Recensione di Roberto Saviano a La Gemella H di Giorgio Falco

febbraio 20, 2014

Un nazista piccolo piccolo dal Terzo Reich a Rimini
“La gemella H”, il romanzo di Giorgio Falco: una famiglia in fuga dopo la caduta della Germania hitleriana che porta in sé i semi della distruzione. Come il Male diventa banale

di ROBERTO SAVIANO

Ogni lettore lo sa, c’è una sola parola per definire un libro, il suo tono costante, l’emozione che ti dà, la vibrazione di fondo: la sua musica. E quella parola arriva, o non arriva. E questo imponente La gemella H del quarantenne Giorgio Falco? Da giorni è sul mio tavolo, con la sua copertina sommessa, sui toni del grigio, dove una natura morta di tre mele, una delle quali ancora più morta, sembra suggellare un titolo quasi da referto medico, da obitorio, da catalogo apparentemente anaffettivo di merci, da cartellino, misterioso: La gemella H, appunto. Ma le gemelle, non si chiamavano sempre in coppia? Leggo questo romanzo e finalmente la parola si accende in testa, in contrasto forte con quel grigio sommesso. La parola è semplice, assoluta. Arriva precisa, a dare un nome a ciò che di più mi avvince in questa lettura. E insieme prende forma, pagina dopo pagina, una ignota creatura barbarica selvaggia e paurosa, anch’essa a un passo dai peggiori incubi del poeta Yeats, se non del narratore Lovecraft. Emerge da subito come isola d’inchiostro da queste frasi l’unica cosa che realmente riusciamo a conoscere in questa vita, che ci segna il corpo e l’anima, che ci trasforma da due gemelle in una sola creatura, la cosa capace di tutte le meraviglie e i tremori, quell’unica cosa che, scriverebbe Falco, mai ci ha tradito: la merce. Tutto il resto tradisce, la merce no. Con la merce, con le cose da consumare, il mondo inizia ogni volta, nella magia dell’attesa. Che cosa sta per arrivare? Che cosa voglio consumare, che desiderio mi si accende oggi? Forse il desiderio per la villetta del mio vicino, così uguale alla mia. E il mio vicino ebreo possiede una Mercedes Autobahnkurier, che io non posso nemmeno sognare di permettermi. Nuova, nuovissima. Chissà come può permettersela. Chissà come è bello correre con quel gioiello di pelle sontuosa e tecnologia verso il futuro che ci attende nel mondo, in questa nuovissima Germania di questi anni Trenta. Correre sulla Autobahn, sulla nuova autostrada appena inaugurata dal Reich, così nuova che non ci corre ancora quasi nessuno, e gli uccelli ancora nemmeno hanno imparato le nuove traiettorie, per salvarsi.

Ma fermiamoci un momento, per capire come lavora il romanzo, con le parole di Falco: “Hans Hinner adora quella macchina, a cominciare dal nome, Autobahnkurier. Ama la carrozzeria nera della Mercedes, vorrebbe guidarla, immagina la campagna lungo l’autostrada, le fattorie contadine viste dal parabrezza, e come appare il cielo, nel tettuccio apribile”. Sì, siamo in pieno nazismo. Ma lo vediamo come non l’avessimo visto mai. Con gli occhi e la memoria della gemella H, la Hilde figlia di Maria in inscindibile ma conflittuale simbiosi con la madre (ma appunto con la Mutter, la madre, e non con la Mutti, la mamma, come è per la più accomodante gemella Helga): figlia destinata quindi a vivere tutta la vita all’ombra di Helga, la gemella non deviante, non ribelle, nata un battito di ciglia prima di lei. Hilde, voce narrante da grande romanzo ottocentesco e contemporaneo, che sa annettersi passato e futuro in un eterno presente narrativo e totalitario che unisce ogni epica del passato ai trasalimenti, alle illuminazioni, alle bugie e ai bagliori della vita quotidiana.

E passa così quasi un secolo di storia di una famiglia. Dal giorno lontano in cui il fondatore della famiglia, reduce zoppicante e astioso ritorna, quasi nemmeno riconosciuto, dal fronte della Prima guerra mondiale, ai giorni di oggi in Italia: il Paese semigemello ma inferiore del Terzo Reich tedesco dove le gemelle H (sta per il cognome del padre, Hinner, oltre che per le iniziali dei loro nomi) si sono trasferite prima che la guerra distruggesse, forse, il nazismo. Sempre fingendo di non sapere, il padre in testa, che portavano il Male con sé, non l’hanno mai dismesso, mai davvero se ne sono pentiti, anzi forse era questa la missione vera, portarlo con sé ovunque.

Giorgio Falco ambienta tutto in una città immaginaria sedimentata dall’immaginazione di tutte le cittadine tedesche: Bockburg, culla dell’intero libro. E culla della famiglia Zemmgrund, da cui nasce la madre delle gemelle H, e degli Hinner, da cui nasce il padre, Hans, deciso a sostituire al martello, al ferro e alla austera tradizione di suo padre, fabbro che non simpatizza con il nazismo, il ben più redditizio, ed efficace, martello della menzogna, della parola pervertita e del giornalismo di regime – pagine, queste sul giornalismo come arma contundente, davvero da declinare al presente, nella mente del lettore. Forse, fa capire la voce narrante, davvero tutto è cominciato da lì? Dalla perversione delle parole in menzogna?

