Giulio Ferroni recensisce La gemella H –L’Unità

aprile 15, 2014

Un libro vero ed essenziale quello scritto da Falco

Ecco un libro che non ci si aspettava: come dovrebbero esserlo tutti i veri libri, come dovrebbe essere la letteratura che interroga ciò che non è già dato nell’inflazionata comunicazione corrente, nell’obbligatorio dejà vu medaitico e telematico. Un libro vero ed essenziale, La gemella H, con cui Giorgio Falco, cinque anni dopo uno dei libri migliori di questo inizio di millennio (L’ubicazione del bene), conferma la sua capacità di interrogare l’evidenza oscura del quotidiano e la sposta verso una più distesa e complessa narrazione, che chiama in causa un nodo centrale della stora del Novecento. Un romanzo storico, allora? Certo è un romanzo che segue le vicende della famiglia tedesca Hinner dall’epoca del trionfante nazismo fino agli anni più recenti, in un arco che va dal 1933 al 2013: dove non si tocca direttamente la grande storia, eventi o personaggi di primo piano, ma la lenta continuità del quotidiano, il prolungarsi di un esistere che si adatta agli sconvolgimenti e alle mutazioni della storia, tra persone “normali” che seguono la corrente collettiva, senza vederla o senza percepirne il senso, ma facendone ragione e sostanza del proprio stesso esistere. Il percorso dal 1933 al 2013 è anche un percorso nello spazio, dalla cittadina della Baviera, presso lo Starnbergersee, l’immaginaria Bockburg, dove vivono gli Hinner (e dove il capofamiglia dirige un giornale locale, pienamente schierato con il vincente nazismo), all’Italia del dopoguerra, dove la famiglia si installa alla fine della guerra, come a cancellare il proprio passato, evitandone accuratamente ogni ricordo: dalla quotidianità degli anni nazisti al vario affaccendarsi dell’Italia della ricostruzione e del boom economico, fino agli anni più recenti. Viene così ad avvertirsi il sotterraneo persistere e trasformarsi di normali aspirazioni e desideri, di spazi di vita, di modi di guardare il mondo, dal nazismo alla crisi di oggi. Tutto ciò non si dà in astratti rilievi sociologici, ma nella diretta evidenza di una rappresentazione che segue la vita della famiglia Hinner dall’interno, ne assume il punto di vista, attraverso gli sguardi delle due gemelle del titolo, Hilde e Helga, nate appunto nel 1933: diversi i loro caratteri, diverso lo sviluppo della loro esistenza, pur in una persistente solidarietà familiare. Il libro è scandito in due parti, Hilde (più ampia) e Helga, con al centro un Intermezzo: ma non si tratta di una semplice separazione di voci narrative o di punti di vista tra le due protagoniste, dato che il discorso si sviluppa attraverso tutta una serie di divisioni interne, di passaggi tra prima e terza persona, tra punti di vista dei personaggi e sguardo del narratore esterno: e anche nella seconda parte finisce per prevalere il punto di vista di Hilde, più ombrosa e riflessiva della sorella, segnata da un senso di sproporzione e di aridità sentimentale, quasi sul punto di sfiorare senza mai realizzarlo uno sguardo critico sulla propria vicenda familiare.
La vicenda non evita uno sguardo indietro ai nonni delle due gemelle e alla situazione della Germania prenazista, dove la carriera giornalistica del giovane Hans compie i primi passi, prima del suo matrimonio: ma con la nascita delle gemelle, che coincide con l’avvento al potere del nazismo, si segue più da vicino la varia ascesa sociale di Hans. Del nazismo quasi non si vedono le azioni eclatanti, ma piuttosto il suo svolgersi entro la costruzione di uno status sociale e di un benessere familiare che si svolge nella cura della casa (una villetta, su di un ben curata Kirschenstrasse), nell’acquisizione di beni e nuovi oggetti industriali (come l’automobile, l’Opel Olympia di cui la famiglia è fiera). Non si dà nessun trauma quando le squadre naziste mettono a soqquadro la villetta dei vicini ebrei, che poi, costretti a fuggire, la vendono a Hans a bassissimo prezzo. Già è iniziata la guerra quando il medico suggerisce per la moglie malata di Hans un soggiorno in zone di aria più pura: così la donna e le bambine si trasferiscono a Merano, mentre il padre continua a restare a Bockburg, fino ai giorni della disfatta; poi anche lui si trasferisce in Italia e, morta la moglie, a Milano. Assai abile nelle contrattazioni immobiliari, all’inizio degli anni ’50 egli acquista un vecchio albergo a Cervia, sulla riviera adriatica lo rinnova e vi impianta con le due figlie un’impresa familiare che si sviluppa con successo negli anni della grande espansione turistica della Romagna.
