure ricordandoci che quello è altresì il periodo in cui esordisce l’oggi imperante chirurgia estetica, l’autore vuole casomai schizzare un’ancora inusuale – e però dalle nuove generazioni di scrittori viepiù tentata – esplorazione del lato oscuro di ciò che in breve chiamiamo il ’68, per mostrarci che allora prese certo avvio una benefica liberazione dei costumi non solo sessuali, ma si affermò anche una spinta a «vergognarsi» di non realizzare in pieno i propri desideri e a «essere ancora poveri», macchiandosi di quella stessa miseria persino etica colpevolmente patita durante la guerra, che partorì ossessioni vitalistiche rivelatesi con il tempo socialmente distruttive e un culto della ricchezza in seguito divenuto addirittura spasmodico.
E dunque, al di là delle apparenze, La gemella H non è, si diceva, un romanzo storico in senso stretto per lo stesso motivo che non lo fa essere, seppur magari lo sembri, un pamphlet sul presente sotto mentite spoglie. Perché, a cento anni dall’inizio della Grande Guerra, Falco viene insomma a suggerirci che, da un secolo a questa parte, «un anomalo disturbo della memoria» e un paradossale «motto collettivo» – «qualcosa di simile a dimenticate in memoria di me» – ci hanno indotto e ancora ci inducono periodicamente a celebrare l’inizio di una storia nuova, in genere definita epoca postmoderna, costringendoci ogni volta a rimuovere, e poi d’improvviso a riscoprire in maniera sempre traumatica e invariabilmente fugace, che invece viviamo ancora l’agonia, ormai a tal punto patologica da sembrare inesauribile, di una modernità esiliatasi dal tempo e della quale passivamente proseguiamo «il meccanismo inconsapevole». E a chi gli rimproverasse di aver arrischiato paragoni davvero troppo impegnativi per lodare La gemella H, al critico non resterebbe che ribattere di aver solo inteso scovare riferimenti ideali magari utili a chiarire poetica, forma e contenuti di una colta e tuttavia originale opera-mondo, salvo spingersi poi altresì ad aggiungere, forse indispettito: meglio essere accusati di eccessivo entusiasmo, che di preconcetta severità, allorquando ci si imbatte in un libro senza dubbio importante.

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