Marco Belpoliti recensisce La gemella H – L’Espresso

aprile 5, 2014

Giorgio Falco ha scritto con La gemella H uno dei libri più belli dei nostri anni.
Con un unico movimento narrativo, ha inanellato la storia della famiglia Hinner, originaria della Baviera hitleriana, a quella dell’Italia postbellica, sino alle soglie degli anni ’90 (Einaudi, 352 pp, 18,50 euro). Un unico campo sequenza corrispondente al discorso indiretto libero, per cui si passa dai pensieri dei protagonisti ai loro discorsi lungo una sola apparente tonalità narrativa, ma anche alternando alla voce principale di Hilde quella degli altri personaggi, tra cui il suo rovescio, la gemella Helga. Si parte dall’avvento di Hitler per arrivare a una pensione a Milano Marittima. E in mezzo c’è l’ascesa di Hans Hinner, figlio di un fabbro, diventato direttore del giornale nell’immaginaria cittadina di Bockburg, il trasferimento della moglie e delle gemelle a Merano, poi la caduta della Germania, la fuga in Italia di Hans e la nuova vita grazie al denaro ottenuto rivedendo la casa dei vicini ebrei. Il punto culminante del racconto, laddove le uova del drago si schiudono, è nella parte italiana, con la progressiva divaricazione delle gemelle. Falco parla del Male senza concessioni al sensazionalismo, sciogliendo la sua storia terribile come una pastiglia dentro il bicchiere d’acqua d’ogni giorno. Le frasi che lo scrittore pone sulla pagina sono bollicine che salgono dal fondo ed esplodono impercettibili. La gemella H coniuga il racconto ad affresco con un linguaggio sottile e poetico. Utilizzando anacronismi, illuminazioni e invenzioni, questo romanzo ci fa sentire il Male come un fatto quotidiano, che si insinua, non visto né udito, nelle pieghe della vita di ciascuno.

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