Questo, intanto, è il ritorno del capostipite a Bockburg nella memoria illimitata di Hilde. “Maria Zemmgrund, mia madre, nasce a Bockburg, Baviera, Germania, nel 1909. Figlia di Michael Zemmgrund e di Christa Wissens. Michael combatte la Prima guerra mondiale come soldato di fanteria. Torna a Bockburg nel 1918, il volto è invecchiato di quattro anni, ma le mani sono più curate che alla partenza, quando lasciano la fabbrica. La gamba destra invece è zoppa”.

Nell’infanzia povera, “sdraiata nel letto, accanto a suo fratello Peter, la bambina Maria Zemmgrund sogna un’altra vita”. Conosce Hans. Condivide, debolmente, i sogni di lui. Lo sposa e lo segue nella sua carriera nazista. Cambiano casa. Cominciano a vivere nel benessere. Ed è a questo punto che possono nascere le gemelle. Siamo nel 1933, e nella sua memoria illimitata Hilde può ben dire, raccontando il giorno del parto: “Noi siamo le nuove cose necessarie”. Non figlie, non bambine. Le nuove cose necessarie, destinate ad “assecondare il flusso di eventi travestiti da soldi”, non sotto un banale e classico cielo stellato ma in un altro luogo, dove “il mondo è un soffitto di soldi, le banconote sono le ultime stelle disponibili cadenti”. Intorno a loro il nazismo fa sempre più presa e se ad alcuni appare come “un passatempo ginnico domenicale, un divertimento da ragazzi, la banda, l’intervento di oratori e l’attesa del tramonto, quando agli ultimi raggi nel cielo si uniscono le lingue di fuoco e fumo fino ai primi piani delle case”, per il padre delle gemelle è una occasione da accogliere. L’occasione che i più non sanno vedere, privi di visione, destinati a rimanere semplici parti dell’ingranaggio, privi di vero desiderio e di festosa comunione con la merce, con l’avvenire radioso. “Funzionari statali, impiegati pubblici, operai, ferrovieri, reduci della Prima guerra mondiale, commercianti, commessi, fattorini, artigiani, agricoltori, braccianti: tutti sostano con gli abiti delle loro precedenti occupazioni, compongono le lunghe file di disoccupati, che diventano un’unica massa, chi con divise operaie, chi con cappotti e soprabiti grigi, che lasciano intuire un passato in qualche azienda, ex contabili o capireparto o venditori sconfitti al termine di una competizione aziendale in un grande magazzino, in un’azienda farmaceutica o automobilistica, in una fabbrica la cui dirigenza è scontenta per la lieve flessione dei ricavi, e ora i cappotti e i soprabiti manifestano il decadimento dei soldi e degli uomini”.

Indimenticabile Bockburg, cittadina ridente della Baviera, pochi chilometri da Monaco, più facili ora in Mercedes, il mare più vicino è la riviera romagnola, dove il romanzo avrà il suo esito, cittadina esattissima in tutto, calco forse di Merano, Italia. Ci ricorda qualcosa?

Lascio al lettore scoprire il seguito. Se mi avessero detto che questo romanzo racconta come il nazismo nel suo cuore sia stato anche una sorta di esperimento di una entità sovrumana che continua a scorrazzare, una “alba dei grandi magazzini”, l’involucro tremendo in cui facevano le loro prime prove mondiali e di larghissimo respiro i riti della merce di massa e del consumo a un tempo di massa e individuale, le tecniche novecentesche del desiderio e dell’accrescimento infinito, avrei forse pensato a un nuovo episodio della serie: il Reich immortale e simili fantasie. Ma le gemelle H nella loro verità narrativa siamo noi, noi italiani nascosti e rivelati sotto lo sguardo di una bambina e donna tedesca, e la creatura mostruosa e infantile e festosa che allora ha fatto le fusa continua a farle altrove nel mondo. La trasformazione del padre nazista in oculato e immemore amministratore di un albergo per tedeschi a Milano Marittima, in preda al puro demone dei numeri e del profitto e della speculazione immobiliare, e la ribellione acquiescente di una figlia accoppiata all’impeto un po’ ribaldo dell’altra sembrano identificare da vicino un aspetto miserabile del nostro carattere nazionale. Non abbiamo mai voluto vedere fino in fondo, prenderci, banalmente, le nostre responsabilità. Ed è oggi questo romanzo a ricordarcelo.

La gemella H
di Giorgio Falco
(Einaudi Stile libero
pagg. 360 – euro 18,50)

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

In copertina: Natura morta di mele a Merano di Sabrina Ragucci.

Recensione di Saviano a La gemella H di Giorgio Falco

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