La gemella H, speciale Einaudi

febbraio 25, 2014

Speciale Einaudi su La gemella H

I pensieri principali di Maria Zemmgrund sono i pannolini, una carrozzina a due posti, il doppio corredo da neonato, i giochi per bambini. Succede nelle dittature e nelle democrazie, la quotidianità prende il sopravvento come una forma ottusa di rimozione, di difesa, e suggerisce la vita. La merce ci salverà anche nel 1933: attende sugli scaffali, ripulita, asettica, scende dai porti, come un corteo funebre lungo le ferrovie, attraversa i campi, le autostrade di nuova costruzione assieme ai camion militari, alle lucide berline nere di proprietà dei funzionari di partito, alle auto degli agenti di commercio; viaggia sui camion, scatoloni di mezzo quintale caricati e scaricati a braccia nei magazzini, da giovani che lavorano con le sigarette tra le labbra, ignorano anestetizzati il bruciore delle cicche che scalfisce appena i loro respiri, nelle brevi pause parlano di politica e calcio, birra e ragazze, concordano su ogni aspetto della vita, la forza giovanile dei loro corpi rivela un ottundimento intimo, un meccanismo che li occupa e li riempie, spingono scatoloni in fondo ai camion e gareggiano, il premio è la consapevolezza provvisoria dei muscoli, qualcosa che tenga insieme nervi, tendini, ossa, retorica sentimentale; i ragazzi innalzano montagne di merce dentro i cassoni muti dei camion, ogni scatolone li azzittisce, persi dentro immagini e frammenti dimenticano il contenuto di ciò che sollevano, potrebbe essere un battaglione di carne in scatola o pigiami per neonati, i loro corpi diventano inconsistenti, immemori: che belle gemelline, cosa desidera, signora Hinner?
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Dopo il coro unanime di lodi per L’ubicazione del bene (Einaudi Stile Libero, 2009), l’attesa per il nuovo romanzo di Giorgio Falco si scioglie nella sicurezza di una promessa mantenuta. Non a caso le prime prestigiose recensioni trasudano entusiasmo: La gemella H è un romanzo con cui, sempre stando alle recensioni uscite su Repubblica e Corriere, gli scrittori che verranno dopo dovranno fare i conti.
La gemella H parte da lontano, si traveste da romanzo storico sul nazismo, ambientato in una cittadina bavarese inventata, ma dopo qualche pagina si capisce che non è così, e la vicenda si sposta sempre più vicino a noi, da Merano a Milano, fino a Milano Marittima. Il primo ad averlo intuito è stato Roberto Saviano su Repubblica (leggete la recensione completa qui):
«Le gemelle H nella loro verità narrativa siamo noi, noi italiani nascosti e rivelati sotto lo sguardo di una bambina e donna tedesca, e la creatura mostruosa e infantile e festosa che allora ha fatto le fusa continua a farle altrove nel mondo. La trasformazione del padre nazista in oculato e immemore amministratore di un albergo per tedeschi a Milano Marittima, in preda al puro demone dei numeri e del profitto e della speculazione immobiliare, e la ribellione acquiescente di una figlia accoppiata all’impeto un po’ ribaldo dell’altra sembrano identificare da vicino un aspetto miserabile del nostro carattere nazionale. Non abbiamo mai voluto vedere fino in fondo, prenderci, banalmente, le nostre responsabilità. Ed è oggi questo romanzo a ricordarcelo».
Emanuele Trevi sul Corriere della sera (la recensione completa la trovate qui) rincara la dose:
«La diagnosi di Falco è agghiacciante, nel suo suggerirci che è questa l’essenza del nazismo: l’acquisto di una casa a un prezzo da rapina, la calunnia che colpisce una povera donna incapace di difendersi. Fatti che nessun processo potrà mai condannare, talmente prossimi al ronzio insignificante della vita quotidiana da confinare con l’inesistenza. Niente croci uncinate e fosche nostalgie, ma l’orrore a bassa intensità di un mondo dove il mito della villeggiatura trasforma tutto in merce, compreso il tempo (“più che i fatti e i giorni, sembra che solo gli oggetti accadano, le loro brillanti esistenze nascondono le storie opache di ognuno”). Ma tutto questo risulta credibile perché non è raccontato da un’intelligenza estranea, capace di giudicare, bensì da Hilde, l’altra gemella, l’anello più debole, incapace sia di aderire al suo destino, sia di riscattarsene. Sono proprio l’inquietudine e l’ambiguità di Hilde a fare del suo punto di vista l’unico adatto a sostenere il peso della storia che ci viene raccontata. Falco, nel compiere la scelta decisiva nella costruzione del suo romanzo, ha ragionato da vero artista: proprio perché non è affidabile, la testimonianza di Hilde è vera, è lei che dobbiamo ascoltare. L’invenzione letteraria coincide senza residui con la visione morale, e sta a noi decifrare l’una e l’altra. Sono pregi rarissimi nella scrittura contemporanea, e meritano di essere apprezzati con la massima attenzione. Se può avere un senso un pronostico del genere, La gemella H è un libro che resterà».
Insomma, La gemella H fa quello che dovrebbe fare la letteratura: risponde alle domande difficili. Se ne è accorta Elena Stancanelli su D di Repubblica (leggete la recensione completa qui):
«Quando, come e dove iniziano gli italiani? Nel sogno piccolo borghese de La Rinascente, nella vacanza al mare, o in quel confine, Merano, in quella terra di mezzo dove non c’è neanche una lingua, tutti sono stranieri. Tutti sono stati fascisti e non si parla di politica a tavola. Forse gli italiani che siamo nascono da quell’impasto di rimozione e ambizione, denaro di provenienza indicibile, sabbia, sole e tortellini. E finiscono sepolti nella villetta a schiera».
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Su Pinterest c’è un board dedicato a La gemella H.

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