La seconda parte del romanzo ci immerge così nel fervore della trasformazione italiana del dopoguerra, con le nuove vacanze di massa, che portano nell’albergo degli Hinner tanti clienti tedeschi. Le vite di Hans, di Hilde e di Helga si intrecciano a quelle degli italiani che hanno modo di frequentare, mentre ogni eco del passato resta nascosta, evita di far balenare le sue tracce. Non ne manca qualche traccia simbolica, segni che ne indicano, con apparente leggerezza, l’inquietante persistenza: come le mele della frase che apre il libro e che più volte ritorna. Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima, emblema familiare nella memoria di Hilde, che però Helga nega, considerandola inventata (ma di mele si serve Helga per far licenziare dall’albergo una cuoca accusandola, ingiustamente, di averle rubate). Oggetti naturali, le mele, ma segni esse stesse della densità degli oggetti, di una vita che scorre e si espande nell’appropriazione delle cose, in una cura di se stessa che si risolve nell’acquisizione delle merci, nella coltivazione di uno spazio sempre più affollato di prodotti, di macchine, di cose e case. Falco ha una capacità eccezionale di sentire e far sentire il senso di una storia che procede sotto il segno del consumo della merce e della sua stessa distruzione: “Più che i fatti e giorni, sembra che solo gli oggetti accadano, le loro brillanti esistenze nascondono le storie di ognuno”. Degli oggetti segue le più varie combinazioni, da quelli che costituiscono il meticoloso assetto degli interni familiari della nazista Bockburg, a quelli che pullulano nel magazzino della Rinascente milanese, a quelli che arredano l’albergo di Cervia, a tutto ciò che compone luoghi e occasioni di consumo toccati dai protagonisti: e qui davvero formidabili sono certi elenchi di cose e di merci, dotati di un ritmo avvolgente, di una penetrante e quasi desolata precisione, che si impone sulla densità stessa della parola. Del nazismo veniamo così a riconoscere la faccia a cui meno si suole guardare, presi come si è dai suoi più noti, estremi e devastanti orrori: vediamo il suo agire sul rilievo della quotidianità familiare, sulla cura di un benessere affidato agli oggetti, tutto ciò che ha portato le persone più normali a non vedere il male e a collaborare fino in fondo con esso, e poi alla successiva reticenza, in un “dopo” che si è messo in moto ancora sotto il segno dell’espansione e dell’accumulo e che per questo tuttora nasconde una sottile e pericolosa continuità con quel terribile “prima”. Certo sembra quasi che non ci siano colpevoli: e le due gemelle non sono propriamente colpevoli, immerse come tutti in mezzo all’inconsapevole espandersi delle cose nell’Italia e nel mondo, Helga con più indifferente disponibilità, Hilde tra malessere, dubbi esistenziali, senso di insufficienza.
Ma di questo libro occorrerà tornare a palare, per la forza della sua scrittura e per la densità storica e in definitiva politica della sua prospettiva. Un libro che fa credere ancora nelle possibilità della letteratura e nella sua urgenza. Non a caso esso si conclude con la vecchia Helga che fa le inalazioni alle terme di Cervia e che deve “socchiudere gli occhi e proseguire il meccanismo inconsapevole sotto la pettorina bianca di carta, una volta ancora, il respiro”: segno della pericolosa inconsapevolezza in cui il nostro paese, il mondo di oggi, la nostra Europa sembrano voler precipitare?

Pdf qui L’Unità e Film TV

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

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