Le mele avvelenate di Giorgio Falco, Lo Straniero

maggio 27, 2014

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci. C-Print, 2009

di Marcello Benfante

La Storia e il romanzo. L’acquario plausibile entro il quale i pesciolini personaggi d’invenzione sguazzano impauriti e sconfitti o vittoriosi e incolumi insieme ai grandi, provvisori pescecani della Storia. Il tentativo di sopravvivere, di essere ossessionati per riconoscere – durante le varie fasi della vita – le visioni, le domande accatastate nel deposito pazzo che è l’infanzia. Ovvero: un pomeriggio qualsiasi, bambino in spiaggia, sulla riviera romagnola. La consapevolezza storica diventa qualcosa di più grande, essere presenti a se stessi è anche la consapevolezza di essere estranei a se stessi, risvegliarsi lontano dai giocattoli, ricordare come cade la luce sugli ombrelloni aperti e inclinati quel tanto che basta per creare sui corpi un po’ di ombra allungata peraltro rifuggita dalla maggioranza sdraiata al sole, su asciugamani colorati o su lettini con i nomi degli stabilimenti balneari, gli occhi chiusi schermati secondo la moda del momento da lenti a specchio, lì dentro i vicini riflessi diventano insetti semoventi. Domandarsi il significato delle parole della maestra: sono passati trent’anni dalla fine della guerra, il cinquantenne del ’75 – uno che in questo istante avrebbe 89 anni – ha vent’anni nel 1945. Trent’anni sono pochi o sono molti? Ma chi è quest’uomo italiano che qui assume solo le sembianze del bagnante, del villeggiante, del turista senza colpa, è soltanto un po’ di pelle da abbronzare, tutta superficie, tutto presente? Proprio come il turista tedesco occidentale soddisfatto di sé, che mangia la mia stessa pizza di stasera, che rimuove tutto per conquistare le settimane di ferie e l’automobile con l’adesivo D accanto alla targa Munchen? La continua interrogazione per non arrivare mai a una risposta. Mi interessa la scrittura quando cerca lo slittamento e diventa allucinazione precisa dell’epica dei minori. Sottrarre la scrittura al Tempo per proiettarla nel tempo parallelo di se stessa narrazione, che privilegia i momenti qualsiasi, opachi ma attraversati da improvvisi fasci di luce, che desiderano, ogni tanto, l’anonimato di un piccolo svelamento. Non mi interessano i momenti decisivi, eclatanti. Chi scrive: da quell’istante sono diventato questo o quello, da quell’istante tutto è cambiato, segue, nella migliore delle ipotesi una scorciatoia, un trucchetto, mentre nella peggiore delle ipotesi offre un’impostura. Certo, infiocchettare l’evento è un’impostura che piace, è confortevole identificarsi e coccolarsi nel comune ricordo compiaciuto, dare coordinate precise, la data, perfino l’orario, il momento in cui si è accesa la scintilla narrativa, e nulla, secondo l’autore, è stato più come prima. Tutti insieme amorevolmente, scrittore e lettore, lettore e scrittore: ti ricordi, ti ricordi, tra suggestioni nostalgiche o ciniche distanze. Così si dimentica la silenziosa sedimentazione, il processo di attraversamento necessario per arrivare alla reliquia di una data, che invece per me dovrebbe essere proprio scarto, visione, e non la cuccia sulla quale si edifica il presente, il patteggiamento del futuro. Già, il presente. Per esempio, ho scritto La gemella H solo al presente, il presente merceologico degli anni ’30 del Novecento, che si è riverberato fino a noi; per quanto possiamo essere tristi dopo, la merce del tempo presente, il presente del desiderio, non ci inganna. Il fiabesco refrain è invece all’imperfetto, scandisce proprio quel ritornello congelato in un passato che continua a svolgersi, ma solo dentro il ritornello prigioniero, grazie al quale possiamo scandagliare non tanto il passato, quanto il presente, al quale la memoria è incatenata. Questa condizione crea frizione, formicolio. Certo, poi ogni libro può essere diverso. Con L’ubicazione del bene volevo invece ridimensionare la Storia. Il luogo in cui è ambientato il libro, Cortesforza, è senza peculiarità, il plastico di un geometra, di un agente immobiliare, suburbio simile a tanti altri. Cortesforza, la s minuscola della nobile famiglia Sforza, ridotta all’assemblaggio, comunità posticcia che fagocitava se stessa e tutto, tanto da non poter diventare un romanzo. Ho preso una decisione letteraria, politica, topografica. Cortesforza era un prodotto qualsiasi. Nickname. Assenza di Storia.

Maggio, 2014

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